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domenica 11 marzo 2012

Bisogna sempre mettere un titolo?

La vita ci ha insegnato che le cose succedono, anche quando sembravano improbabili. Che anche se ci chiediamo come sia stato possibile, è uguale. Viviamo in una realtà surreale di per sé, perché analizzata in tal senso.  
Uno, di sguincio, si domanda la ragione per cui continui a parlare metafisico quando gli altri rispondono in fisico. Ci si chiede quando ci scrolleremo di dosso l'ingenuità della provincia, senza volerla veramente abbandonare, solo controllare. E soprattutto, perché si continui a penZare. Ci si chiede, pure, se si ritroverà qualcuno i cui pregi siano in grado di rovinare ancora così bene. Che poi hai voglia di fare diga con un sassolino. L'inondazione porta angoscia e scompiglio, ma anche ricostruzione sulle macerie. Abbiamo voglia di ricostruire?
Il potere che abbiamo non è mai abbastanza.

martedì 16 agosto 2011

In senso lato

Ogni volta le parole non sono mai definitive, ma valgono solo per il momento in sé. Ogni secondo vissuto ci cambia progressivamente, non si migliora, né si peggiora, si muta. Siamo d'accordo? Prendiamo come fatto quello che le parole che diciamo (lasciando stare qui il come) ci rappresentano. Non si rettificano le affermazioni di volta in volta, seppur procurandoci a volte numerose sofferenze, per risultare più integri con sé stessi e agli occhi degli altri. Ma nessuno è realmente integro, soprattutto verso se stessi o meglio, crediamo di conoscere persone integre pur non sentendoci mai tali. Ma anche noi possiamo risultare integri dall'esterno, a seconda di cosa manifestiamo. Intanto però ci chiediamo continuamente che cosa ci faccia cambiare idea così velocemente sulle persone, sui luoghi. Ogni volta è una sconfitta, pare di non arrivare mai a conoscersi veramente. Quindi figuriamoci in una conversazione, senza voci interiori ma solo esteriori, regolate in suoni e significati restrittivi.
A volte aggiungere verità su verità, seguendo i moti di ciò che vale in ogni singolo momento può fare confusione, può far soffrire, può, in sostanza, rivelare la nostra assenza di integrità, rovinando magari con sorpresa un'immagine costruita anche inconsapevolmente.
Il buon conversatore è proprio colui che tiene conto di questo aspetto della natura umana, colui, ovvero, che rispetta e accetta una certa scomposizione della personalità, che prende per buona la sincerità e non la verità, intesa come concezione granitica e manichea di una questione. E questo lo fa anche il buon amico - senza sfociare nelle offese, però. Gli amici non sono le pattumiere delle nostre sfumature più difettose.

È necessario sentirsi dire delle verità che riterremo tali dagli altri, leggi supreme su un qualsiasi ipotetico punto di vista, vero  da chi le ha enunciate in quel preciso momento, fra dieci secondi no. Ma spesso non vogliamo saperlo, per conservare un'immagine armonica del mondo e di chi ci circonda. Allo stesso modo, a domanda rispondiamo, poi probabilmente cambia tutto nel giro di poco tempo, ma vogliamo lasciare una certa versione dei fatti, ché abbiamo bisogno di pali, colonne, fili spinati per contenerci dentro un certo status di "civili" (mentre gli "incivili" non ponderano, sputano sentenze e opinioni quando vengono loro in mente, sovraesponendo stupidamente una sincerità inesistente,  che non è se una pochezza, sintomo di animalità psicologica). I nostri interlocutori si comportano allo stesso modo, non possiamo mai realmente sapere cosa pensino, al massimo lo si può intuire - e menomale. Non si può, secondo me, fare sempre affidamento alle affermazioni, anche se è tutto ciò che abbiamo. Bisognerebbe dimenticare le affermazioni, anche se è tutto ciò che abbiamo.

Facciamo passare per verità assoluta delle parole mutevoli, a volte falsate, tentando di prescriversi degli ordini, per vivere meglio, per sentirsi meglio nella società. Per viverci più facilmente: meglio avere a che fare con dei muri che con tante pozze di palline impazzite. Non c'è poesia in questa immagine, come non c'è poesia nel non sapersi immedesimare nei cambiamenti degli altri, né nei propri. Le parole che si ascoltano e si dicono sono ad ogni modo sincere in quanto costituiscono una verità momentanea - ma non assoluta. La verità assoluta risiede nella fallacità della verità assoluta stessa, perché non è una, o meglio, è una ma ha l'aspetto di un caleidoscopio che tende all'infinito e che scompare man mano, perdendo o accentuando dei colori che assume lungo la propria esistenza.
L'importante, in tutto ciò, è averne almeno coscienza. Bisogna  poi vedere se si preferisce la sincerità sporadica o la verità che ci viene data in pasto - fra le mille omissioni.

Parole sincere.

sabato 19 marzo 2011

L'effet papillon

Non lo sapevi che le stilografiche non si prestano?
Anche se in fondo son solo penne
Ho una grossa colpa, l'unica: lo sguardo; che mai tradisce e mai si distende
Che poi necessita di spiegazioni
Lo sguardo che mi scappa come un gatto dalle ginocchia
Solo il naso mi è fedele ma dovrei smetter di fiutare
E il disarmonizzarsi delle frustrazioni
Darei volentieri un nuovo "la"
Mi trovo ora con un ding, come un ding nel silenzio, solo e puntuto
Manovrarmi? Manovrare
Mi piacerebbe, in particolare
Significare
I fiori che sto piantando, non vorrei fossero andati a male
Se tutto uscisse sempre bene alla prima
Non ritoccherei queste parole e manco le scriverei, direttamente
Imbratto, uso colori scuri, perché? Che indecenza, che noja
Quelli accesi li ho messi laggiù con volontà
Ora non ci arrivo, e a fatica li raggiungerei
Ascolto le stesse canzoni come bombardamenti
Non ci capisco un cazzo di sentimenti

venerdì 11 marzo 2011

Il cammino della scienza

"Si muova! Si sbrighi a portarmi quel foglio, cosa sta facendo, non stia a perdere altro tempo!"
Con quel foglio si poteva vedere finalmente stampato nero su bianco il risultato finale di quell'esperimento, di quell'agghiacciante prototipo provato su candidi roditori, e l'ultima settimana su cavie umane sottopagate. Che però non si erano lamentate, dato l'esito positivo del test.
Il dottor E. aspettava che il trafelato assistente gli portasse l'attestato ufficiale che gli avrebbe permesso di depositare il brevetto di quel macchinario a cui lavorava da praticamente tutta la vita. Gli era venuto in mente il progetto già da giovanetto, e si era messo nel mondo della scienza per arrivare lì, in quel giorno di svolta epocale nella sua carriera di dottorone. 
Aveva da sempre avuto il fastidio di farsi rovinare l'umore da quisquilie che gli altri non capivano; in generale per carattere era allegro, ma quando gli si alterava questo delicato equilibrio i crucci gli si depositavano dentro come un graffio su un oggetto nuovo, e non c'era verso di farlo tornar contento. Non riusciva a mettere da parte le sensazioni, accantonarle una buona volta. L'unico metodo era aspettare che finisse la giornata, che se ne andasse a letto per poi iniziare daccapo la mattina dopo sperando di aver dimenticato tutto. Era l'unico rimedio che aveva da sempre poututo sperimentare, perché niente: alcool, distrazioni, barzellette, una visione per la strada, niente riusciva a farlo tornare come prima, ad un livello di serenità alterato da fastidi inutili, che i meno sensibili neanche immaginavano. E ovviamente ci soffriva quasi fisicamente, come fosse affetto da una malattia. Da razionale com'era nato, non poteva di certo soprassedere ai suoi sentimenti, ai suoi moti d'umore, a queste livide e ridicole espressioni umanistiche che avevano riempito tante pagine a vuoto. L'uomo non aveva imparato niente, aveva solo saputo dare un nome a quelle "cose"; che immenso spreco di tempo, ma forse necessario. Spleen, paranoja, tristezza, rabbia, inutilità che non facevano progredire, né indietreggiare. Il suo era un semplice passo avanti che avrebbe, a detta sua, portato ad un altro livello la risoluzione di tutta quella spinosa questione.
E quindi il dottor E. aveva inventato una macchina per controllare le emozioni, convinto che la vita sarebbe stata molto più facile e che niente avrebbe potuto più rovinargli l'umore.
Poveretto, non si rendeva conto mica che ben più dei poeti aveva dato importanza alle emozioni, le aveva anzi messe al primo posto nella sua vita, convinto che schiacciarle significasse finalmente ignorarle.

venerdì 24 dicembre 2010

La pluie de Noël

Pioveva e non sapevamo se all'uscita fosse consono ridere per qualcosa.
Oggi quei bambini vivranno il peggior Natale di sempre, e ogni anno sarà un triste anniversario. Ho avuto la sensazione che la fantasia però non li facesse ancora rassegnare. Erano composti e sfuggivano gli sguardi, con un dolore che si intravedeva come capocchie sul portaspilli.
Mi è dispiaciuto dar loro un bacio sulla guancia dopo aver fumato una sigaretta. Ma poi ho pensato che anche se la loro statura è metà della mia hanno vissuto più di me e non si sarebbero scandalizzati.

mercoledì 8 dicembre 2010

Surprises, please

Dalla collana "Cose che molto probabilmente non ti interessano"

Lasciamo stare questa nottata tempestata di pensieri inquietanti frutto di preoccupazioni che non vi e non mi riguardano e che mi hanno svegliata di soprassalto prestissimo. Con strascichi niente male, soprattutto oggi in cui mi vedo obbligata  a mantenere un atteggiamento di sospensione. "Mi vedo" da considerarsi letteralmente: oggi mi vedo vivere. Sono sola, ma se ci fosse qualcuno mi scrollerebbe la spalla dicendomi Forse è meglio se ce ne andiamo via di qui.
Thom Yorke
Parliamo dell'altra sera invece, quando inspiegabilmente mi sono addormentata pensando al cantante dei Radiohead, pur non avendolo conosciuto personalmente né potuto apprezzare appieno grazie a terzi né soprattutto essendo in definitiva particolare estimatrice della loro musica (senza in realtà schifarla). Resta il fatto che stavo pensando a Thom Yorke, e non ne conosco il motivo. Sarà stata la prima volta che lo facevo. E me ne ricordo perché poi, al risveglio, mi è ritornato subito in mente e mi sono resa conto che era lo stesso pensiero di prima di addormentarmi. Mah che vorrà dire. Con quell'occhietto, poi.
Adesso con questa rivelazione non stupirò nessuno e sarà di certo irrilevante rispetto a quelle degli ultimi tempi, però ho acceso l'enciclopèdia e ho cercato 'sto tizio (di cui non ricordavo neanche il nome) per sapere che volesse da me e ho scoperto che siamo nati lo stesso giorno. Non dello stesso anno, però: altrimenti era meglio se mi davo all'ippica.

sabato 27 novembre 2010

Questi post davanti al mare

E fin qui abbiamo parlato e sparlato, discusso, pianto e cantato. Abbiamo riso prima di fare la battuta, e da soli ripensando a una cosa. Ci siamo messi in mostra e in disparte, e brindato e siamo andati a riposare. Abbiamo detto le solite cazzate del caso, passato il tempo alla meglio. Abbiamo letto e scritto, alzato la mano, fatto tanti convenevoli e anche sognato. Sogni belli, brutti, mediocri in bianco e nero di cui rimane solo l'alone che scompare alla prima specchiata mattutina (ora ci sei solo tu davanti allo specchio)

E la resa dei conti?

Stavo discutendo poco fa con un'amica che ci vorrebbe un'involuzione, si dovrebbe retrocedere; capiamo noi stessi così bene e abbiamo così chiare le situazioni da renderci ancora più confusi.
Chissà! L'uomo si porta dietro il fardello della soddisfazione della consapevolezza, e invece mah, si diventasse un po' più ruspanti sai quante soddisfazioni in più.
Che tanto diciamocelo scavare e scavare fa sempre più male, vorrei dimenticare alcune cose, ma tanto è d'uopo che continui a pensare, e costruire sopra quello che c'è.

Il fatto è che, se invece di cercare la propria felicità ci si dà in pasto a surrogati e diversivi, la prima negatività ti piega

Perché non hai niente con cui difenderti e tutto da cui difenderti.

L’homme n’est qu’un roseau, le plus faible de la nature; mais c’est un roseau pensant. Il ne faut pas que l’univers entier s’arme pour l’écraser: une vapeur, une goutte d’eau, suffit pour le tuer. Mais, quand l’univers l’écraserait, l’homme serait encore plus noble que ce qui le tue, parce qu’il sait qu’il meurt, et l’avantage que l’univers a sur lui, l’univers n’en sait rien. Toute notre dignité consiste donc en la pensée. C’est de là qu’il nous faut relever et non de l’espace et de la durée, que nous ne saurions remplir. Travaillons donc à bien penser: voilà le principe de la morale. Ce n'est point de l'espace que je dois chercher ma dignité, mais c'est du règlement de ma pensée. Je n'aurai pas davantage en possédant des terres: par l'espace, l'univers me comprend et m'engloutit comme un point; par la pensée, je le comprends.

L'uomo è soltanto una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c'è bisogno che l'intero universo si armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d'acqua bastano ad ucciderlo. Ma, quandanche l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe ancor più nobile di ciò che lo uccide, perché sa di morire, e del vantaggio che l'universo ha su di lui, l'universo non ne sa niente. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È da qui che dobbiamo risollevarci e non dallo spazio e dalla durata, che non sapremmo riempire. Impegniamoci dunque a pensare bene: ecco il principio della morale. Non è a partire dallo spazio che devo cercare la mia dignità, ma dall'organizzazione del mio pensiero. Non avrei di più possedendo terre: attraverso lo spazio, l'universo mi comprende e mi inghiottisce come un punto; attraverso il pensiero, lo comprendo.

Blaise Pascal, Pensées, 1660 

Sono queste fortune del tutto particolari 
- l'universo pur comprendendoci non ci comprende.

mercoledì 29 settembre 2010

Radio accese

Tra frammenti di tecniche
sotto prodigi incerti
un affanno continuo
radio accese 

Mutazioni possibili
progenitori falsi
un nodo nella gola
schermi accesi 

Come puttana fragile
in cerca di occasioni
so dove sta il delirio
e trema il cuore 

Trema per un non so
trema per un non so che si trova a volte a caso 

Ti guardo e non ti vedo
ti ascolto e non ti sento
non chiedermi di crederti
non lo farò 

Trema per un non so
trema per un non so che si trova a volte a caso



CCCP - Fedeli alla linea, And the radio plays


C'è chi mi ha detto che questo è il periodo del fermento, della volontà di raggiungere i propri obiettivi. Obiettivi. Rispondendo alle domande in voga "Cosa fai? Come va?" subito seguite da "Cosa farai dopo?" semplicemente con "Sono tranquilla, sono serena", ho ricevuto una faccia interdetta e una controbattuta: "Alla tua età non si può esser sereni, devi aver fretta di costruire la tua vita perché il tempo passa".

Quando si sta troppo tempo fermi davanti ai bivi, invece di valutare quale sia la strada giusta da percorrere per poi incamminarvisi come detta la logica, ci si congratula con sé stessi per averne alla fine almeno imboccata una.

In fin dei conti è il semplice movimento che ci sostiene, e non il punto di arrivo.
Ma non sono riuscita a spiegarmi. 
Anzi, non ho proprio aggiunto nient'altro, accettando di poter sbagliare, agli occhi degli altri.

domenica 26 settembre 2010

Ci vuol poco.

Basta poco per toglierti la tranquillità, la positività, la cordialità. Basta qualcuno di sgallettante e con le manie di potere, basta qualcuno che se la crede, basta che pensi che tutto gli sia dovuto e il mausoleo di sicurezza che con pazienza uno s'è costruito crolla - a causa di imbecilli. Così eh, in due secondi, una regressione totale e disarmante e ti risenti tredicenne.
Ora mi dico che è da imbecilli farsi turbare da un imbecille. Ma non qui, non ora, squilla il telefono e ti senti addosso colpe che non hai, devi fare favori per gente che detesti e arrivati a questo punto vorresti solo rovesciare tutto, andar via e buttarti da un ponte con un elastico.
Bene, l'imbecillità degli altri non mi compete, come non mi competono un mucchio di altre cose (che fra l'altro non mi competono per libera scelta o per contratto); farmi coinvolgere dagli imbecilli nel loro vischio di pochezza questo sì mi compete e non sapete quanto mi butti giù.
A forza di bocconi amari piccoli e grandi arriveremo a far la rivoluzione, daremo foco a tutto e chi s'è visto s'è visto.

Non è successo un granché, solo piccolissime manifestazioni mafiose dove l'ultimo della scala gerarchica deve sforare rispetto al suo dovere senza premio né ringraziamento, per mettere in luce il gallo del pollajo che del pollajo ha soprattutto il cervello di gallinaceo.

È tutto.

martedì 7 settembre 2010

Mah.

P. Klee, Wachstum der Nachtpflanzen (Crescita delle piante notturne), 1922
C'è chi è sordo perché si estranea.
C'è chi è cieco perché si opera.
C'è chi è muto perché pensa.
C'è chi è storpio perché è pigro.

Non avete anche voi a volte la sensazione di avere dei passatempi piuttosto che degli obiettivi?

[In attesa della mia telenovela.]

giovedì 19 agosto 2010

Lontana dagli occhi lontana dal cuore

Non scrivo da un po' perché non sento la necessità di lamentela, di critica, di riportare un'intuizione che non interessa a nessuno, né di inventare degli universi fittizi.

Un saluto ai lettori.

venerdì 16 luglio 2010

Un pezzo del bel mezzo del dì

[…] Aprii gli occhi non fu propriamente un risveglio, piuttosto resuscitare in seguito ad uno svenimento, quando il mondo ridiventa nitido dopo uno stato di catalessi. 
{…}Sai no, sei mai svenuto tu. C'è differenza fra perdere i sensi e addormentarsi. Si capisce al risveglio, non nel momento in cui si cade in trance. A parte ovviamente il luogo dove questo accade, ma in fondo non ci si addormenta sempre a letto. 
Il sonno permette l'equilibrio con la veglia, di solito si aprono gli occhi e si vive bene, dopo un caffè torna tutto a posto. Se non fosse per qualche notte agitata. Quando si sviene invece ci si rialza tremanti e si pensa che il momento del bujo sia arrivato così improvvisamente che se si morisse sarebbe uguale. Poi il tuo corpo {…}
Quel che si sa è che i dirimpettaj mi conoscono a memoria, e che […]

mercoledì 7 luglio 2010

Approfitto dello stato di ebbrezza. Poi domani chissà.

Stasera sono rincasata stordita. Non succedeva da tempo ormai. E infatti qui di seguito un discorso che si addice a una persona stordita, o forse solo più lucida. L'avrei potuto fare oralmente, invece mi trovo a scriverlo. Siamo andati via di fretta, e avrei preferito stare a chiacchierare. Cosa pretendere, da figlia unica so benissimo sbrigarmela da sola, in questi casi. 

Ho cambiato sigarette, ma stasera ho quelle di una volta, quelle di tutta una serie di anni passati a fumare come un'imbecille, di quelle sigarette che fumi e dimentichi. E ho capito una cosa. Ho capito che voglio un interlocutore con cui poter essere fraintesa. Il fraintendimento è la mia meta. La mia metà. Quale lusso pretendere qualcuno con cui dire e disdire, in uno scambio pari di motteggi costruttivi, distruttivi, istruttivi. Per scavare in fondo a sé stessi nella più completa sincerità, nella più completa connessione, nel più completo rispetto. Senza giudizi, senza facce storte. So di essere perfettamente in grado di farlo. Quando uno deve render conto o dimostrare qualcosa, o cambiare per essere accettato, anche di poco, che immensa sconfitta. Per fortuna la vita mi ha regalato anche persone con cui questo procedimento avviene. Ma non con tutti funziona, e questo mi fa sentire oltremodo frustrata.

Che noja dover aspettare sempre il due più due. A volte si ha la sensazione di dire e comportarsi solo in parte, quando ci vorrebbe così poco per darsi completamente. Poi però, la paura degli altri, la derisione, l'esclusione. L'etichetta, le norme sociali. Mi sento a volte così frenata, e so che potrei dare molto di più, se solo dicessi tutto quello che mi passa per la testa. O se lo facessi. Poi mi dico no, bisogna che il pensiero e gli atti vengano filtrati da quel briciolo di razionalità che  mi resta. E nonostante tutto non mi sento ridimensionata, in linea di massima mi sembra di offrire agli altri la stessa immagine che ho di me stessa. Ma poi...poi resta un'amarezza di fondo, un'amarezza che conosco, e che non dò a vedere tanto spesso. Il problema è l'immagine che si ha degli altri. Ci costruiamo un mausoleo di chi ci sta di fronte, ci appoggiamo a un'iconografia indistruttibile di chi ci circonda. Ma non è così. Tutti abbiamo bisogno di cantare, di dire, di fare, di offrire le proprie qualità, di migliorare i propri difetti. 

Sai cos'è. Che bisogna minare la propria coerenza. Se uno è sempre ironico, allegro, va a finire che non si riesce a far pesare la propria serietà, e ogni atto o parola viene scambiata per ironica. Se, al contrario, si è sempre seri, nessuno ride alle tue battute. Non che le persone ironiche non siano degne di rispetto, di gravità: ma questo solo chi è intelligente lo sa. Per il resto, si approfittano di te e della tua allegria costruita. Trovare una via di mezzo non è facile, ma è sempre possibile offrire uno spiraglio di quello che si è, veramente. Le persone gravi sono in realtà dei giocosi che hanno paura di esser presi in giro, dei timidi. I simpaticoni sono dei timidi che usano qualsiasi strumento per intrattenere gli altri, che ti chiedono solo di farli ridere. Così uno si tiene per sé gli ingombri, che pesano, crescono, pesano, non esternati non hanno forma, non hanno nome. Il vizio della battuta. È un orribile vizio.

Pensare di dover sempre creare una comunicazione lineare mi pesa, e non poco. Quando hai perfettamente cognizione di poter sgravare tutto ciò che ingombra, senza pretendere di dover dare spiegazioni accurate, e ad ogni modo non farlo, quella è la vera violenza. Quella è la vera vita a mezzo. Perché a volte sembra ci si vergogni perfino di vivere, e il bene che si vuole agli altri è come limitato, limitante, perché sai bene che non dai tutto te stesso. Diventa come prendere in giro il prossimo a metà. Non è così?

Mi dovrò sentir dire che non ho ragione, e invece sono convinta che noi tutti viviamo a metà. C'è il nostro piccolo mondo non condiviso, quello che abbiamo nella testa come una verità imprescindibile e assoluta, che usiamo come metro di paragone per tutto ciò che accade. Poi ci sono le chiacchierate del più e del meno, dove si ha la sensazione di non esser soli. Poi ci sono le persone che ti sono vicine, che con uno sguardo sanno guardarti a fondo, e con una parola hanno già capito tutto. E quando si inizia a parlare beh, sei cresciuto di almeno tre chili.

Ci sono poi le persone con cui si parla d'amore, e non sono tante. Parlare d'amore. Che lussi. Con i diretti interessati, come una breccia in ciò che più è importante e avviluppato in un certo nucleo strano, che non si sa spiegare eppure chiarissimo. Poi ci sono quelli con cui si parla d'amore per massimi sistemi, e non si arriva a nessuna conclusione, solo ad un'affinità di intelletti. E poi ci sono quelli che ti stanno a sentire, quei santi a cui affidi gli scleri più incomprensibili e che poi saluti di fretta perché devi andare a farti la doccia.

Così è, e il mio problema più grosso, mi dispiace ammetterlo e peccherò di presunzione, è che non ho mai saputo essere veramente stupida.

sabato 3 luglio 2010

Now and then

Il racconto del passato dimostra punto per punto in che modo esso influenzi il presente. Rimembrare cose che furono, o metterle per iscritto dipana davanti agli occhi una serie di fenomeni importanti per capire chi si è, oggi.
Il presente della scrittura o del ricordo raccontato oralmente influisce a sua volta sul passato, perché è nel presente che esso viene descritto. Il presente fa da scalpello, e dà la forma a un passato che può riesistere, modificato dalle istanze attuali, ed anzi reso vero da un presente che lo rianima.
Se il Presente è lo scalpello, è stato il Passato, blocco di marmo, a passare in ferramenta a comprarlo. O, se preferite, il Passato si riflette sul Presente, solo che lui è uno specchio mobile e può cambiare angolazione.

Se vuoi conoscere i tuoi pensieri di jeri osserva il tuo corpo oggi
Se vuoi sapere come sarai domani osserva i tuoi pensieri di oggi

mercoledì 2 giugno 2010

Ça y est

Arieggia, gingilla e aggeggia
Mannaggia!
Passivo non attivo! quasi mai transitivo.
Inizia un giorno, si aggiorna la giornata!
Seria la sera, sarà che è già serata
Si attende tesi una nuova ventata
Di nuova novità.
Sarà quel che sarà
Ci diciamo; e intanto solchiamo i solchi
Degli stolti attimi di giornate sprecate
A pensare a cazzate.

mercoledì 12 maggio 2010

Je me range, je m'arrange.

È normale sentire a tutto tondo di perdere la propria funzionalità nel mondo? No anzi, non è una domanda, qui lo scrivo, e tolgo pure il punto interrogativo. È un'affermazione, sì sì, asserente assai, chi non lo prova o ha una funzionalità che lo acceca o è un cretino, o semplicemente non se l'è chiesto mai. 
Che forza inerte ci spinge ad andare avanti, a gustarsi i momenti, tanti, in cui ci si dimentica di voler trovare una propria funzione, ad aspettare una telefonata, a preparare la colazione? Qui sì, lo posso lasciare, e ognuno si dà le risposte che lo possono riguardare. Tendi l'orecchio: ci dovrebbe essere una voce che consiglia, una voce o qualcosa che comunque le somiglia. Finora a me ha consigliato, non si sa se bene o male; ad ogni modo ci son finita solo una volta all'ospedale.
Poi beh, c'è da far coerenza e sistemare dentro, fuori, a lato... Andrebbe chiamata un'impresa di traslochi, che renda tutto ordinato. Poi ci si dice che pian piano uno ce la fa anche con le proprie mani. E si risparmia pure, che di 'sti tempi non si può mica fare i sultani.



Il divario fra realtà e immaginazione
È lo stesso che separa il torto e la ragione.

giovedì 1 aprile 2010

Rovesci

Quanto pioveva! Pioveva così tanto ma così tanto che sembrava non piovesse. Pioveva così tanto che facevo finta di esser forte e agile nell'affrontare la pioggia

Il cielo squarciato da lampi chilometrici! 

Pioveva e la borsa era zuppa, il mio braccio era zuppo, i miei piedi erano zuppi, le punte dei capelli erano zuppi e Jean-Jacques in borsa anche lui aveva aperto l'ombrellino. 
Mi sono innervosita ma non l'ho detto, non sta bene lamentarsi sempre. Finisce che te le tiri dietro.

Poi, una volta giunta a casa ho tolto, come potete ben vedere, un bel po' di quadri dalle pareti perché in questi casi gli orpelli ti stanno stretti e di parecchio. Si campa meglio con meno cose intorno.

E sai cosa odio
Odio quando qualcuno invece di parlare del tempo perché non sa cosa dire si mette a parlare di politica così pare che si faccia un discorso serio.