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sabato 10 dicembre 2011

Loop

Umberto Tozzi

È grave, è gravissimo, non riesco a togliermi dal capo Ti amo di Umberto Tozzi, c'ho provato con Radio Nostalgie ma era a tratti sulla stessa lunghezza d'onda, allora ho messo la musica classica per fare da antidoto ma niente e ora mi tocca scrivere un post. Mi s'è piantata nel cervello perché l'ho "dovuta" far cantare in classe e per l'occasione l'ho accompagnata di Pappalardo e Al Bano e Romina per discutere un po' del dubbio gusto di questi pezzi e sul perché possano piacere a qualcuno. Ma questo è successo l'ultima volta venerdì pomeriggio e da allora appena c'è silenzio partono quelle minchia di note
Poi giuro che archivio l'argomento.
Volevo solo dire che alla frase "Apri la porta a un guerriero di carta igienica" si percepiva un più che sottile sgomento fra i banchi. D'altronde non è la sola fragilità ad essere evocata. I ragazzi sono arrivati da soli al punto

E poi punto.
.

Il n'y a point de point initial alors pourquoi un point final

sabato 27 novembre 2010

Questi post davanti al mare

E fin qui abbiamo parlato e sparlato, discusso, pianto e cantato. Abbiamo riso prima di fare la battuta, e da soli ripensando a una cosa. Ci siamo messi in mostra e in disparte, e brindato e siamo andati a riposare. Abbiamo detto le solite cazzate del caso, passato il tempo alla meglio. Abbiamo letto e scritto, alzato la mano, fatto tanti convenevoli e anche sognato. Sogni belli, brutti, mediocri in bianco e nero di cui rimane solo l'alone che scompare alla prima specchiata mattutina (ora ci sei solo tu davanti allo specchio)

E la resa dei conti?

Stavo discutendo poco fa con un'amica che ci vorrebbe un'involuzione, si dovrebbe retrocedere; capiamo noi stessi così bene e abbiamo così chiare le situazioni da renderci ancora più confusi.
Chissà! L'uomo si porta dietro il fardello della soddisfazione della consapevolezza, e invece mah, si diventasse un po' più ruspanti sai quante soddisfazioni in più.
Che tanto diciamocelo scavare e scavare fa sempre più male, vorrei dimenticare alcune cose, ma tanto è d'uopo che continui a pensare, e costruire sopra quello che c'è.

Il fatto è che, se invece di cercare la propria felicità ci si dà in pasto a surrogati e diversivi, la prima negatività ti piega

Perché non hai niente con cui difenderti e tutto da cui difenderti.

L’homme n’est qu’un roseau, le plus faible de la nature; mais c’est un roseau pensant. Il ne faut pas que l’univers entier s’arme pour l’écraser: une vapeur, une goutte d’eau, suffit pour le tuer. Mais, quand l’univers l’écraserait, l’homme serait encore plus noble que ce qui le tue, parce qu’il sait qu’il meurt, et l’avantage que l’univers a sur lui, l’univers n’en sait rien. Toute notre dignité consiste donc en la pensée. C’est de là qu’il nous faut relever et non de l’espace et de la durée, que nous ne saurions remplir. Travaillons donc à bien penser: voilà le principe de la morale. Ce n'est point de l'espace que je dois chercher ma dignité, mais c'est du règlement de ma pensée. Je n'aurai pas davantage en possédant des terres: par l'espace, l'univers me comprend et m'engloutit comme un point; par la pensée, je le comprends.

L'uomo è soltanto una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c'è bisogno che l'intero universo si armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d'acqua bastano ad ucciderlo. Ma, quandanche l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe ancor più nobile di ciò che lo uccide, perché sa di morire, e del vantaggio che l'universo ha su di lui, l'universo non ne sa niente. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È da qui che dobbiamo risollevarci e non dallo spazio e dalla durata, che non sapremmo riempire. Impegniamoci dunque a pensare bene: ecco il principio della morale. Non è a partire dallo spazio che devo cercare la mia dignità, ma dall'organizzazione del mio pensiero. Non avrei di più possedendo terre: attraverso lo spazio, l'universo mi comprende e mi inghiottisce come un punto; attraverso il pensiero, lo comprendo.

Blaise Pascal, Pensées, 1660 

Sono queste fortune del tutto particolari 
- l'universo pur comprendendoci non ci comprende.

mercoledì 7 luglio 2010

Approfitto dello stato di ebbrezza. Poi domani chissà.

Stasera sono rincasata stordita. Non succedeva da tempo ormai. E infatti qui di seguito un discorso che si addice a una persona stordita, o forse solo più lucida. L'avrei potuto fare oralmente, invece mi trovo a scriverlo. Siamo andati via di fretta, e avrei preferito stare a chiacchierare. Cosa pretendere, da figlia unica so benissimo sbrigarmela da sola, in questi casi. 

Ho cambiato sigarette, ma stasera ho quelle di una volta, quelle di tutta una serie di anni passati a fumare come un'imbecille, di quelle sigarette che fumi e dimentichi. E ho capito una cosa. Ho capito che voglio un interlocutore con cui poter essere fraintesa. Il fraintendimento è la mia meta. La mia metà. Quale lusso pretendere qualcuno con cui dire e disdire, in uno scambio pari di motteggi costruttivi, distruttivi, istruttivi. Per scavare in fondo a sé stessi nella più completa sincerità, nella più completa connessione, nel più completo rispetto. Senza giudizi, senza facce storte. So di essere perfettamente in grado di farlo. Quando uno deve render conto o dimostrare qualcosa, o cambiare per essere accettato, anche di poco, che immensa sconfitta. Per fortuna la vita mi ha regalato anche persone con cui questo procedimento avviene. Ma non con tutti funziona, e questo mi fa sentire oltremodo frustrata.

Che noja dover aspettare sempre il due più due. A volte si ha la sensazione di dire e comportarsi solo in parte, quando ci vorrebbe così poco per darsi completamente. Poi però, la paura degli altri, la derisione, l'esclusione. L'etichetta, le norme sociali. Mi sento a volte così frenata, e so che potrei dare molto di più, se solo dicessi tutto quello che mi passa per la testa. O se lo facessi. Poi mi dico no, bisogna che il pensiero e gli atti vengano filtrati da quel briciolo di razionalità che  mi resta. E nonostante tutto non mi sento ridimensionata, in linea di massima mi sembra di offrire agli altri la stessa immagine che ho di me stessa. Ma poi...poi resta un'amarezza di fondo, un'amarezza che conosco, e che non dò a vedere tanto spesso. Il problema è l'immagine che si ha degli altri. Ci costruiamo un mausoleo di chi ci sta di fronte, ci appoggiamo a un'iconografia indistruttibile di chi ci circonda. Ma non è così. Tutti abbiamo bisogno di cantare, di dire, di fare, di offrire le proprie qualità, di migliorare i propri difetti. 

Sai cos'è. Che bisogna minare la propria coerenza. Se uno è sempre ironico, allegro, va a finire che non si riesce a far pesare la propria serietà, e ogni atto o parola viene scambiata per ironica. Se, al contrario, si è sempre seri, nessuno ride alle tue battute. Non che le persone ironiche non siano degne di rispetto, di gravità: ma questo solo chi è intelligente lo sa. Per il resto, si approfittano di te e della tua allegria costruita. Trovare una via di mezzo non è facile, ma è sempre possibile offrire uno spiraglio di quello che si è, veramente. Le persone gravi sono in realtà dei giocosi che hanno paura di esser presi in giro, dei timidi. I simpaticoni sono dei timidi che usano qualsiasi strumento per intrattenere gli altri, che ti chiedono solo di farli ridere. Così uno si tiene per sé gli ingombri, che pesano, crescono, pesano, non esternati non hanno forma, non hanno nome. Il vizio della battuta. È un orribile vizio.

Pensare di dover sempre creare una comunicazione lineare mi pesa, e non poco. Quando hai perfettamente cognizione di poter sgravare tutto ciò che ingombra, senza pretendere di dover dare spiegazioni accurate, e ad ogni modo non farlo, quella è la vera violenza. Quella è la vera vita a mezzo. Perché a volte sembra ci si vergogni perfino di vivere, e il bene che si vuole agli altri è come limitato, limitante, perché sai bene che non dai tutto te stesso. Diventa come prendere in giro il prossimo a metà. Non è così?

Mi dovrò sentir dire che non ho ragione, e invece sono convinta che noi tutti viviamo a metà. C'è il nostro piccolo mondo non condiviso, quello che abbiamo nella testa come una verità imprescindibile e assoluta, che usiamo come metro di paragone per tutto ciò che accade. Poi ci sono le chiacchierate del più e del meno, dove si ha la sensazione di non esser soli. Poi ci sono le persone che ti sono vicine, che con uno sguardo sanno guardarti a fondo, e con una parola hanno già capito tutto. E quando si inizia a parlare beh, sei cresciuto di almeno tre chili.

Ci sono poi le persone con cui si parla d'amore, e non sono tante. Parlare d'amore. Che lussi. Con i diretti interessati, come una breccia in ciò che più è importante e avviluppato in un certo nucleo strano, che non si sa spiegare eppure chiarissimo. Poi ci sono quelli con cui si parla d'amore per massimi sistemi, e non si arriva a nessuna conclusione, solo ad un'affinità di intelletti. E poi ci sono quelli che ti stanno a sentire, quei santi a cui affidi gli scleri più incomprensibili e che poi saluti di fretta perché devi andare a farti la doccia.

Così è, e il mio problema più grosso, mi dispiace ammetterlo e peccherò di presunzione, è che non ho mai saputo essere veramente stupida.

domenica 28 marzo 2010

Babbo, ce li hai 10 €

Esiste più di un modo per sentirsi giovane. Qullo più eclatante è di sicuro essere giovane e far combaciare le sensazioni con la realtà dei fatti. Non c'è soddisfazione più grande. E la soddisfazione fa ringiovanire. Sai che bello pensarsi giovani ed esserlo effettivamente, c'è chi lo sa e chi lo ricorda. Perché puoi sentirti giovane quanto ti pare, ma se hai 75 anni non prendermi in giro, perfavore. L'età non è un impedimento, sia detto per inciso. Soltanto che sentirsi giovani in genere fa stare meglio che sentirsi vecchi e sentirsi vecchio ed esserlo veramente non comprende la consolazione di avere almeno il corpo dalla tua.


Come faccio io per sentirmi giovane? Dimentico il borsello da un'altra parte!
Non posso votare, non posso guidare, non ho soldi da spendere. Non posso provare di essere iscritta all'università, non posso acquistare - per dire - voli su internet. Dipendo per un tempo determinato dai miei genitori e il mi' babbo mi compra anche le sigarette. Più giovane di così.



mercoledì 27 gennaio 2010

Mémoire

Come hanno fatto a spiegarci l'Olocausto? Senza ricevere tanta sofferenza com'è possibile capirlo? Come faranno i nostri - e i vostri - figli a capirlo? Sapremo spiegarglielo? Mi chiedo se sia più insita nell'uomo la cattiveria o la compassione per comprendere questo ma anche i drammi di sempre. Al di là dei numeri e dei film. Al di là delle pacche sulla spalla e le ricorrenze, che vanno tradizionalmente mantenute affinché realmente non scompajano.
La giornata della memoria, per non dimenticare che siamo tutti degli stronzi e che ognuno nel suo piccolo è in grado di compiere grandi cattiverie. Poi in larga scala un dittatore malato di mente si permette di meglio, di più. E quante stragi nascoste e quotidiane, ricordo tutte le vittime con calore.

Culi, non vi farò mai del male - il meno che posso.

martedì 22 dicembre 2009

Non si lamenti la Salani, ora che ha rimpinzato il suo tesoro alla Gringott.

È con immenso piacere che vengo qui ad annunciare che dopo quasi quattro lunghi mesi FINALMENTE ho finito di leggere l'eptalogia di Hewlett Packard. No: non sperate che smetta di parlarne. Sie, troppo facile. Sono così propensa alle ossessioni che ci vorrà del tempo, e dovrete avere pazienza.
Colgo l'occasione per dare dell'imbroglione farabutto a chiunque avesse cercato di svelarmene il finale - peraltro con versioni errate.

Ma volevo allegare anche un simpatico aneddoto degli ultimi due giorni. 
Come molti di voi sapranno, ho condiviso la lettura potteriana con mio padre, il quale si è appassionato quanto me alla storia del maghetto, al suo coraggio e alle sue sfighe. Ma cosa non fa l'insonnia! Jeri verso le cinque e mezza del mattino qualcosa mi ha svegliato. Tutto era bujo intorno, tranne una piccola luce concentrata. Ho pensato "Cazzo, un ladro!". Poi questi ha parlato: "Sono io!" - Il mi' babbo con la torcia. "Dov'è???" "Che cosa, babbo" "Niente, l'ho trovato". E mi ha così sottratto la copia che avevo lasciato sul comodino (credo che ci siamo lasciati trasportare dalla narrazione, manco fosse un cimelio protetto da un basilisco a tre teste).  Poi mi alzo alla mia ora, tutto regolare, lo incontro in cucina e gli chiedo se per caso mi fossi solo immaginata l'incursione in camera. Lui ha accennato un sorrisetto compiaciuto e mi dice "Sì. Dopo che la tu' mamma s'è alzata non sono riuscito più a dormire". 
Bene. Passa la giornata, lavoro, bubu, baba, neve, che freddo che fa, continuo la lettura, si cena, si guarda un film. Poi ecco: prima di dormire riesco a finire il settimo ed ultimo volume. Hurrah, eeeeeee soddisfazione, ecc. ecc.  Non ripongo il libro sul comodino, ma accanto ai suoi sei fratelli in libreria: che riposi in pace. Poi zacchete, mi sono addormentata. 
Stamattina ho aperto gli occhi e ho visto il comodino vuoto, ho pensato Maremma quello sarà venuto a rubarlo anche stanotte?! Poi un guizzo di lucidità mi ha fatto ricordare che l'avevo messo via la sera prima, che era logico non fosse lì. Accendo la luce - la libreria ospitava un buco che avrebbe potuto contenere circa 697 pagine, accanto a un certo Harry Potter e il Principe Mezzosangue. E poi uno si chiede ancora cosa ci trovi.

martedì 1 dicembre 2009

Camminando te ne vai

Mi ha sempre affascinato la caratteristica della singolarità degli individui: ognuno ha una piccola visione del mondo irripetibile e un punto di vista che mai potremo sperimentare, se non mediante il sogno. Sento una eco:
"Se il Sogno ed il Vero si equivalgono, nel momento stesso in cui sogniamo la vita di terzi, noi viviamo effettivamente quell'altra vita.
Considerato ciò:
· Siamo in grado di sognare e quindi ugualmente vivere invero chi vogliamo ed essere contemporaneamente il capo di chiunque. Questa prospettiva ci permetterebbe potenzialmente di conquistare il mondo, se non altro nel caso in cui considerassimo il termine capo nella sua accezione banale. 
·  Allo stesso modo, qualunque altro essere penZante può sognare e vivere la nostra vita, che non sarà mai la nostra, ma la sua, sarà una verità nel suo capo. Ma essendosi questo individuo avvalso del PenZiero e del Sogno per intraprendere quest'impresa gli spetta il Vero e a noi ci tocca sottoscrivere."

Eco che è restata solo un progetto, e qui un po' campata in aria, o areata in campo, almeno per i lettori, ma non certo per gli autori.

La vita ti trascina e capita meno di frequente di fare dei giri mentali su questo argomento, che ci è comunque tanto caro, da perderci le serate.
Anzi, sembra imporsi non senza vergogna la convinzione che tutti la pensino esattamente come te, perdendo del tutto la moltitudine dei modi di pensare, di reagire, di vivere, in una parola.
Tuttavia torna in auge, inesorabile, quando in piedi, sola, vedo delle macchine passare per un po' di tempo. Di norma accade in un momento di attesa, dove i tuoi pensieri si disperdono e devono ritrovare la via di casa.

Succede perché è più visibile l'idea del viaggiare su questa terra in un contenitore a noi visibile, un microcosmo privato, quasi una casetta, dalla forma più definita.
Il corpo è la scatola che contiene i nostri pensieri, il nostro mondo, e l'auto è la scatola che contiene il conducente che a sua volta contiene il suo piccolo mondo. Ti soffermi, e tutti quei mezzi busti che sembrano muoversi da soli per mezzo di una forza invisibile portano all'idea che non siano tante code dell'occhio che si susseguono, ma persone che stanno andando da qualche parte per dei motivi sconosciuti, e hanno reti di conoscenze di individui a te ignoti ma che fra di sé si conoscono. E da lì si spazia...
Quando si girano a guardarti sai di essere solo un cameo in un istante dimenticato nel corso della loro giornata, e il cameo in questione per conto suo si arrovella per risolvere i propri grattacapi o godersi qualche scintilla di gioia, e si sente un essere perfettamente pensante, non un elemento di decoro come possono essere le macchine, i cestini, i passanti in un momento di stand-by del giorno.
Ed è in questo momento che, da cameo, riesci a ridimensionare i tuoi problemi o presunti tali: a volte fa piacere far parte dell'arredamento.



Auguro a tutti quelli a testa china di trovare lungo il loro cammino un biglietto da cinquanta euro.

domenica 13 settembre 2009

Che schifo, un piccione morto!

Piccione
Troppo ti sei affacciato sul torrione
La rete ti ha intrappolato
Ponendo fine al tuo volo stentato.

Piccione, ora giaci a testa china
Ignorando il guano della nidiata vicina
Ed il piumaggio argentato
Del tuo genere alato.

Piccione
Ti han guardato tante persone
Da lontano non si vede
La tua lenta decomposizione.

Piccione
Peristi di sabato sul torrione
Ora la rete ti trattiene, è così
Ti toglieranno solo lunedì.

mercoledì 9 settembre 2009

Le dimenticanze

La dimenticanza è quel movimento che va da ciò che mediante il pensiero l'uomo ha raffigurato nella memoria alle insondabili sfere dell'oblio, dove il linguaggio e le facoltà mentali si annullano, fissandosi per sempre in un'altrove indicibile che raccoglie l'informe. Si fa quindi dissipazione, dissolvenza, annientamento; opposto della ricordanza, dove grazie al pensiero si trasforma in presenza un'immagine antica accolta anzitempo in una lontananza non ancora delineata.

Tutto questo per dire che ho dato l'esame ma mi ero scordata il libretto universitario a casa. Sarà stato Leopardi, col suo zampino.



© ray3c

martedì 1 settembre 2009

D'estate quante cose si scoprono!

Ah e volevo anche aggiungere dopo la baggianata dell'imbianchino che sono sconvolta; ieri mia madre se n'è uscita dicendo che sono nata alle 13 e 20. È questo il momento di rivelare le cose come stanno? Sono sempre stata convinta che la mia ora di nascita fosse mezzogiorno (non che me ne ricordassi direttamente), e questa nuova verità mi fa capire di aver vissuto fin qui nella menzogna, convinta di essere ascendente sagittario quando è capricorno.

Poi è logico che lo scetticismo prevale.
Tzè.

domenica 24 maggio 2009

Giacinto del Prato Coniglio ricita

Do fundo da inconsciência
Da alma sobriamente louca
Tirei poesia e ciência
E não pouca.
Fernando...


Dal fondo dell'incoscienza
Dell'anima sobriamente matta
Ho estratto poesia e scienza
E tanta.


É por ser mais poeta
Que gente que sou louco?
Ou é por ter completa
A noção de ser pouco?
...Pessoa.

Sono folle perché più poeta
Che gente?
O perché ho completa
La nozione di esser quasi niente?

sabato 25 aprile 2009

Fenech: ovvero il tutto e il niente

Mi è stato gentilmente chiesto di disquisire sul nuovo concetto del Fenech. Se ne ignorano le ragioni, ma nel mio gruppo di amici tocca sempre a me formalizzare i nuovi concetti linguistici - forse perché sono stata proprio io la pioniera della formalizzazione, ma non dell'invenzione -.
Orbene, dicevo. Il Fenech. Premetto che non ero presente quando il termine è stato coniato. Ho tuttavia ricevuto la notizia del neonato per telefono e grazie alla messaggistica istantanea. Presumibilmente in data ieri, la nostra centralina neologica (più precisamente la sede distaccata della capitale) ha dato vita ad un nuovo concetto. Il Fenech, appunto. Gioisco che mi sia stata chiesta l'autorizzazione previa l'effettivo utilizzo. Ho dato un placet, ma con riserva. Gli concediamo uno stage per il momento.
Dunque, le cose sono andate più o meno così. Gruppo di persone che si ritrovano, probabili alcolici di media gradazione presenti. Ma non è detto. Improvvisamente salta fuori l'argomento Il Grande Cinema Italiano: il passo verso Edwige Fenech è scontato, immediato nonché baldanzoso. Ora. Si dovrà riconoscere che, dato l'argomento di ardua disquisizione, si possa chiudere un occhio di fronte a questi ragazzi che ancora non dispongono nei loro curricula delle lauree magistrali. Essi, rasentando l'ingenuità, non ricordavano nessun titolo dei capolavori in cui l'eccelsa attrice aveva omaggiato i registi con la di lei partecipazione. Non si deve però far passare inosservata la vivida intelligenza dei giovani neologisti, quando si tratta di eludere le lacune culturali. Questi ragazzi, autori del concetto di cui mi accingo a disquisire, hanno deciso di far sgorgare dalla loro fervida immaginazione titoli di pellicole immaginarie, in cui il cognome della cara Edwige d'oltr'alpe sostituiva idee di ogni foggia: Io, tu e Fenech, In viaggio con Fenech, Oltre il Fenech. Ecc. E sono esempi che mi sto a presente inventando. A maggior ragione: la versatilità del termine prende vita, già entra in funzione, in circolo, nel meccanismo a noi tanto caro, a noi, che vediamo il mondo in modo diverso. E che non ci basta il vocabolario di cui disponiamo (ed ammettiamo nostro malgrado di non conoscere il Devoto Oli - che unge al contatto - a memoria, ma neanche il Beato Angelico se è per quello). Fenech possiamo considerarlo come un termine di ampiiissima estensione, in cui, e Saussure ci darà ragione, per un unico significante, abbiamo un'infinità di significati.
Paradossi: la lingua ne risulta contemporaneamente arricchita e impoverita. Arricchita poiché grazie a Fenech possiamo esprimere anche idee che altrimenti resterebbero non sviluppate, ma allo stesso tempo impoverita. Non impareremo infatti ad usare termini già esistenti per dar vita ai concetti, utilizzando questo comodo passe-partout. Parlando per assurdo, se il fenomeno si espandesse diremmo solo Fenech per ogni attività oratoria e comunicativa. Ad esempio. Dialogo del 3000 d.C.:
- "Fenech!"
- "Fenech? Fenech!"
- "Fenech, Fenech...Fenech."
- "Fenech. Fenech."
Dunque, dunque, dunque. Con questo tricolon retorico connotato da ripetitività e piattezza, e non dalla crescita progressiva, possiamo riassumere il concetto di Fenech come:

Fenech: agg., sost., verbo s.-pl. m.-f. [B. D. R., AA. VV. Roma, 24/04/2009]. Termine eufemistico che elude la carenza conoscitiva di un argomento. In senso lato, può significare momentanei lapsus o la volontà di eludere un concetto, perché irritante o offensivo per l'interlocutore. Più semplicemente, a mo' di sberleffo, è possibile nominare Fenech qualsiasi concetto, solo per il gusto che se ne trae a cambiare il significante. Es. Guarda quel -! Ma non è troppo - secondo te? Prova quel -, è buono.

Fenech ancora deve fare carriera, ma il suo esordio rimane tuttavia interessante. Lo raccomanderemo a ghighi, vulps, culo affinché lo aiutino a districarsi nel difficile mondo dei neologismi. Che non si lamenti di vedersi affibbiati dei tiutors, fare le cose da soli diventa più complicato. Soprattutto se non ti nomina mai nessuno.

martedì 27 gennaio 2009

Ricrediti.

"E invece no
Invece mi dicono:
"Che bel posto hai
Sei più bella di Marylin
...o di Evelyn?


...Non ricordo più".