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lunedì 11 agosto 2014
Men in Bra
Ore
18:32
Ci è giunta voce che si debba evitare l'abuso di birra poiché contiene un ormone particolare; ne sono la riprova gli uomini del centro-nord Europa, che hanno le pocce. (sic)
venerdì 1 febbraio 2013
Convincimenti
Ore
17:41
Una volta per studiare accendevo sulla scrivania una candela che fra me e me chiamavo "la candela della conoscenza". Non so come mi fosse venuto in mente questo stratagemma per cui è facile rendersi ridicoli; fatto sta che la accendevo in momenti di svogliatezza totale, e se cercavo di distrarmi la guardavo pensando che il fine ultimo di tutto quello era qualcosa di importante, qualcosa di antico e trasmissibile. Questo succedeva in una testa profondamente idealista che guardo con un po' di derisione. Ora però i tempi sono cambiati, e al posto della candela della conoscenza mentre scrivo la tesi accendo la lampada a lava, quella con le bolle, la stessa che ha Desmond di Lost nella botola, per capirsi fra noi del campo. Il prossimo passo probabilmente sarà un cartello a LED con la scritta lampeggiante "Aperto".
A parte le fricchettonate della conoscenza e del sapere (visioni che ho largamente ridimensionato, e che possono esser tirate fuori dopo 7-8 bicchieri di vino), credo in fin dei conti che qualcosa non sia cambiato: il mio profondo bisogno di ipnotizzarmi.
lunedì 27 agosto 2012
Funky gallo come sono bello stamattina
Ore
16:29
Tendenzialmente sono anche abbastanza animalista, ma è d'uopo denunciare un gallo di qualcuno del vicinato (ho scoperto jeri di chi fosse) che dopo svariati mesi non ha ancora imparato a cantare e lo fa in orari che non dovrebbero competergli.
All'inizio la cosa mi ha anche intenerito, ho pensato a questo polletto che sta cercando sé stesso e che adulteggia prima del tempo, che con grida stentate cerca di trovare il proprio posto nel pollajo. Ma ora no: questi pensieri li ho avuti ad aprile e siamo quasi a settembre e non è cambiata proprio una cippa.
Ora avete presente il gallo come fa no?
Chicchirichì! Che poi tradotto fa tipo Ehieheihehhheeh!!!
Lui ha una tonalità discendente, Ehieheihehhheeh!!!
Ecco, rileggendo mentre scrivo mi fa anche un po' ridere stare qua a disquisire circa la qualità del verso del gallo, ma giuro che se non fosse fastidioso non mi avrebbe minimamente colpito. Poi no, fosse un bel canto che ti dà la carica, no! lo fa a sproposito e in maniera sgraziata, alla stregua di certa gente.
Jeri mi è stato svelato l'arcano, canta a tutte le ore perché dove vive c'è una lampadina sempre accesa (sarà per i pulcini senza chioccia? Mah; non vorrei tenessero una coltivazione di dubbia legalità), lui la guarda e improvvisamente pensa "Cazzo, è l'alba!" prendendo lucciole per lanterne, e allora giù Ehieheihehhheeh!!! ma io dico anche una trentina di volte in un pomeriggio.
Non lo sopporto più, se non gli tirano il collo loro mi armo di pazienza, me 'mbriaco perché me fa 'mpressione e ci vado io!!
Chicken, run.
venerdì 23 marzo 2012
Viele Grüße aus Deutschland
Ore
19:03
Mi è rivenuto in mente ora in terrazza questo episodio delle vacanze scorse rammentato ieri sera e mi sono detta ma sì, scriviamoci un post.
Ostello della città più brutta della Germania. Lui e Lei, "Don't worry, nobody's going to come tonight nor tomorrow in your room!", dopo un lauto pasto acquistato al Lidl dietro il luogo dell'alloggio, un afrore di salame come se fosse la Macelleria Bruschi, fuori dalla finestra sul davanzale i seguenti articoli: yogurt da bere bianco, salame avanzato, succo d'arancia, due mele. Due bottiglie di birra vuote nel cestino. Attorno al tavolo della camerata, come davanti al focolare, i due giocano a Angry Birds istallato nel cellulare di Lei. Calma totale: nessun passante dalla finestra, anche perché la visuale dà su un palazzo forse coi lavori in corso. La situazione è di occupazione dello spazio, hanno usato tutti i letti della camera per fare un pisolino, che tanto nella città più brutta della Germania non c'è nulla da vedere. Sparando un'uccello di quelli che covano uova-bomba, si sente un movimento dietro la porta. Lei urla in italiano "Oddiooo che è?? Chi èè???" ricordando bene le parole della receptionist e prendendole per dogma. Entra una bionda, loro le dicono "Bonsoir! - Salut" in francese, non capendo più manco dove fossero. Quella risponde in tedesco e dice, ciao, sono in camera qui e li trova così, in un modo in cui non si ricevono gli ospiti. Lei si scusa in inglese per il puzzo di salame, le dice che non sapeva che qualcuno venisse e così si sono un po' allargati, anzi, per stabilire un po' di empatia scusante le mostra il frigo che hanno costruito sul davanzale della finestra. La bionda di lì a poco dice di chiamarsi Tatiana, che è russa ma vive in Germania da tempo immemore. Non ha mai visto la città più brutta della Germania, dice che è venuta a fare il Master lì e che ha già un appartamento ma aspetta che gli si liberi la camera. Dice di venire da una bella città della Germania. Lui le chiede se sappia parlare tedesco e se abbia bisogno del tavolo, Lei gli fa presente in italiano che quando è entrata ha parlato in tedesco. I due decidono, bestemmiando a denti stretti, di andare a passare la serata accanto alla reception, causa stanchezza e delusione delle aspettative e speranza nell'indomani, dopo aver sgombrato un po' lo spazio. Anzi non contenti le dicono "Bye! We go downstairs to play Angry Birds! Do you kow it?". Tatiana dice che conosce Angry Birds e fa una risatina. Scendendo le scale i due commentano l'accaduto come se la bionda fosse un'importuna che li aveva stanati. Arrivati giù dove ci sono i divani, c'è gente coi computer o che guarda la tv. I due per amor proprio decidono di giocare nell'ordine con dei veri giochi a: Forza 4, Dama, Scacchi. Lei vince solo a Forza 4, a scacchi è andata a monte ma era in svantaggio. Nel pieno del gioco arrivano due francesi, uno sparato si serve da due brocche lasciate lì e che Lui e Lei non hanno bevuto per paura di pagare, visto che tutto era cosparso di tariffe, dalla colazione al mattino ai caffè alla macchinetta. I due si sentono a casa nel sentirli parlare, e Lei commenta che in Germania anche i francesi passano per sfacciati. Il francese ingordo fa all'altro "Putain, je pensais que c'était du thé! C'est du Red Bull!! T'en veux?? Moi j'en veux pas".
Che poi cosa ci facesse la Red Bull lì in quel momento e a chi fosse diretta non si sa.

venerdì 11 marzo 2011
Il cammino della scienza
Ore
01:13
"Si muova! Si sbrighi a portarmi quel foglio, cosa sta facendo, non stia a perdere altro tempo!"
Con quel foglio si poteva vedere finalmente stampato nero su bianco il risultato finale di quell'esperimento, di quell'agghiacciante prototipo provato su candidi roditori, e l'ultima settimana su cavie umane sottopagate. Che però non si erano lamentate, dato l'esito positivo del test.
Il dottor E. aspettava che il trafelato assistente gli portasse l'attestato ufficiale che gli avrebbe permesso di depositare il brevetto di quel macchinario a cui lavorava da praticamente tutta la vita. Gli era venuto in mente il progetto già da giovanetto, e si era messo nel mondo della scienza per arrivare lì, in quel giorno di svolta epocale nella sua carriera di dottorone.
Aveva da sempre avuto il fastidio di farsi rovinare l'umore da quisquilie che gli altri non capivano; in generale per carattere era allegro, ma quando gli si alterava questo delicato equilibrio i crucci gli si depositavano dentro come un graffio su un oggetto nuovo, e non c'era verso di farlo tornar contento. Non riusciva a mettere da parte le sensazioni, accantonarle una buona volta. L'unico metodo era aspettare che finisse la giornata, che se ne andasse a letto per poi iniziare daccapo la mattina dopo sperando di aver dimenticato tutto. Era l'unico rimedio che aveva da sempre poututo sperimentare, perché niente: alcool, distrazioni, barzellette, una visione per la strada, niente riusciva a farlo tornare come prima, ad un livello di serenità alterato da fastidi inutili, che i meno sensibili neanche immaginavano. E ovviamente ci soffriva quasi fisicamente, come fosse affetto da una malattia. Da razionale com'era nato, non poteva di certo soprassedere ai suoi sentimenti, ai suoi moti d'umore, a queste livide e ridicole espressioni umanistiche che avevano riempito tante pagine a vuoto. L'uomo non aveva imparato niente, aveva solo saputo dare un nome a quelle "cose"; che immenso spreco di tempo, ma forse necessario. Spleen, paranoja, tristezza, rabbia, inutilità che non facevano progredire, né indietreggiare. Il suo era un semplice passo avanti che avrebbe, a detta sua, portato ad un altro livello la risoluzione di tutta quella spinosa questione.
E quindi il dottor E. aveva inventato una macchina per controllare le emozioni, convinto che la vita sarebbe stata molto più facile e che niente avrebbe potuto più rovinargli l'umore.
Poveretto, non si rendeva conto mica che ben più dei poeti aveva dato importanza alle emozioni, le aveva anzi messe al primo posto nella sua vita, convinto che schiacciarle significasse finalmente ignorarle.
domenica 23 gennaio 2011
Con un "tu" impersonale.
Ore
01:08
Tienitelo pure, piglialo, è tuo. Ho fatto un passo indietro, chi vorrà si volta e mi segue. Tieniti i meriti fasulli di chi macina numeri. Pigliala te la massa di rintronati che biascicano in fila. Tienitela tu l'ansia per questo futuro. Tieniteli tu i ricordi di questo passato. Tieniti tu le illusioni perdute, ti lascio tutto, anche il caffè sul gas. Tienilo pure, tieniti anche lui, tieniti il vino, i guanti e il cappello e i piatti sporchi, tieniti il tempo che passa e la ruga che fa capolino, che ce ne vuole per darci dei vecchi, credimi. Tieni il cappuccio in testa, che fa freddo. Strappa una pagina del dizionario, parti e tienila. Ti basterà una parola al giorno per riflettere sul presente. Tieniti il pessimismo, e i destini tutti uguali e tutti belli e prestabiliti. Tieniti l'incapacità di accontentarsi. Tieni pure lo sfruttamento e la presa di culo, mi tengo il minimo per squarciare il tuo grigiore. Tieniti il capello bianco a braccetto con tutti gli altri, il phon e il caricatore. Tieni per te anche l'affezione per chi ti vuole. Tieniti pure tutte le ossessioni e le regole per accettare il quotidiano. Tieni una cosa per domani e due per oggi, butta tutto l'accumulato jeri. Tieniti in forma e programma la tua vita. Lasciami almeno la finestra aperta però.
mercoledì 19 gennaio 2011
Soluzione del rebus - Qualche scatto, per soddisfare la curiosità di chi ne ha.
Ore
23:28
| Gabinetti (Ufficio di assistenza ai clienti a destra). Porto, Stazione Campahnã |
| Cul to Cul. Coimbra, interno. © M.M. |
| Bacalhau à braz e Vinho Nico. Coimbra, interno |
| Diva & Donna sbarca in Portogallo, sapori d'Italia. Coimbra |
| Coimbra, in cima alla scalinata delle palle all'Università. © g. C. |
| Desolação. Coimbra, Università |
| O Pinto pintado. Coimbra |
| Prima dell'alba: un gatto ci fissa nella stanza 26 della Pensão do Norte. Porto. © g. C. |
| Parrucchiere di gran moda. Porto |
| Il gatto che ci fissava ha portato nuovi amici a vedere chi c'è nella stanza. Porto. © M. M. |
| Saltano agli occhi i colori malgrado la giornata uggiosa e l'ingegnoso metodo di asciugatura del bucato. Porto |
| Terreiro da sé, che fa per tre. Nei pressi di São Bento, Porto |
| M.M. a Porto (à noite) |
domenica 29 agosto 2010
Confidenze di un condannato
Ore
03:46
Perché mi hanno tagliato la testa?
Copertina di J. Prévert e Brassaï
Adesso sì che lo posso dire, tutto si cancella col tempo.
Era una cosa semplice, veramente.
Ero andato a passare la serata da degli amici ma c'era molta gente e mi annojavo. A quell'epoca ero un po' triste e mi veniva facilmente mal di testa.
Quell'atmosfera di festa mi irritava e mi stancava. Salutai e me ne andai. La padrona di casa mi avvisò che l'interruttore delle scale era guasto e che anche l'ascensore era in panne.
- Posso farle un po' di luce, aspetti.
- Luce, ma scherza, le dissi, sono come i gatti, io, ci vedo di notte.
- Sentite, disse ai suoi amici, è come i gatti, che meraviglia, ci vede di notte.
L'avevo detto come modo di dire, una battuta educata e che andava presa come di spirito, senza malizia.
Cominciavo a scendere a fatica i primi gradini della scala e le sbarrette di ottone del tappeto facevano un rumore curioso sotto i miei passi che strisciavano.
Ero in un'oscurità così nera che ebbi voglia all'inizio di risalire e chiamare. Rovistai innanzitutto nelle tasche, ma invano, niente fiammiferi.
Mi sedetti e riflettei, su cosa, non ricordo, aspettavo forse che qualcuno venisse in mio ajuto senza, ovviamente, sapere o intuire che avessi bisogno d'ajuto.
Rialzandomi a fatica e non trovando il corrimano, urtai con violenza contro un muro e cominciai a sanguinare dal naso.
Cercando nelle tasche un fazzoletto, misi finalmente mano a una scatola di fiammiferi con all'interno, purtroppo, un solo fiammifero.
Lo accesi con infinite precauzioni e, cercando un'altra volta il corrimano, scorsi come prima cosa in uno specchio, sul pianerottolo del piano dove mi ero fermato, il mio volto coperto di sangue.
E fu di nuovo bujo.
Ero sempre più disorientato.
All'improvviso, tendendo a caso, a tastoni, la mano, toccai un serpente che si mise a strisciare.
Bella serata.Quel serpente, era semplicemente il corrimano che per fortuna avevo ritrovato e che mi strisciava dolcemente sotto la mano che aveva appena asciugato il volto stupidamente insanguinato.Mi venne allora da ridere: ero salvo.
E appena mi misi a scendere allegramente ma con prudenza, fui d'un tratto scaraventato a terra da qualcuno o qualcosa che, a tutta velocità, pure lui o lei, scendeva con una fiammella, senza dubbio quella di un accendino.
Rialzandomi un'altra volta, camminai di nuovo nel bujo, con le due mani avanti.
Quelle due mani incontrarono il muro ed il muro cedette.... Non era il muro ma una porta socchiusa.
All'improvviso musica e luce venivano dai piani superiori!Sicuramente erano alcuni degli invitati che, a loro volta, scendevano accompagnati dalla padrona di casa, con una torcia in mano.Veramente, non sapevo dove mettermi e non era un modo di dire; perciò, approfittando di quella porta per nascondermi, mi addentrai di qualche passo, quando d'un tratto, nella luce che aumentava, scoprii un corpo steso ai miei piedi.Era il corpo di Antoinette.
Era là, supina, con gli occhi aperti, la gola pure.
Antoinette con la quale avevo vissuto tanto tempo e che, il mese prima, mi aveva abbandonato.
Antoinette che avevo supplicato, che avevo perfino minacciato.Non potei trattenere un grido. Di terrore, quel grido e anche di stupore.
La padrona di casa, gli invitati si precipitano, porte che si aprono, altre luci subito si mescolano alle loro, portate da altri inquilini svestiti, terrorizzati e lividi.Era già trascorso molto tempo da quando me ne ero andato ed ero lì, muto e coperto di sangue, sconvolto come nelle peggiori storie.Vicino al corpo dell'amata perduta e - in quale stato - ritrovata, sul parquet, una lama riluceva come un pezzo di luna in un cielo stellato.In ogni mano tremante si muoveva una luce.Presenza inspiegabile oppure troppo evidente.Immaginate l'immediato processo: il ricorso rifiutato, il goccetto offerto, il crocifisso da baciare e ancora come una luna, la mannaja d'acciajo.Che volete, mettetevi al mio posto. Che potevo dire, che potevo raccontare? Avevo passato un quarto d'ora troppo brutto nelle cupe tenebre di quella scala buja e avevo avuto la folle imprudenza di affermare: ci vedo di notte, io, sono come i gatti.Chi mi avrebbe creduto allora e senza ridermi in faccia?Sì, ne sono sicuro, mi avrebbero riso in faccia per lunghi, troppo lunghi anni secondo me.Ho preferito tacere piuttosto che esser coperto di ridicolo.
Jacques Prévert, "Confidences d'un condamné", in La Pluie et le Beau Temps, 1955
mercoledì 7 luglio 2010
Approfitto dello stato di ebbrezza. Poi domani chissà.
Ore
02:28
Stasera sono rincasata stordita. Non succedeva da tempo ormai. E infatti qui di seguito un discorso che si addice a una persona stordita, o forse solo più lucida. L'avrei potuto fare oralmente, invece mi trovo a scriverlo. Siamo andati via di fretta, e avrei preferito stare a chiacchierare. Cosa pretendere, da figlia unica so benissimo sbrigarmela da sola, in questi casi.
Ho cambiato sigarette, ma stasera ho quelle di una volta, quelle di tutta una serie di anni passati a fumare come un'imbecille, di quelle sigarette che fumi e dimentichi. E ho capito una cosa. Ho capito che voglio un interlocutore con cui poter essere fraintesa. Il fraintendimento è la mia meta. La mia metà. Quale lusso pretendere qualcuno con cui dire e disdire, in uno scambio pari di motteggi costruttivi, distruttivi, istruttivi. Per scavare in fondo a sé stessi nella più completa sincerità, nella più completa connessione, nel più completo rispetto. Senza giudizi, senza facce storte. So di essere perfettamente in grado di farlo. Quando uno deve render conto o dimostrare qualcosa, o cambiare per essere accettato, anche di poco, che immensa sconfitta. Per fortuna la vita mi ha regalato anche persone con cui questo procedimento avviene. Ma non con tutti funziona, e questo mi fa sentire oltremodo frustrata.
Che noja dover aspettare sempre il due più due. A volte si ha la sensazione di dire e comportarsi solo in parte, quando ci vorrebbe così poco per darsi completamente. Poi però, la paura degli altri, la derisione, l'esclusione. L'etichetta, le norme sociali. Mi sento a volte così frenata, e so che potrei dare molto di più, se solo dicessi tutto quello che mi passa per la testa. O se lo facessi. Poi mi dico no, bisogna che il pensiero e gli atti vengano filtrati da quel briciolo di razionalità che mi resta. E nonostante tutto non mi sento ridimensionata, in linea di massima mi sembra di offrire agli altri la stessa immagine che ho di me stessa. Ma poi...poi resta un'amarezza di fondo, un'amarezza che conosco, e che non dò a vedere tanto spesso. Il problema è l'immagine che si ha degli altri. Ci costruiamo un mausoleo di chi ci sta di fronte, ci appoggiamo a un'iconografia indistruttibile di chi ci circonda. Ma non è così. Tutti abbiamo bisogno di cantare, di dire, di fare, di offrire le proprie qualità, di migliorare i propri difetti.
Sai cos'è. Che bisogna minare la propria coerenza. Se uno è sempre ironico, allegro, va a finire che non si riesce a far pesare la propria serietà, e ogni atto o parola viene scambiata per ironica. Se, al contrario, si è sempre seri, nessuno ride alle tue battute. Non che le persone ironiche non siano degne di rispetto, di gravità: ma questo solo chi è intelligente lo sa. Per il resto, si approfittano di te e della tua allegria costruita. Trovare una via di mezzo non è facile, ma è sempre possibile offrire uno spiraglio di quello che si è, veramente. Le persone gravi sono in realtà dei giocosi che hanno paura di esser presi in giro, dei timidi. I simpaticoni sono dei timidi che usano qualsiasi strumento per intrattenere gli altri, che ti chiedono solo di farli ridere. Così uno si tiene per sé gli ingombri, che pesano, crescono, pesano, non esternati non hanno forma, non hanno nome. Il vizio della battuta. È un orribile vizio.
Pensare di dover sempre creare una comunicazione lineare mi pesa, e non poco. Quando hai perfettamente cognizione di poter sgravare tutto ciò che ingombra, senza pretendere di dover dare spiegazioni accurate, e ad ogni modo non farlo, quella è la vera violenza. Quella è la vera vita a mezzo. Perché a volte sembra ci si vergogni perfino di vivere, e il bene che si vuole agli altri è come limitato, limitante, perché sai bene che non dai tutto te stesso. Diventa come prendere in giro il prossimo a metà. Non è così?
Mi dovrò sentir dire che non ho ragione, e invece sono convinta che noi tutti viviamo a metà. C'è il nostro piccolo mondo non condiviso, quello che abbiamo nella testa come una verità imprescindibile e assoluta, che usiamo come metro di paragone per tutto ciò che accade. Poi ci sono le chiacchierate del più e del meno, dove si ha la sensazione di non esser soli. Poi ci sono le persone che ti sono vicine, che con uno sguardo sanno guardarti a fondo, e con una parola hanno già capito tutto. E quando si inizia a parlare beh, sei cresciuto di almeno tre chili.
Ci sono poi le persone con cui si parla d'amore, e non sono tante. Parlare d'amore. Che lussi. Con i diretti interessati, come una breccia in ciò che più è importante e avviluppato in un certo nucleo strano, che non si sa spiegare eppure chiarissimo. Poi ci sono quelli con cui si parla d'amore per massimi sistemi, e non si arriva a nessuna conclusione, solo ad un'affinità di intelletti. E poi ci sono quelli che ti stanno a sentire, quei santi a cui affidi gli scleri più incomprensibili e che poi saluti di fretta perché devi andare a farti la doccia.
Così è, e il mio problema più grosso, mi dispiace ammetterlo e peccherò di presunzione, è che non ho mai saputo essere veramente stupida.
lunedì 22 marzo 2010
Giù dal nord
Ore
12:30
I'm back!
A presto con un reportage documentato. Fatemi solo caricare le foto sul computer, il che richiederà diverso tempo. Per ora posso solo dire che in Finlandia durante i cinque giorni di permanenza ho visto ridere solo un autoctono, e forse era ubriaco.
venerdì 26 febbraio 2010
Sencillamente.
Ore
20:23
Incombe cupa sull'allegria
Una mestizia di pioggia e rintocchi di campana.
Tentativi di bellezza
Un bicchiere di vino in compagnia
Si gusta ma accanto si parla di tristezza
E di quanto la vita sia vana.
Una mestizia di pioggia e rintocchi di campana.
Tentativi di bellezza
Un bicchiere di vino in compagnia
Si gusta ma accanto si parla di tristezza
E di quanto la vita sia vana.
mercoledì 30 dicembre 2009
Un pezzo del Capodanno dell'anno scorso (paravento di Audrey Hepburn escluso).
Ore
23:24
[…] Si fermarono a parlare. E proprio mentre uno di loro mi chiedeva se potesse diventare mio amico di Facebook, con la mossa di chi osserva il panorama dovetti soccombere ai conati, e mai l'Arno gioì come quella sera. E g.c. per tirarmi su mi disse "E mentre vomitavi, ti amava ancora di più" […]
giovedì 29 ottobre 2009
Ohne Titel
Ore
00:56
Buffo parlare di blog a cena (aperitivo...cos'era? C'era tanta pizza e tanta birra), è come scrivere di una cena su un blog.
Buonanotte a tutti
E mi sembra giusto lasciarvi così
MoniquaMoniquaDopo 22 anni, adessoIl diarista improvvisatoOrdina mucolitico in farmacia:Tu quel giorno decidesti di andar via.Moniqua
domenica 6 settembre 2009
Buttino della piazza.
Ore
02:47
Avete presente le feste di quartiere? I saltelli dello stordimento, il fuggi-fuggi brulicante e chiassoso degli avvinazzati, il tripudio dell'ebbrezza, un nugolo de briachi, insomma.
Se non sei ubriaco in certi posti manco ci devi metter piede. Ma non perché sia pericoloso, intendiamoci (al massimo devi stare attento ai vetri per terra), no: solo che in quel momento uno sobrio lì non sa cosa fare. Non ci deve andare, non svolge alcuna funzione, non può trarre nessun giovamento. Solo pestoni coi sandali, spinte, urla forsennate e la tranquillità gigiona di qualcuno che ti si pianta davanti proprio mentre vuoi passare. Ed è proprio in quel momento di fastidio e inutilità che ti viene in mente, in ordine:
- Perché sono capitata qui in mezzo?
- Beati o voi che vi schernite a vicenda e vi urtate senza provare ribrezzo;
- Certo che domattina non c'avete un cazzo da fare;
- Ma che ti urli;
- Ma che ti spingi;
- Perché non sono nel vostro stato? Potrei sopportare meglio questa situazione
Mah, arrivati ad un certo punto non ci riesce più tanto bene partecipare all'esorcizzazione organizzata dello stress, ma ciò che concorre in definitiva è che a cena hai bevuto acqua minerale, e hai terminato con una Schweppes al limone.
martedì 28 luglio 2009
Un ultimo brindiso
Ore
14:10

Un ultimo brindiso alle cene ghigane, al cuoco, e ovviamente agli sposi.
Poi in un futuro prossimo scriverò qualcosa di serio lo prometto, per la gioia degli impiegati comunali.
Viva Napoli, stavamo scherzando.
sabato 18 luglio 2009
Esaltatori di stile
Ore
13:35
- Accendere sigarette con i cerini: stile + 40%
- Fumare la pipa: stile + 20%; accesa con i cerini: stile + 50%
- Avere un portaoggetto per ogni oggetto posseduto: stile + 30%
- Ballare il reggae a spalle strette: stile + 5%
- Partenza in auto con sgassata: stile + 20%
- Indossare occhiali da sole firmati: stile + 15%; carisma + 20%; sintomatico mistero + 30%
- Avere un iPod -ultimo modello-: stile + 40%; con gli auricolari originali: stile + 50%; con le cuffione ai tec: stile + 60%
- Leggere assorti in metropolitana: stile + 15%
- Fare foto eccentriche: stile + 20%
- Scrivere su un blog: stile + 10%
- Scrivere con la stilografica: stile + 25%
- Stare chiusi in casa sparendo dalla circolazione e guardare la tv mentre gli altri pensano tu stia facendo chissà cosa con chissà chi: stile + 30%
- Parlare e capire una lingua sconosciuta ai più: stile + 40%
- Reggere l'alcol: stile + 25%
- Indossare accessori eccentrici: stile + 25%
- Non rispondere ai messaggi: stile + 10%
- Non richiamare: stile + 15%
- Ascoltare musica che nessuno conosce: stile + 35%; dire compiaciuti "Come, non li conosci?": stile + 45%
- Togliersi le scarpe per entrare in contatto con la propria naturalezza: stile + 5%
- Assumere posture da contorsionista nei mezzi pubblici: stile + 15%
- Dire "assolutamente": stile + 7%
- Avere un'acconciatura unica: stile + 20%
- Cinismo: stile + 10%
- Sarcasmo: stile + 10%
- Essere amico di questo e quello: stile + 50%
- Attività artistiche varie: stile + 45%
- Mangiare biologico: stile + 30%
- Essere vegetariano: stile + 20%; vegano: stile + 25%; ghigano: stile + 80%
- Credere di avere stile: stile + 0.4%
- L'hai visto l'ultimo di Konchalovsky?
- Eh?
- PUPPA!!
sabato 25 aprile 2009
Fenech: ovvero il tutto e il niente
Ore
14:37
Mi è stato gentilmente chiesto di disquisire sul nuovo concetto del Fenech. Se ne ignorano le ragioni, ma nel mio gruppo di amici tocca sempre a me formalizzare i nuovi concetti linguistici - forse perché sono stata proprio io la pioniera della formalizzazione, ma non dell'invenzione -.
Orbene, dicevo. Il Fenech. Premetto che non ero presente quando il termine è stato coniato. Ho tuttavia ricevuto la notizia del neonato per telefono e grazie alla messaggistica istantanea. Presumibilmente in data ieri, la nostra centralina neologica (più precisamente la sede distaccata della capitale) ha dato vita ad un nuovo concetto. Il Fenech, appunto. Gioisco che mi sia stata chiesta l'autorizzazione previa l'effettivo utilizzo. Ho dato un placet, ma con riserva. Gli concediamo uno stage per il momento.
Dunque, le cose sono andate più o meno così. Gruppo di persone che si ritrovano, probabili alcolici di media gradazione presenti. Ma non è detto. Improvvisamente salta fuori l'argomento Il Grande Cinema Italiano: il passo verso Edwige Fenech è scontato, immediato nonché baldanzoso. Ora. Si dovrà riconoscere che, dato l'argomento di ardua disquisizione, si possa chiudere un occhio di fronte a questi ragazzi che ancora non dispongono nei loro curricula delle lauree magistrali. Essi, rasentando l'ingenuità, non ricordavano nessun titolo dei capolavori in cui l'eccelsa attrice aveva omaggiato i registi con la di lei partecipazione. Non si deve però far passare inosservata la vivida intelligenza dei giovani neologisti, quando si tratta di eludere le lacune culturali. Questi ragazzi, autori del concetto di cui mi accingo a disquisire, hanno deciso di far sgorgare dalla loro fervida immaginazione titoli di pellicole immaginarie, in cui il cognome della cara Edwige d'oltr'alpe sostituiva idee di ogni foggia: Io, tu e Fenech, In viaggio con Fenech, Oltre il Fenech. Ecc. E sono esempi che mi sto a presente inventando. A maggior ragione: la versatilità del termine prende vita, già entra in funzione, in circolo, nel meccanismo a noi tanto caro, a noi, che vediamo il mondo in modo diverso. E che non ci basta il vocabolario di cui disponiamo (ed ammettiamo nostro malgrado di non conoscere il Devoto Oli - che unge al contatto - a memoria, ma neanche il Beato Angelico se è per quello). Fenech possiamo considerarlo come un termine di ampiiissima estensione, in cui, e Saussure ci darà ragione, per un unico significante, abbiamo un'infinità di significati.
Paradossi: la lingua ne risulta contemporaneamente arricchita e impoverita. Arricchita poiché grazie a Fenech possiamo esprimere anche idee che altrimenti resterebbero non sviluppate, ma allo stesso tempo impoverita. Non impareremo infatti ad usare termini già esistenti per dar vita ai concetti, utilizzando questo comodo passe-partout. Parlando per assurdo, se il fenomeno si espandesse diremmo solo Fenech per ogni attività oratoria e comunicativa. Ad esempio. Dialogo del 3000 d.C.:
- "Fenech!"- "Fenech? Fenech!"- "Fenech, Fenech...Fenech."- "Fenech. Fenech."
Dunque, dunque, dunque. Con questo tricolon retorico connotato da ripetitività e piattezza, e non dalla crescita progressiva, possiamo riassumere il concetto di Fenech come:
Fenech: agg., sost., verbo s.-pl. m.-f. [B. D. R., AA. VV. Roma, 24/04/2009]. Termine eufemistico che elude la carenza conoscitiva di un argomento. In senso lato, può significare momentanei lapsus o la volontà di eludere un concetto, perché irritante o offensivo per l'interlocutore. Più semplicemente, a mo' di sberleffo, è possibile nominare Fenech qualsiasi concetto, solo per il gusto che se ne trae a cambiare il significante. Es. Guarda quel -! Ma non è troppo - secondo te? Prova quel -, è buono.
Fenech ancora deve fare carriera, ma il suo esordio rimane tuttavia interessante. Lo raccomanderemo a ghighi, vulps, culo affinché lo aiutino a districarsi nel difficile mondo dei neologismi. Che non si lamenti di vedersi affibbiati dei tiutors, fare le cose da soli diventa più complicato. Soprattutto se non ti nomina mai nessuno.
domenica 1 febbraio 2009
Vicolo cieco
Ore
03:27
Il linguaggio è inefficace.
Portare argomentazioni, ed avere l'impressione che gli altri recepiscano il contrario di quello si voleva esprimere.
Oppure per mantere una certa coerenza sostenere un'idea che finisce in un vicolo cieco, e pur di conservare la falsa linea che gli altri pensano si sia adottata, cercare motivi estemporanei a favore della propria opinione, a cui in un ragionamento precedente, solitario e non formalizzato non si aveva nemmeno fatto caso. Alla fine tacere, per non mentire a sé stessi, e restare ad ascoltare.
Non soccombere anche se mentalmente si è trovato decisamente convincente una tesi avversa. Lasciare la discussione alzandosi perché è tardi e non perché si sia giunti ad un accordo, e dirsi che in fondo la ragione ce l'ho io, perché il punto di vista è mio e la mia verità è questa, e la mia verità se non l'ho espressa col linguaggio perché inefficace tant pis. Mi dovrebbe bastare.
Non capisco più se anch'io travisi ciò che gli altri avevano travisato oppure se travisi me stessa direttamente. Da soli, fila tutto più liscio.
La dichiaro confusa
Però! Il vino in compagnia è impagabile.
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