Visualizzazione post con etichetta Così è se mi pare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Così è se mi pare. Mostra tutti i post

mercoledì 28 novembre 2012

Il rutto del dogma

I primi segni coscienti dell'abuso dell'assolutamente li registro già al liceo, in qualche annata compresa fra il 2002 e il 2004. La pulce nell'orecchio me la impiantò il mio professore di italiano e latino, che si lamentava alle risposte del mio compagno di banco interrogato, che spesso alle domande ribatteva con "Assolutamente!". Il docente, uomo cinico, ironico, alto e provato dalla vita e dagli adolescenti lo redarguiva con "Ma assolutamente che? Che vuol dire? Sì? No? Assolutamente non vuol dire niente!"

Poi sono passati un po' di anni senza televisore in casa e la questione la sentivo sopita. Poi mi è tornato all'udito l'assolutamente, più assordante di prima.

Io avevo creduto fosse un fenomeno effimero che sarebbe durato una stagione invernale di Verissimo al pomeriggio, ma a quanto pare questo orribile assolutamente sta mettendo le radici nella lingua italiana come una mangrovia, o come un callo, e sta scavando  i suoi osceni cunicoli già da una decina d'anni, o anche da prima, ma del prima non me ne rendo conto.

Mi sono chiesta in quale calderone sia stato generato l'uso fuori luogo di questo avverbio che andrebbe usato proprio pochissimo. Andrebbe usato con parsimonia perché la vita di rado è categorica: si può dire che è assolutamente vero che si muore, ma rispondere a Ti piace il giallo? con Assolutamente sì, io senti, se non ti dispiace, ti vomito addosso.
Ti vomito addosso perché hai guardato troppi film doppiati male. Dove qualcuno ha tradotto un absolutely della sceneggiatura che non ha ragion d'essere in italiano.
Ti vomito addosso perché articolando quella parola in italiano esterni il fatto di non saper speculare su un concetto, ma butti là un dogma anche per cose ridicole. Perché noi tutti, nell'ottanta percento dei casi (sì, anche e soprattutto la politica spettacolarizzata rientra in questa percentuale), parliamo di cose ridicole, basta saperlo, basta essere al corrente che le discussioni non riguardano sempre i massimi sistemi. Smettere di parlare di cose quotidiane e ridicolizzabili - più che ridicole - sarebbe ridicolo di per sé, ci mancherebbe altro.
E in questa Italia becera la discussione (soprattutto quella dei salotti televisivi) non prevede più un dialogo di ascolto e replica, ma una dettatura scandita di chi fa la voce grossa. Anche quando si parla di cazzate, inconsciamente. Quindi quella categorizzazione dovrebbe convincere l'interlocutore che si stanno pronunciando parole profetiche e indiscutibili. AÒ!!! Ma come ti permetti? Dov'è la libertà di controbattere? Dov'è la libertà di pensiero e di azione? Chi sei tu per imboccarmi verità?
L'assolutamente eleva a dogma la cazzata. Viva la cazzata eh per carità, campi cent'anni ma almeno facciamo i distingui. E quindi la domanda è Chi sei tu per darmi in pasto cazzate travestite?


Come accennato sopra, poi appunto l'apice della minchiata lo raggiungono le risposte secche "Assolutamente sì!" o "Assolutamente no!" come se il semplice "Sì" o "No" non fossero sufficienti a far credere che le parole possano esprimano realmente il proprio pensiero. Ma che ci vuole il certificato di garanzia per rispondere a una domanda triviale? Che è il meidinitali della risposta? Il e il no da soli so' tarocchi? Accendi l'apparecchio e vedi le interviste per la via:
- Fa assolutamente freddo? - Assolutamente sì! - E quindi lei pensa di non andare a fare il bagno al fiume assolutamente seminudo? - Assolutamente no! - Assolutamente grazie, assolutamente arrivederci! - Assolutamente prego!

MA CI ANDATE IN QUELL'ASSOLUTO POSTO!?

Io ce l'ho con chi lo usa, non ci posso fare niente. Se sento dire erroneamente a qualcuno assolutamente da quel momento in poi non gli dò più peso, per me è cretino, punto. 

Se non ci avete ancora fatto caso, fatecelo per favore. Anche se mi sembra impossibile non averci fatto caso.

Mi viene l'orticaria ad ogni assolutamente sentito in tivù o per la via. In tivù perché sono capre che scimmiottano l'inglese a cazzo di cane, per la via perché imitano i beceri della tv.

È il rutto del dogma, la verità che perde importanza, la pecoraggine che prende piede.

sabato 8 settembre 2012

Ça t'amuse

© Frontierenews
Si sta spargendo la voce dell'apertura di questo nuovo ristorante fiorentino dal nome che farà ridere i più, "L'è maiala!", in cui i proprietari accettano di essere pagati con il baratto. Quindi uno arriva e si mette d'accordo offrendo artigianato o materie prime dell'orto, o in casi estremi, si può pagare anche a soldi. Il nome dell'osteria significa "È dura!" e vuole venire incontro ai cittadini in tempo di crisi.
Ecco, io dopo un primo momento in cui m'è venuto da sorridere trovandola un'idea originale, penso in fin dei conti di non metterci mai piede in vita mia.
Le ragioni di questo boicottaggio sono molteplici. Innanzitutto con questa iniziativa sembra che andare al ristorante sia una necessità primaria. I soldi scarseggiano e ti pago con un mobile di casa: è giusto nei confronti di chi la miseria la vive per davvero? Inoltre, mi dico, se uno non si può permettere il ristorante, se ne sta a casa sua. La clientela si presume sarà dunque popolata da curiosi, curiosi del ristorante e della povertà. Quindi è tutta una messa in scena, una ricca presa per i fondelli di chi si vergognerebbe realmente di vendere le proprie cose per mangiare. E poi, ma sì! Fregiamoci di un'ennesima involuzione mascherata da operazione progressista. Trattasi invece di sciacallaggio bello e buono, una goduriosa operazione di marketing che specula sulle presunte tasche sempre meno piene della gente. Gente che, ripeto, se le tasche ce le ha vuote di certo non va all'è majala ma l'è majala! lo dice a casa sua.

martedì 20 settembre 2011

La sœur Lumière

Johan Amos Comenius (1592-1671) Källa: Aug. Sc...
Comenius
Latito da cent'anni, sono immersa in perdite di tempo inframezzate da studio e preparativi mentali. Scusate. Ho appena aperto un tumblr sul prossimo assistentato Comenius... se non si fosse intuito leggendo fra le righe dei precedenti post. Avevo provato prima a metterlo su Wordpress, e devo dire che se la tirano a bestia e li ho scacciati dalla mia vista. Forse (anche senza forse, va') lo stile sarà un po' meno papale papale rispetto a questo spazio, quindi: 
  • niente parolacce (su come certe volte si possa esprimere veramente un concetto senza risultare subdoli o artificiosi o perlomeno semiaccademici ci penserò poi. Ogni tanto la parolaccia ci sta, sennò il significato della frase cambia);
  • le trovate di spirito saranno sullo scontato andante pur facendo del mio meglio
Vi ho avvertiti. Quando leggo affari stucchevoli mi viene il voltastomaco, farò in modo che lo risulti il meno possibile. 
Il fatto è che dovrebbe essere un lavoro pseudoserio da segnalare anche all'Agenzia Nazionale LLP, che chiede di tenere traccia di quel che si fa. Quindi se uno si rompe i coglioni a guardare che ci scrivo è perdonato. Mi scuso con i destinatari della mail di gruppo in cui chiedevo consigli su quella pagina, ho già deciso che va bene così prima di sentire tutte le campane, mi sono impelagata a scrivere questo post e non ho più tempo a disposizione. A chi va, mi dice se gli piace. Se non gli piace o me lo dice o se lo tiene per sé.

Non so cosa ci faccio qui, devo studiare i Lais di Maria di Francia.

IL FUTURO È IL PASSATO

Ci si vede in piazza

martedì 16 agosto 2011

In senso lato

Ogni volta le parole non sono mai definitive, ma valgono solo per il momento in sé. Ogni secondo vissuto ci cambia progressivamente, non si migliora, né si peggiora, si muta. Siamo d'accordo? Prendiamo come fatto quello che le parole che diciamo (lasciando stare qui il come) ci rappresentano. Non si rettificano le affermazioni di volta in volta, seppur procurandoci a volte numerose sofferenze, per risultare più integri con sé stessi e agli occhi degli altri. Ma nessuno è realmente integro, soprattutto verso se stessi o meglio, crediamo di conoscere persone integre pur non sentendoci mai tali. Ma anche noi possiamo risultare integri dall'esterno, a seconda di cosa manifestiamo. Intanto però ci chiediamo continuamente che cosa ci faccia cambiare idea così velocemente sulle persone, sui luoghi. Ogni volta è una sconfitta, pare di non arrivare mai a conoscersi veramente. Quindi figuriamoci in una conversazione, senza voci interiori ma solo esteriori, regolate in suoni e significati restrittivi.
A volte aggiungere verità su verità, seguendo i moti di ciò che vale in ogni singolo momento può fare confusione, può far soffrire, può, in sostanza, rivelare la nostra assenza di integrità, rovinando magari con sorpresa un'immagine costruita anche inconsapevolmente.
Il buon conversatore è proprio colui che tiene conto di questo aspetto della natura umana, colui, ovvero, che rispetta e accetta una certa scomposizione della personalità, che prende per buona la sincerità e non la verità, intesa come concezione granitica e manichea di una questione. E questo lo fa anche il buon amico - senza sfociare nelle offese, però. Gli amici non sono le pattumiere delle nostre sfumature più difettose.

È necessario sentirsi dire delle verità che riterremo tali dagli altri, leggi supreme su un qualsiasi ipotetico punto di vista, vero  da chi le ha enunciate in quel preciso momento, fra dieci secondi no. Ma spesso non vogliamo saperlo, per conservare un'immagine armonica del mondo e di chi ci circonda. Allo stesso modo, a domanda rispondiamo, poi probabilmente cambia tutto nel giro di poco tempo, ma vogliamo lasciare una certa versione dei fatti, ché abbiamo bisogno di pali, colonne, fili spinati per contenerci dentro un certo status di "civili" (mentre gli "incivili" non ponderano, sputano sentenze e opinioni quando vengono loro in mente, sovraesponendo stupidamente una sincerità inesistente,  che non è se una pochezza, sintomo di animalità psicologica). I nostri interlocutori si comportano allo stesso modo, non possiamo mai realmente sapere cosa pensino, al massimo lo si può intuire - e menomale. Non si può, secondo me, fare sempre affidamento alle affermazioni, anche se è tutto ciò che abbiamo. Bisognerebbe dimenticare le affermazioni, anche se è tutto ciò che abbiamo.

Facciamo passare per verità assoluta delle parole mutevoli, a volte falsate, tentando di prescriversi degli ordini, per vivere meglio, per sentirsi meglio nella società. Per viverci più facilmente: meglio avere a che fare con dei muri che con tante pozze di palline impazzite. Non c'è poesia in questa immagine, come non c'è poesia nel non sapersi immedesimare nei cambiamenti degli altri, né nei propri. Le parole che si ascoltano e si dicono sono ad ogni modo sincere in quanto costituiscono una verità momentanea - ma non assoluta. La verità assoluta risiede nella fallacità della verità assoluta stessa, perché non è una, o meglio, è una ma ha l'aspetto di un caleidoscopio che tende all'infinito e che scompare man mano, perdendo o accentuando dei colori che assume lungo la propria esistenza.
L'importante, in tutto ciò, è averne almeno coscienza. Bisogna  poi vedere se si preferisce la sincerità sporadica o la verità che ci viene data in pasto - fra le mille omissioni.

Parole sincere.

martedì 2 agosto 2011

Emmobbasta

Non sopporto più Parigi, la sua menzogna. Come una bella persona che dici Ah però poi alla fin fine delude. Nel mio capo è diventata piccola e decadente. Le sue teste scapigliate e le camminate con finta aria indifferente. Machiticaca. Lo stile sbottonato e mormorante di caffè brulicanti di topi. I bambini bobos e tutti sti dandy e sti alternativi che non sanno più come farsi notare che ci hanno veramente stramazzato i coglioni.


-------------------------------------------- Ritorno

Superato lo shock dell'appiccicume e dell'immondizia, guardando il sole ho avuto la sensazione di respirare la luce e m'è venuto da piangere, ma non l'ho fatto

lunedì 11 luglio 2011

C'era una volta il Ding


Una volta era così: s’era ragazzi.
Con uno slancio di impellenza commemorativa aprimmo un blog che ci rappresentasse, che rappresentasse chi pensavamo di essere e cosa ci stupiva e forgiammo nuovi aggettivi ché quelli che c’erano non bastavano. Adesso pare che gli aggettivi siano finiti, siamo finiti tutti alla deriva, come collettivo (che non è che abbiamo iniziato a drogarci), e il silenzio senza un ding lascia con un grande Mah!. Pazienza? Tanta ne abbiamo avuta, mansuetudine e malvagità. Evidentemente qualcosa è cambiato. A quanto pare, solo un diamante è per sempre, e se lo perdi è come se non esistesse più, lo stesso. Tanto si può dire e si può aspettare la sua rinascita seduti guardando l’ora, ma si sa che non sarà mai più uguale a prima. Tanto si può dire, che io non conosco il futuro nemmeno se sento a Paolo Fox, ma conosco il passato e conosco il presente e in data odierna 11 luglio 2011 il Ding non esiste, è morto, e credo che non ne verranno celebrati i funerali perché sembra per il momento che sia l'unica a manifestarne il decesso
Non oggi, oggi di triangoli non se ne suonano più

Apro quella pagina e la vedo come un monumento, 
un omaggio alla memoria


venerdì 17 giugno 2011

Si vous ne trouvez plus rien, cherchez autre chose

I giorni si susseguono, uno dopo l'altro, come quelle carovane di macchine alle porte di Parigi, così tanti clacson e frecce assassine da cancellare quasi la calma ovattata di vapore acqueo bretone. 

La Ciotat - © kda.design
Si va avanti e si aspetta, seduti con un piede pronto allo scatto, con l'attesa paziente e organizzativa alla bell'e meglio e non nervosa; si finirà di vivere con la valigia alle calcagna (ce ne sono 3 aperte in casa mia) e cercare una stabilità annuale nel sud del nord.

Non chiedo niente, chiedo una lavatrice in casa, un supermercato vicino e una bici col cestino. Il resto verrà da sé; non ascolterò più pareri e faccio quello che mi spetta come mi pare nei limiti del possibile.

Fuggo dalle cazzate, me ne inventerò altre e la gente troverà in me nuovi pregi e nuovi difetti, per ora chiudo a tentoni e a scossoni un ciclo che ho già mentalmente terminato.

Prenderò una nave o un bus o un treno o tutti e tre, mi perderò all'inizio e mi annojerò di quel che avevo smarrito. Vedrò gli stessi posti di cui sentirò inizialmente l'esigenza di prendere in foto, darò il nuovo indirizzo di casa agli amici qua e là, verranno a trovarmi e rientreremo per cena con le scarpe piene di sabbia. 

Mi verranno in mente nuovi progetti al primo o all'ultimo minuto.

Per ora domattina lavoro, ed è un bene.

lunedì 28 marzo 2011

Soddisfatti o rimborsati

Sai che? Per un periodo di prova tenterò di pensare sempre bene della gente, invece che male. Cercherò di immaginare che tutto viene fatto per il mio bene o per il bene di qualcun altro, visto che finora me le sono sempre tirate dietro, allora mi dico che forse sbaglio io. Tentar non nuoce. All'inverso, nuocere non tenta.

martedì 1 febbraio 2011

Il faut se faire voyant!

Capita spesso di prendere una decisione 
non per ottenere quel che si è deciso, 
ma per controllare se la decisione stessa 
porterà effettivamente con sé 
tutta una serie di avvenimenti che si è pensato prevedere.

domenica 30 gennaio 2011

Partito Canino Italiano

E dopo il dibattito sul femminismo alla Casa del Popolo in Berlinguer ti voglio bene
"Ecch' i' tema! Pole la donna permettisi di pareggiare coll'omo? No."
propongo un nuovo dibattito, scaturito dai chiacchiericci degli ultimi giorni:
"Ecch' i' tema! Pole i' gatto permettisi di pareggiare co' i' cane? No."
Senza accostare il cane all'uomo e il gatto alla donna. Solo che, siccome a quanto s'è visto il mondo di chi non ha disgrazie a cui pensare si divide in due categorie, chi tifa per il cane e chi per il gatto, vorrei soffermarmi ad analizzare le motivazioni di questi due schieramenti, senza avere pregiudizi per chi preferisce una cosa e chi un'altra. Però il cane è meglio del gatto.

Avevo un cane, ormai diverso tempo fa, che si chiamava Boby, pace all'anima sua. Era un canino tranquilla (era femmina, ci siamo sbagliati all'inizio ma ormai aveva il nome da maschio), gli occhi tristi e dei baffetti sotto il naso. Era nera e con gli anni le erano venute delle striature rossicce. Era coscienziosa, anche se ha finito i suoi giorni perché l'hanno investita, e non sapeva stare al guinzaglio. Ricordo ancora che a scuola durante le ore di lingue straniere, quando imparavo a descrivere me stessa, precisavo di avere un cane. Boby abbajava poco, voleva più bene al mi' babbo che a me (ma solo perché si vedevano più spesso), nonostante avessi composto per lei un motivetto che le fischiavo. Mi si strinse il cuore quando seppi che era finita sotto una macchina. Boby non era certo il cane umanizzato, era più che altro una presenza intorno casa, e non era il tipo che si mette accanto alla sedia a elemosinare bocconi o che va a prendere il frisbee, (e come biasimarla) ma fu un grosso lutto ugualmente, per tutta la famiglia. Ricordo che da cucciola mordeva la scopa e camminava tipo un soldatino. Poi, quando vedeva qualcuno a cui voleva bene, si rizzava sulle due zampe posteriori e si inarcava, rimaneva così all'indietro per una manciata di secondi finché non abbandonava le mani canine sulle gambe del nuovo arrivato. Se poi si andava a salutarla in più di uno, lei rimaneva in equilibrio su due zampe e girava la testa, non sapendo a chi fare le feste per primo. Una volta d'estate, minorenne (si può dire?), andai a piedi alla fermata dell'autobus, direzione piscina. Abito in campagna e la colonnina è sul bordo di una statale. Boby mi seguì e io piangevo perché non riuscivo a farle fare marcia indietro. Passavano camion e macchine in quantità e lei se ne stava lì, a sfidare la morte pur di stare ancora un po' di più con me. Ora mi dico: se Boby fosse stata un gatto questo non l'avrebbe fatto di certo. Mai. Magari avrebbe gioito per essersi sbolognata momentaneamente di una dei suoi sudditi, per poter cacciare in santa pace.
I gatti sono bellini, sono morbidi e simpatici ma sono delle gran teste di cazzo. La cosa che più mi fa arrabbiare dei felini domestici sono le loro manie di grandezza: nel loro capo loro sono i padroni, cos'è, padroni dei giganti? Jersera ho sollevato di peso la gatta della mia amica-vicina-di-casa perché stava per salire sul tavolo, e vedeste come l'ha presa male! Avrà studiato un piano per uccidermi, tanto sai, le stavo già parecchio simpatica di mio (saluto Katia caramente). Insomma, quel che non sopporto dei gatti è che sono simpatici solo quando vogliono loro. Si riscattano solo quando gli fa più comodo, e fanno perno sull'affetto del padrone che li trova carini e simpatici a prescindere dal loro comportamento. I cani invece! I cani! Cani! Sono degli ex lupi redenti. Loro conoscono la loro condizione, sanno di dover fare affidamento su di te e ti rispettano comunque. I cani hanno i denti, alcuni il morso potente eppure non mordono mai (salvo sporadici casi di cani impazziti, ma non stiamo a cercare il pelo nel cane), i gatti oh, alla prima ti sgozzerebbero. Ma che è?! Forse ho avuto solo esperienze sbagliate?

Con questa premessa apro ufficialmente il sondaggio e vi chiedo:  
Pole i' gatto permettisi di pareggiare co' i' cane?

Ciò non toglie che prima o poi mi prenderò un gatto, quando sarò più freddolosa.
Poi sai, la mi' nonna aveva anche ammaestrato una gallina, quindi forse il gatto che avrò mi seguirà fin sotto al camion, dati i geni familiari.

giovedì 13 gennaio 2011

Fortuna

N. B.: Per non scadere nel volgare è necessario accedere al Glossario di fidücia

Culo, ti pensavo oggi
Pensavo a tutti i Culi sparsi per il mondo
Ma non ai culi, ai Culi.
Culo, oggi non ci sei
E mi sento sola come un culo.
Culo, ti pensavo oggi
Pensavo alla gelosia e allo sbattimento
Pensavo che avrai già visto
Camminare un lamento.
Culo, tu sei il mio unico Culo
Ma non sei il mio unico Culo
E mi dispiace
Mi dispiace dirlo a tutti
Lo dico a tutti e a nessuno
E tutti i Culi a cui sto pensando
Pensano di essere gli unici Culi per me.
Culo, mi dispiace che
Oltre a darti un nomignolo volgare
(Vagamente volgare)
Lo dia via come il pane.
Pensavo che è ingiusto usarne uno solo
Per chiamare chi voglio bene
Ognuno si sente unico
Ed è solo uniculo.

mercoledì 29 settembre 2010

Radio accese

Tra frammenti di tecniche
sotto prodigi incerti
un affanno continuo
radio accese 

Mutazioni possibili
progenitori falsi
un nodo nella gola
schermi accesi 

Come puttana fragile
in cerca di occasioni
so dove sta il delirio
e trema il cuore 

Trema per un non so
trema per un non so che si trova a volte a caso 

Ti guardo e non ti vedo
ti ascolto e non ti sento
non chiedermi di crederti
non lo farò 

Trema per un non so
trema per un non so che si trova a volte a caso



CCCP - Fedeli alla linea, And the radio plays


C'è chi mi ha detto che questo è il periodo del fermento, della volontà di raggiungere i propri obiettivi. Obiettivi. Rispondendo alle domande in voga "Cosa fai? Come va?" subito seguite da "Cosa farai dopo?" semplicemente con "Sono tranquilla, sono serena", ho ricevuto una faccia interdetta e una controbattuta: "Alla tua età non si può esser sereni, devi aver fretta di costruire la tua vita perché il tempo passa".

Quando si sta troppo tempo fermi davanti ai bivi, invece di valutare quale sia la strada giusta da percorrere per poi incamminarvisi come detta la logica, ci si congratula con sé stessi per averne alla fine almeno imboccata una.

In fin dei conti è il semplice movimento che ci sostiene, e non il punto di arrivo.
Ma non sono riuscita a spiegarmi. 
Anzi, non ho proprio aggiunto nient'altro, accettando di poter sbagliare, agli occhi degli altri.

martedì 28 settembre 2010

Io muojo per tè.

Mmm buono! Cos'è? Che odore, che sapore! Una delizia per le papille gustative!

Certo che il tè verde farà anche bene, avrà anche proprietà benefiche antiossidanti, ajuta il metabolismo, a eliminare le tossine e altre varie fricchettonate, ma sembra proprio di sorbire un decotto di pulezze*













* rape

martedì 3 agosto 2010

Todesfuge

Creerò suspense:
Zin 
zin 
zin 
zin 


-----

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH! 
Mi presento, 1m67, naso in bianco e nero, laurea spero per ora triennale in lingue, nel tempo libero assassina onirica.


Sono basita, spaventata, delusa, ma anche devo dire compiaciuta, lusingata, ecc. ecc.
Perché, sembrerà strano, ma appajo continuamente nei sogni dei miei amici in veste di assassina.
Psycho, A. Hitchcock, 1960
Tutto è cominciato quando più di una notte sono apparsa, con occhi sadici e coltello al seguito - e poi un'altra notte ho anche strangolato se non ricordo male - nei sogni di una stessa persona che mi ha detto esser rimasta molto male perché la uccidevo; qualche giorno fa è saltato fuori che un'altra mi aveva sognata uccidere un nostro amico e - attenzione - mi ero sbarazzata del cadavere gettando i poveri resti nelle fogne! (Io che, figurati, non farei male a una Москвa, che al massimo ti tiro una frecciata e finisce lì). E tutto questo senza che le persone coinvolte si fossero consultate, potendo così influenzare a vicenda la propria attività onirica. La coincidenza inquietante è stata una telefonata col racconto di questo sogno in seguito ad una cena in cui l'argomento principale della conversazione era stato:


"Film e libri dell'orrore: quanto è business, quanto è perversione degli autori? Chi può seriamente occuparsi di questi argomenti andando a scavare ciò che più spaventa?"


Mi sono detta che era giunta l'ora di dare anche sommariamente un'interpretazione al fenomeno.

A proposito di sognare la morte, ho trovato girando qua e là alcune teorie e studii anche di dubbia provenienza, che forse a tratti sono un po' spicci, ma, insomma, vertevano più o meno tutte nello stesso senso. Accontentiamoci di quel che passa il convento, cito uno stralcio riassuntivo:
"Sognare la morte non rappresenta una premonizione ma un’evoluzione psicologica della persona che sogna, una trasformazione in corso. Qualsiasi visione evocante la morte è indicativa di grande trasformazione della propria esistenza. Sognare la morte significa la soluzione dei propri problemi, una guarigione oppure fonte di fortuna. Sognare, per esempio la propria morte simboleggia una grande trasformazione positiva e lascerà il passato dietro di lei."
[da Roma Explorer]
Mi sono detta che in fondo essere l'artefice di un cambiamento positivo, e il simbolo della fonte di fortuna della gente è un privilegio non da poco. Che rasenta la sfiga, ovviamente.
Grazie a tutti.

Il punto è: perché i miei amici sognano sempre me e non qualcun altro? È vero che sono sempre di appoggio per ognuno indistintamente - se mi gira -, che dò sorrisi e consigli, che calmo gli animi il più delle volte e non chiedo niente in cambio, o almeno così mi pare, ma sai, anche il compito di ammazzare nei sogni degli altri per fare qualcosa di buono, questo, perdio! no. 
Volevo dire, la prossima volta optate per un suicidio; e il mio politically scorrect in questa affermazione è così grande, che è piccolo in realtà perché l'argomento è abusato - quindi è una cacatina nell'universo delle idee -, ma anche per via della gag stessa del politically scorrect, perfavore.


Poi sai, dopo che abbiamo parlato di queste apparizioni da serial killer nei sogni mi hanno anche detto: 
Tu sei calma, equilibrata... Poi sotto sotto sei proprio una stronza. Esciopiacere.

venerdì 23 luglio 2010

Horror vacui

www.etimo.it

Fino a poco tempo fa si parlava solo del tempo. Ora invece si impone anche l'inflazionatissima domanda  "Allora, dove vai / cosa fai per queste vacanze?". 
A parte il fatto che trovare un'occupazione per le vacanze annulla istantaneamente il significato intrinseco delle stesse ma poi perfavore, il mare. Perché si dà per scontato che si debba andare al mare. Per un giorno o due ci può anche stare, e rispetto chi è nato sulla costa e vede i cavalloni come degli amici di infanzia. Ma io, ho forse occupato il tempo di un anno intero per andare finalmente a insabbiarmi le chiappe per quindici giorni? E poi chi lo dice che l'interlocutore sia completamente libero.
Questa frenesia del mare mi sfianca; i prezzi sono altissimi, la gente è tutta lì, con un piede nella sabbia e l'altro sull'autostrada, pronta a tornare a casa per raccontare il racconto delle vacanze, aspettando il momento del paragone dell'avambraccio in un malefico tan contest, che chi è più abbronzato diventerà il cane alfa del branco.

L'estate è un periodo dell'anno come un altro, con la differenza che si suda come i suini, vediamo di semplificare le cose.

mercoledì 7 luglio 2010

Approfitto dello stato di ebbrezza. Poi domani chissà.

Stasera sono rincasata stordita. Non succedeva da tempo ormai. E infatti qui di seguito un discorso che si addice a una persona stordita, o forse solo più lucida. L'avrei potuto fare oralmente, invece mi trovo a scriverlo. Siamo andati via di fretta, e avrei preferito stare a chiacchierare. Cosa pretendere, da figlia unica so benissimo sbrigarmela da sola, in questi casi. 

Ho cambiato sigarette, ma stasera ho quelle di una volta, quelle di tutta una serie di anni passati a fumare come un'imbecille, di quelle sigarette che fumi e dimentichi. E ho capito una cosa. Ho capito che voglio un interlocutore con cui poter essere fraintesa. Il fraintendimento è la mia meta. La mia metà. Quale lusso pretendere qualcuno con cui dire e disdire, in uno scambio pari di motteggi costruttivi, distruttivi, istruttivi. Per scavare in fondo a sé stessi nella più completa sincerità, nella più completa connessione, nel più completo rispetto. Senza giudizi, senza facce storte. So di essere perfettamente in grado di farlo. Quando uno deve render conto o dimostrare qualcosa, o cambiare per essere accettato, anche di poco, che immensa sconfitta. Per fortuna la vita mi ha regalato anche persone con cui questo procedimento avviene. Ma non con tutti funziona, e questo mi fa sentire oltremodo frustrata.

Che noja dover aspettare sempre il due più due. A volte si ha la sensazione di dire e comportarsi solo in parte, quando ci vorrebbe così poco per darsi completamente. Poi però, la paura degli altri, la derisione, l'esclusione. L'etichetta, le norme sociali. Mi sento a volte così frenata, e so che potrei dare molto di più, se solo dicessi tutto quello che mi passa per la testa. O se lo facessi. Poi mi dico no, bisogna che il pensiero e gli atti vengano filtrati da quel briciolo di razionalità che  mi resta. E nonostante tutto non mi sento ridimensionata, in linea di massima mi sembra di offrire agli altri la stessa immagine che ho di me stessa. Ma poi...poi resta un'amarezza di fondo, un'amarezza che conosco, e che non dò a vedere tanto spesso. Il problema è l'immagine che si ha degli altri. Ci costruiamo un mausoleo di chi ci sta di fronte, ci appoggiamo a un'iconografia indistruttibile di chi ci circonda. Ma non è così. Tutti abbiamo bisogno di cantare, di dire, di fare, di offrire le proprie qualità, di migliorare i propri difetti. 

Sai cos'è. Che bisogna minare la propria coerenza. Se uno è sempre ironico, allegro, va a finire che non si riesce a far pesare la propria serietà, e ogni atto o parola viene scambiata per ironica. Se, al contrario, si è sempre seri, nessuno ride alle tue battute. Non che le persone ironiche non siano degne di rispetto, di gravità: ma questo solo chi è intelligente lo sa. Per il resto, si approfittano di te e della tua allegria costruita. Trovare una via di mezzo non è facile, ma è sempre possibile offrire uno spiraglio di quello che si è, veramente. Le persone gravi sono in realtà dei giocosi che hanno paura di esser presi in giro, dei timidi. I simpaticoni sono dei timidi che usano qualsiasi strumento per intrattenere gli altri, che ti chiedono solo di farli ridere. Così uno si tiene per sé gli ingombri, che pesano, crescono, pesano, non esternati non hanno forma, non hanno nome. Il vizio della battuta. È un orribile vizio.

Pensare di dover sempre creare una comunicazione lineare mi pesa, e non poco. Quando hai perfettamente cognizione di poter sgravare tutto ciò che ingombra, senza pretendere di dover dare spiegazioni accurate, e ad ogni modo non farlo, quella è la vera violenza. Quella è la vera vita a mezzo. Perché a volte sembra ci si vergogni perfino di vivere, e il bene che si vuole agli altri è come limitato, limitante, perché sai bene che non dai tutto te stesso. Diventa come prendere in giro il prossimo a metà. Non è così?

Mi dovrò sentir dire che non ho ragione, e invece sono convinta che noi tutti viviamo a metà. C'è il nostro piccolo mondo non condiviso, quello che abbiamo nella testa come una verità imprescindibile e assoluta, che usiamo come metro di paragone per tutto ciò che accade. Poi ci sono le chiacchierate del più e del meno, dove si ha la sensazione di non esser soli. Poi ci sono le persone che ti sono vicine, che con uno sguardo sanno guardarti a fondo, e con una parola hanno già capito tutto. E quando si inizia a parlare beh, sei cresciuto di almeno tre chili.

Ci sono poi le persone con cui si parla d'amore, e non sono tante. Parlare d'amore. Che lussi. Con i diretti interessati, come una breccia in ciò che più è importante e avviluppato in un certo nucleo strano, che non si sa spiegare eppure chiarissimo. Poi ci sono quelli con cui si parla d'amore per massimi sistemi, e non si arriva a nessuna conclusione, solo ad un'affinità di intelletti. E poi ci sono quelli che ti stanno a sentire, quei santi a cui affidi gli scleri più incomprensibili e che poi saluti di fretta perché devi andare a farti la doccia.

Così è, e il mio problema più grosso, mi dispiace ammetterlo e peccherò di presunzione, è che non ho mai saputo essere veramente stupida.

domenica 27 giugno 2010

Bearing bears.

L'orso - o persona orsa - è chi quasi per partito preso non intende approfondire un rapporto perché ritiene insufficiente l'armonia, la "simpatia di anime" (cit. J.-J.), preferendo, piuttosto, stare da solo che accontentarsi di una compagnia qualsiasi. Questo gli riesce in maniera del tutto naturale, evitando di aprirsi con determinati soggetti da lui contrassegnati in maniera arbitraria. Con alcuni abbassa lo sguardo, altri può sentire di starli ad osservare altezzosamente, non senza trasalire.
Altresì detto schivo, selettivo, estroverso col lanternino, ma, da buon orso, tiene da parte il miele e nel caso debba passare un po' di tempo con chi non predilige, riesce ad offrirne comunque; senza poi richiamare. Non è falsità, è la semplice gioja di un momento.
Forse sbaglia, forse no, chi può dirlo? Resta il fatto che non riesce a comportarsi altrimenti, l'orso si basta per sé, ma forse durante il letargo, mentre si gira nel giaciglio, soffre un po'.

©  http://gorippityrippity.tumblr.com/

lunedì 21 giugno 2010

Mastro Lindo

L'uomo è come una tanica di detersivo sporca. Nella migliore delle ipotesi fa di tutto per migliorare il mondo, trascurando però le proprie bassezze. E dovrebbe innanzitutto redimersi per non vivere un paradosso, trovando dentro di sé tutti gli strumenti per farlo.

sabato 22 maggio 2010

Patience Door (Porta Pazienza)

Sono convinta che la pazienza si possa allenare. Credo fermamente che sia ben poco il merito del carattere, giusto una punta. Il resto è influenzato dagli obblighi quotidiani, dai luoghi che si frequentano e dallo stile di vita, che modulano la personale capacità di sopportazione. Tutto sommato essi cambiano anche il nostro carattere, che diventa così più o meno paziente. Quindi la pazienza è una questione di abitudine. Esistono persone in grado di attendere per un'infinità di tempo senza perdere le staffe, né scoraggiarsi. 
Ci sono delle attività, come ad esempio il mio lavoro, che consistono in una continua attesa, ajutando ad estendere la percezione temporale, a non volere tutto subito, a diventar capaci di resitere e riflettere e di avere l'impressione che le ore a disposizione siano infinite. Senza per questo sentirsi impazzire. Persone, in poche parole che non si lasciano spaventare a morte dalla ripetitività, che preferiscono la quiete in ogni cosa. E lo posso affermare con sicurezza perché è capitato che mi venisse a trovare qualcuno: pur non essendo solo, dopo due ore non reggeva più e si chiedeva come facessi a resistere così tanto tempo nella quasi totale solitudine, in attesa. Semplice: basta aspettare, prima o poi finisce. Che ci vuole? La fantasticheria, il trastullo, la tranquillità sono le armi che vengono in soccorso. Per questo non mi spaventa una coda, l'attesa di una risposta, e sono abilissima nel rimandare le azioni, e a tenere a bada l'impulsività. 
Il problema si presenta quando ci vuole un'azione precisa, pronta, lucida; quando c'è da incalzare e stringere i denti per raggiungere un obiettivo. Lì no, si fa acqua, e la persona paziente si avvilisce della propria stessa pazienza. E il paradosso è che riesce a sopportarla pazientemente.