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lunedì 14 gennaio 2013

Tips for foreigners in Italy #1 - Cappuccino

© Martina Sandrini, Un altro cappuccino? 
I usually write my posts in Italian, but this time I'll do it in English because I want my message to be as widely understandable as possible. It's just like the translation of the restaurant menu. You understand, you eat. 
I adress to the foreign visitors of this blog and to the foreign visitors of my country (not that I think that this blog has many foreigners in its readers, but I'll do it just in case). So, this column's aim is to give tips for a better short or long cohabitation. It's made for those who are in Italy, planning to come, or have been and are now regretting their mistakes. It won't be a sterile complaint among Italians. It is just a way not to have a big sign on you that says Foreigner.

Yesterday I was talking to a friend of mine about a strange phenomenon we all notice. I'm referring to a simple foreigners' habit that has been upsetting Italians for decades. It happens when they see foreign tourists order cappuccino in the afternoon, in the evening or even - that's the worst thing of all - during a meal. 
So please, don't think that we drink cappuccino all day long: after 11 a.m. it is not culturally acceptable to have one (11 a.m. referring to a late breakfast). And don't you think that just by having a cappuccino anytime you're going through a path of cultural integration. Please order your cappuccino in the morning considering that CAPPUCCINO IS A BREAKFAST DRINK and nothing more. They'll serve it later if you ask, but everybody will probably think that that's ridiculous. The barman, the waiter, and even passers-by.

Tip: If you like the taste of milk and coffee, you can drink a caffè macchiato (coffee with a bit of milk). This, being a subtype of coffee, is accepted as a all-day beverage. And, of course, we also drink tea if you prefer. 
If you feel that the amount of caffeine in your body is reaching worrying levels, do ask for a "decaffeinato". Same taste, no caffeine (they say).

Sincerely.

mercoledì 28 novembre 2012

Il rutto del dogma

I primi segni coscienti dell'abuso dell'assolutamente li registro già al liceo, in qualche annata compresa fra il 2002 e il 2004. La pulce nell'orecchio me la impiantò il mio professore di italiano e latino, che si lamentava alle risposte del mio compagno di banco interrogato, che spesso alle domande ribatteva con "Assolutamente!". Il docente, uomo cinico, ironico, alto e provato dalla vita e dagli adolescenti lo redarguiva con "Ma assolutamente che? Che vuol dire? Sì? No? Assolutamente non vuol dire niente!"

Poi sono passati un po' di anni senza televisore in casa e la questione la sentivo sopita. Poi mi è tornato all'udito l'assolutamente, più assordante di prima.

Io avevo creduto fosse un fenomeno effimero che sarebbe durato una stagione invernale di Verissimo al pomeriggio, ma a quanto pare questo orribile assolutamente sta mettendo le radici nella lingua italiana come una mangrovia, o come un callo, e sta scavando  i suoi osceni cunicoli già da una decina d'anni, o anche da prima, ma del prima non me ne rendo conto.

Mi sono chiesta in quale calderone sia stato generato l'uso fuori luogo di questo avverbio che andrebbe usato proprio pochissimo. Andrebbe usato con parsimonia perché la vita di rado è categorica: si può dire che è assolutamente vero che si muore, ma rispondere a Ti piace il giallo? con Assolutamente sì, io senti, se non ti dispiace, ti vomito addosso.
Ti vomito addosso perché hai guardato troppi film doppiati male. Dove qualcuno ha tradotto un absolutely della sceneggiatura che non ha ragion d'essere in italiano.
Ti vomito addosso perché articolando quella parola in italiano esterni il fatto di non saper speculare su un concetto, ma butti là un dogma anche per cose ridicole. Perché noi tutti, nell'ottanta percento dei casi (sì, anche e soprattutto la politica spettacolarizzata rientra in questa percentuale), parliamo di cose ridicole, basta saperlo, basta essere al corrente che le discussioni non riguardano sempre i massimi sistemi. Smettere di parlare di cose quotidiane e ridicolizzabili - più che ridicole - sarebbe ridicolo di per sé, ci mancherebbe altro.
E in questa Italia becera la discussione (soprattutto quella dei salotti televisivi) non prevede più un dialogo di ascolto e replica, ma una dettatura scandita di chi fa la voce grossa. Anche quando si parla di cazzate, inconsciamente. Quindi quella categorizzazione dovrebbe convincere l'interlocutore che si stanno pronunciando parole profetiche e indiscutibili. AÒ!!! Ma come ti permetti? Dov'è la libertà di controbattere? Dov'è la libertà di pensiero e di azione? Chi sei tu per imboccarmi verità?
L'assolutamente eleva a dogma la cazzata. Viva la cazzata eh per carità, campi cent'anni ma almeno facciamo i distingui. E quindi la domanda è Chi sei tu per darmi in pasto cazzate travestite?


Come accennato sopra, poi appunto l'apice della minchiata lo raggiungono le risposte secche "Assolutamente sì!" o "Assolutamente no!" come se il semplice "Sì" o "No" non fossero sufficienti a far credere che le parole possano esprimano realmente il proprio pensiero. Ma che ci vuole il certificato di garanzia per rispondere a una domanda triviale? Che è il meidinitali della risposta? Il e il no da soli so' tarocchi? Accendi l'apparecchio e vedi le interviste per la via:
- Fa assolutamente freddo? - Assolutamente sì! - E quindi lei pensa di non andare a fare il bagno al fiume assolutamente seminudo? - Assolutamente no! - Assolutamente grazie, assolutamente arrivederci! - Assolutamente prego!

MA CI ANDATE IN QUELL'ASSOLUTO POSTO!?

Io ce l'ho con chi lo usa, non ci posso fare niente. Se sento dire erroneamente a qualcuno assolutamente da quel momento in poi non gli dò più peso, per me è cretino, punto. 

Se non ci avete ancora fatto caso, fatecelo per favore. Anche se mi sembra impossibile non averci fatto caso.

Mi viene l'orticaria ad ogni assolutamente sentito in tivù o per la via. In tivù perché sono capre che scimmiottano l'inglese a cazzo di cane, per la via perché imitano i beceri della tv.

È il rutto del dogma, la verità che perde importanza, la pecoraggine che prende piede.

venerdì 15 giugno 2012

Il gabbiano





Perché ridi in lontananza,
Con lo scherno portuario
Pieno d'astio indifferente, e l'arroganza
Di ogni paradiso fognario?

domenica 11 marzo 2012

Bisogna sempre mettere un titolo?

La vita ci ha insegnato che le cose succedono, anche quando sembravano improbabili. Che anche se ci chiediamo come sia stato possibile, è uguale. Viviamo in una realtà surreale di per sé, perché analizzata in tal senso.  
Uno, di sguincio, si domanda la ragione per cui continui a parlare metafisico quando gli altri rispondono in fisico. Ci si chiede quando ci scrolleremo di dosso l'ingenuità della provincia, senza volerla veramente abbandonare, solo controllare. E soprattutto, perché si continui a penZare. Ci si chiede, pure, se si ritroverà qualcuno i cui pregi siano in grado di rovinare ancora così bene. Che poi hai voglia di fare diga con un sassolino. L'inondazione porta angoscia e scompiglio, ma anche ricostruzione sulle macerie. Abbiamo voglia di ricostruire?
Il potere che abbiamo non è mai abbastanza.

lunedì 15 agosto 2011

martedì 2 agosto 2011

Emmobbasta

Non sopporto più Parigi, la sua menzogna. Come una bella persona che dici Ah però poi alla fin fine delude. Nel mio capo è diventata piccola e decadente. Le sue teste scapigliate e le camminate con finta aria indifferente. Machiticaca. Lo stile sbottonato e mormorante di caffè brulicanti di topi. I bambini bobos e tutti sti dandy e sti alternativi che non sanno più come farsi notare che ci hanno veramente stramazzato i coglioni.


-------------------------------------------- Ritorno

Superato lo shock dell'appiccicume e dell'immondizia, guardando il sole ho avuto la sensazione di respirare la luce e m'è venuto da piangere, ma non l'ho fatto

giovedì 24 marzo 2011

Non ce la faccio più

Non ce la faccio più a passare le mie giornate a pensare a cazzate, ma è un riflesso incondizionato. 
Purtroppo ho una serie di buoni propositi anche se è un giovedì di marzo.
Fra questi troviamo: 
Pensare il verosimile
Riequilibrare il ritmo sonno-veglia
Trovare l'antidoto per il mio dente avvelenato
Godermi le giornate di sole
Studiare Hugo e Michel Foucault
Sopportare certe dinamiche
Non prendere tutto sul piano personale
Abbinare i calzini alla maglietta (a volte non succede)
Imparare nuovi indovinelli
Installare il backgammon nel computer
Smettere di credere nell'astrologia
Avere pazienza, più pazienza di quanta ne abbia già
Fare come un eremita che rinuncia a sé

venerdì 11 marzo 2011

Il cammino della scienza

"Si muova! Si sbrighi a portarmi quel foglio, cosa sta facendo, non stia a perdere altro tempo!"
Con quel foglio si poteva vedere finalmente stampato nero su bianco il risultato finale di quell'esperimento, di quell'agghiacciante prototipo provato su candidi roditori, e l'ultima settimana su cavie umane sottopagate. Che però non si erano lamentate, dato l'esito positivo del test.
Il dottor E. aspettava che il trafelato assistente gli portasse l'attestato ufficiale che gli avrebbe permesso di depositare il brevetto di quel macchinario a cui lavorava da praticamente tutta la vita. Gli era venuto in mente il progetto già da giovanetto, e si era messo nel mondo della scienza per arrivare lì, in quel giorno di svolta epocale nella sua carriera di dottorone. 
Aveva da sempre avuto il fastidio di farsi rovinare l'umore da quisquilie che gli altri non capivano; in generale per carattere era allegro, ma quando gli si alterava questo delicato equilibrio i crucci gli si depositavano dentro come un graffio su un oggetto nuovo, e non c'era verso di farlo tornar contento. Non riusciva a mettere da parte le sensazioni, accantonarle una buona volta. L'unico metodo era aspettare che finisse la giornata, che se ne andasse a letto per poi iniziare daccapo la mattina dopo sperando di aver dimenticato tutto. Era l'unico rimedio che aveva da sempre poututo sperimentare, perché niente: alcool, distrazioni, barzellette, una visione per la strada, niente riusciva a farlo tornare come prima, ad un livello di serenità alterato da fastidi inutili, che i meno sensibili neanche immaginavano. E ovviamente ci soffriva quasi fisicamente, come fosse affetto da una malattia. Da razionale com'era nato, non poteva di certo soprassedere ai suoi sentimenti, ai suoi moti d'umore, a queste livide e ridicole espressioni umanistiche che avevano riempito tante pagine a vuoto. L'uomo non aveva imparato niente, aveva solo saputo dare un nome a quelle "cose"; che immenso spreco di tempo, ma forse necessario. Spleen, paranoja, tristezza, rabbia, inutilità che non facevano progredire, né indietreggiare. Il suo era un semplice passo avanti che avrebbe, a detta sua, portato ad un altro livello la risoluzione di tutta quella spinosa questione.
E quindi il dottor E. aveva inventato una macchina per controllare le emozioni, convinto che la vita sarebbe stata molto più facile e che niente avrebbe potuto più rovinargli l'umore.
Poveretto, non si rendeva conto mica che ben più dei poeti aveva dato importanza alle emozioni, le aveva anzi messe al primo posto nella sua vita, convinto che schiacciarle significasse finalmente ignorarle.

lunedì 28 febbraio 2011

Aspettative


Ho disegnato con un dito una faccina triste nella condensa del vetro della doccia, e quella, giustamente, s'è messa a piangere.


sabato 27 novembre 2010

Questi post davanti al mare

E fin qui abbiamo parlato e sparlato, discusso, pianto e cantato. Abbiamo riso prima di fare la battuta, e da soli ripensando a una cosa. Ci siamo messi in mostra e in disparte, e brindato e siamo andati a riposare. Abbiamo detto le solite cazzate del caso, passato il tempo alla meglio. Abbiamo letto e scritto, alzato la mano, fatto tanti convenevoli e anche sognato. Sogni belli, brutti, mediocri in bianco e nero di cui rimane solo l'alone che scompare alla prima specchiata mattutina (ora ci sei solo tu davanti allo specchio)

E la resa dei conti?

Stavo discutendo poco fa con un'amica che ci vorrebbe un'involuzione, si dovrebbe retrocedere; capiamo noi stessi così bene e abbiamo così chiare le situazioni da renderci ancora più confusi.
Chissà! L'uomo si porta dietro il fardello della soddisfazione della consapevolezza, e invece mah, si diventasse un po' più ruspanti sai quante soddisfazioni in più.
Che tanto diciamocelo scavare e scavare fa sempre più male, vorrei dimenticare alcune cose, ma tanto è d'uopo che continui a pensare, e costruire sopra quello che c'è.

Il fatto è che, se invece di cercare la propria felicità ci si dà in pasto a surrogati e diversivi, la prima negatività ti piega

Perché non hai niente con cui difenderti e tutto da cui difenderti.

L’homme n’est qu’un roseau, le plus faible de la nature; mais c’est un roseau pensant. Il ne faut pas que l’univers entier s’arme pour l’écraser: une vapeur, une goutte d’eau, suffit pour le tuer. Mais, quand l’univers l’écraserait, l’homme serait encore plus noble que ce qui le tue, parce qu’il sait qu’il meurt, et l’avantage que l’univers a sur lui, l’univers n’en sait rien. Toute notre dignité consiste donc en la pensée. C’est de là qu’il nous faut relever et non de l’espace et de la durée, que nous ne saurions remplir. Travaillons donc à bien penser: voilà le principe de la morale. Ce n'est point de l'espace que je dois chercher ma dignité, mais c'est du règlement de ma pensée. Je n'aurai pas davantage en possédant des terres: par l'espace, l'univers me comprend et m'engloutit comme un point; par la pensée, je le comprends.

L'uomo è soltanto una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c'è bisogno che l'intero universo si armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d'acqua bastano ad ucciderlo. Ma, quandanche l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe ancor più nobile di ciò che lo uccide, perché sa di morire, e del vantaggio che l'universo ha su di lui, l'universo non ne sa niente. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È da qui che dobbiamo risollevarci e non dallo spazio e dalla durata, che non sapremmo riempire. Impegniamoci dunque a pensare bene: ecco il principio della morale. Non è a partire dallo spazio che devo cercare la mia dignità, ma dall'organizzazione del mio pensiero. Non avrei di più possedendo terre: attraverso lo spazio, l'universo mi comprende e mi inghiottisce come un punto; attraverso il pensiero, lo comprendo.

Blaise Pascal, Pensées, 1660 

Sono queste fortune del tutto particolari 
- l'universo pur comprendendoci non ci comprende.

mercoledì 7 luglio 2010

Approfitto dello stato di ebbrezza. Poi domani chissà.

Stasera sono rincasata stordita. Non succedeva da tempo ormai. E infatti qui di seguito un discorso che si addice a una persona stordita, o forse solo più lucida. L'avrei potuto fare oralmente, invece mi trovo a scriverlo. Siamo andati via di fretta, e avrei preferito stare a chiacchierare. Cosa pretendere, da figlia unica so benissimo sbrigarmela da sola, in questi casi. 

Ho cambiato sigarette, ma stasera ho quelle di una volta, quelle di tutta una serie di anni passati a fumare come un'imbecille, di quelle sigarette che fumi e dimentichi. E ho capito una cosa. Ho capito che voglio un interlocutore con cui poter essere fraintesa. Il fraintendimento è la mia meta. La mia metà. Quale lusso pretendere qualcuno con cui dire e disdire, in uno scambio pari di motteggi costruttivi, distruttivi, istruttivi. Per scavare in fondo a sé stessi nella più completa sincerità, nella più completa connessione, nel più completo rispetto. Senza giudizi, senza facce storte. So di essere perfettamente in grado di farlo. Quando uno deve render conto o dimostrare qualcosa, o cambiare per essere accettato, anche di poco, che immensa sconfitta. Per fortuna la vita mi ha regalato anche persone con cui questo procedimento avviene. Ma non con tutti funziona, e questo mi fa sentire oltremodo frustrata.

Che noja dover aspettare sempre il due più due. A volte si ha la sensazione di dire e comportarsi solo in parte, quando ci vorrebbe così poco per darsi completamente. Poi però, la paura degli altri, la derisione, l'esclusione. L'etichetta, le norme sociali. Mi sento a volte così frenata, e so che potrei dare molto di più, se solo dicessi tutto quello che mi passa per la testa. O se lo facessi. Poi mi dico no, bisogna che il pensiero e gli atti vengano filtrati da quel briciolo di razionalità che  mi resta. E nonostante tutto non mi sento ridimensionata, in linea di massima mi sembra di offrire agli altri la stessa immagine che ho di me stessa. Ma poi...poi resta un'amarezza di fondo, un'amarezza che conosco, e che non dò a vedere tanto spesso. Il problema è l'immagine che si ha degli altri. Ci costruiamo un mausoleo di chi ci sta di fronte, ci appoggiamo a un'iconografia indistruttibile di chi ci circonda. Ma non è così. Tutti abbiamo bisogno di cantare, di dire, di fare, di offrire le proprie qualità, di migliorare i propri difetti. 

Sai cos'è. Che bisogna minare la propria coerenza. Se uno è sempre ironico, allegro, va a finire che non si riesce a far pesare la propria serietà, e ogni atto o parola viene scambiata per ironica. Se, al contrario, si è sempre seri, nessuno ride alle tue battute. Non che le persone ironiche non siano degne di rispetto, di gravità: ma questo solo chi è intelligente lo sa. Per il resto, si approfittano di te e della tua allegria costruita. Trovare una via di mezzo non è facile, ma è sempre possibile offrire uno spiraglio di quello che si è, veramente. Le persone gravi sono in realtà dei giocosi che hanno paura di esser presi in giro, dei timidi. I simpaticoni sono dei timidi che usano qualsiasi strumento per intrattenere gli altri, che ti chiedono solo di farli ridere. Così uno si tiene per sé gli ingombri, che pesano, crescono, pesano, non esternati non hanno forma, non hanno nome. Il vizio della battuta. È un orribile vizio.

Pensare di dover sempre creare una comunicazione lineare mi pesa, e non poco. Quando hai perfettamente cognizione di poter sgravare tutto ciò che ingombra, senza pretendere di dover dare spiegazioni accurate, e ad ogni modo non farlo, quella è la vera violenza. Quella è la vera vita a mezzo. Perché a volte sembra ci si vergogni perfino di vivere, e il bene che si vuole agli altri è come limitato, limitante, perché sai bene che non dai tutto te stesso. Diventa come prendere in giro il prossimo a metà. Non è così?

Mi dovrò sentir dire che non ho ragione, e invece sono convinta che noi tutti viviamo a metà. C'è il nostro piccolo mondo non condiviso, quello che abbiamo nella testa come una verità imprescindibile e assoluta, che usiamo come metro di paragone per tutto ciò che accade. Poi ci sono le chiacchierate del più e del meno, dove si ha la sensazione di non esser soli. Poi ci sono le persone che ti sono vicine, che con uno sguardo sanno guardarti a fondo, e con una parola hanno già capito tutto. E quando si inizia a parlare beh, sei cresciuto di almeno tre chili.

Ci sono poi le persone con cui si parla d'amore, e non sono tante. Parlare d'amore. Che lussi. Con i diretti interessati, come una breccia in ciò che più è importante e avviluppato in un certo nucleo strano, che non si sa spiegare eppure chiarissimo. Poi ci sono quelli con cui si parla d'amore per massimi sistemi, e non si arriva a nessuna conclusione, solo ad un'affinità di intelletti. E poi ci sono quelli che ti stanno a sentire, quei santi a cui affidi gli scleri più incomprensibili e che poi saluti di fretta perché devi andare a farti la doccia.

Così è, e il mio problema più grosso, mi dispiace ammetterlo e peccherò di presunzione, è che non ho mai saputo essere veramente stupida.

sabato 12 giugno 2010

Per conservare la mia buona reputazione

Avendo rubato tempo da perdere in riflessioni sulle coincidenze inutili, dopo l'artigianale Teorema sul sistema solare, preceduto in termini di fabula da quello sull'Annullamento del Nove, la qui presente in questo momento ma probabilmente non quando leggerete è lieta di presentarvi uno studio su

I rapporti fra le lettere e le cifre: i casi del 3 e del 7

Il 3 e il 7: due numeri abusati, ricorrenti, in simbologia, religione. I 3 dell'avemmaria,  le 7 meraviglie del mondo, i 7 peccati capitali, i 7 re di Roma,  i 3 moschettieri, le 3 caravelle, i 7 samurai, la trinità, le 3 Grazie, i 7 giorni della settimana, i 7 nani, i 3 porcellini, 33 Cristo, 77 e' diavule,  3 a' gatta, 7  o' vasetto, 33 trentini.
Cosa vedo. Ancora loro! Scrivendo su un foglietto le cifre dall'1 al 9 in lettere ho voluto stilare un rapporto fra numero di lettere e cifre che rappresentano.
Quindi abbiamo, partendo da una semplice classifica numerica:
  • uno (tre lettere)
  • due (tre lettere)
  • tre (tre lettere)
  • quattro (sette lettere)
  • cinque (sei lettere)
  • sei (tre lettere)
  • sette (cinque lettere)
  • otto (quattro lettere)
  • nove (quattro lettere).

Seguitemi adesso. Mi chiedo se sia un caso che questi due numeri tornino sempre nella vita di noi tutti! Anche in questo caso, riscrivendo una classifica in ordine crescente delle cifre in base a quante lettere le compongono, viene fuori (il criterio usato per le lettere in ex-æquo è di prendere per prima la cifra in crescente valore strettamente numerico, quindi se l'uno e il due hanno entrambi tre lettere viene prima l'uno):
  1. uno (tre lettere)
  2. due (tre lettere)
  3. tre (tre lettere)
  4. sei (tre lettere)
  5. otto (quattro lettere)
  6. nove (quattro lettere)
  7. sette (cinque lettere)
  8. dieci (cinque lettere)
  9. quattro (sette lettere)
Dalle tre alle sette lettere. Ma cosa vediamo? Il 3 e il 7 occupano in classifica lo stesso posto, sia numericamente che per numero di lettere. Se non son coincidenze queste.

Basta, il fenomeno finisce qui, ve lo volevo solo dire. Non è utile, ma vuoi mettere; passare per un'ossessiva compulsiva è sempre di gran moda.

giovedì 29 aprile 2010

Gei Gei

Vorrei spezzare una lancia in favore di Jean-Jacques Rousseau, nonostante tutto. Lo so, sto un po' ammorbando tutti raccontando di questo personaggio (l'episodio della sua vita che preferisco è quando prende l'abito armeno, tunica e cappello di pelliccia, e meriterebbe lui solo un post), ma in fin dei conti non lo sto facendo manco poi tanto, dai. Insomma, con André Breton vi era andata molto peggio. Purtroppo o per fortuna ho la tendenza a finire col credere di conoscere di persona chi studio per l'università, insomma dopo un po' di tempo queste genti diventano qualcuno di famiglia, mica riesco a dividere l'ambito studio e vita privata. Altrimenti non avrebbe senso per me leggere Les Confessions di Rousseau: che cazzo me ne fregherebbe se non fosse per fare un piacere a qualcuno che conosco? Tipo un cugino che ti dice leggi e dimmi che ne pensi. Magari poi mi viene da appoggiare anche qualche sua posizione.

Potete trovare tante biografie su internet, ma sentite a me, che vi dò i dati essenziali. Per chi non lo sapesse, Jean-Jacques (1712-1778), nato sotto il segno del Cancro, ha passato la sua vita a cercare la società e i salotti e allo stesso tempo a ritirarsi a mo' di eremita sparendo dalla circolazione. Poi però mentre era via si chiedeva cosa stessero tramando alle sue spalle. E ha passato un'intera vita a spiegare a quelli dei salotti buoni perché si ritirasse. Un ottimo motivo era pure un serio problema alle vie urinarie che lo costringeva a mingere continuamente. Scusi Madame de Luxembourg, vado un attimo a fare pipì poi torno e se ne parla. Vicino alla natura, amante di pane e formaggio e dei pasti frugali in genere, fosse vissuto ai nostri giorni si sarebbe iscritto al CAI.
Personaggio paranoico e contraddittorio, ha scritto un trattato sull'educazione e abbandonato 5 figli all'orfanotrofio. Con manie di persecuzione, aveva paura che gli sottraessero perfino la lista della spesa e vedeva l'occhio di Sauron che lo fissava dovunque andasse. Lui stesso ammette di avere più paura dei suoi mali immaginari che di quelli veri. L'immaginazione è stato ciò che lo ha reso felice e allo stesso tempo disgraziato.


Andare in biblioteca e leggere le sue paranoje non è divertente; e fino a un certo punto de Les Confessions mi riconoscevo appieno nel suo carattere, a tratti sembrava parlasse proprio di me, e l'avevo preso in simpatia. Poi no, ha degenerato e avrei voluto prenderlo a sberle. Ma come si fa. E con che dovizia di particolari! Non viveva tranquillo un secondo. Uno sguardo di sbieco o una voce sentita faceva istantaneamente crescere la lista dei suoi nemici.

Però poretto: ha tutto sommato avuto una vita di m****, e l'impresa di confessare a tutti quello che uno normalmente si tiene per sé finché campa non è da tutti, riuscire a sovrastare i propri segreti non è mica facilissimo. Per giustificare il suo carattere di fronte ai presunti nemici che lo volevano far fuori, certo, una sorta di rivalsa. Rivalsa postuma, ché Le Confessioni dovevano uscire dopo la sua morte, e questo è un punto a suo favore. Quindi immagino quanta applicazione per spiegarsi proprio bene bene bene.

Era pure lui, in un certo senso, un Dinghiano, che conosceva la verità del suo penZiero e tutti gli altri non c'avevano capito nulla. Ed è per questo, che, in fondo, lo capisco per davvero.

Che a noi dei suoi segreti e colpe da espiare ce ne importi qualcosa quello è un altro discorso, è l'idea che resta comunque affascinante. 

E ora caro mio ti torno a studiare, ti analizzo, ti giudico. D'altronde ti ci sei messo tu stesso nella pubblica piazza, non ti lamentare, JJ.

Che tu riposi in pace, tormentato dalla tomba di Voltaire di fianco a te: che sfiga.

domenica 7 marzo 2010

Giuro, dico questa e vado a letto.

Guidavo e
Mentre guidavo riflettevo
Riflettevo sulle nuove generazioni su di giri al giro la sera - bande di ossigenati scalpitanti con la techno nel cellulare dall'altoparlante malauguratamente troppo alto - e su quelle in greggi che fanno le fighe e mi chiedevo
Mi chiedevo dove fossero finiti i giovanotti un po' fricchettoni, i protoalternativi che sono ancora dei tarocchi ma che celano le potenzialità per poter diventare un giorno degli originali e ragionavo
Ragionavo che da giovini io e le mie amiche non è che non facessimo le fighe per scelta, ma perché non sapevamo ne esistesse l'opzione (e forse non lo sappiamo neanche oggi) mi sono girata allo svincolo e ho visto
Ho visto la luna fluttuare all'orizzonte, e mi spostavo
Mi spostavo e quella saliva spiandomi enorme, una calamita arancione su un cielo colata di ghisa e ho pensato
A Leopardi.

Poteva andar peggio.

mercoledì 27 gennaio 2010

Io: la maga del cazzège

...ed è proprio nel momento in cui c'è bisogno della massima concentrazione, quando si raggiunge il climax del ragionamento dopo molti giri mentali focalizzati su un unico punto, che una corrente inversa stride ma appiana la gracchiata di tensione.
La lisciata al contropelo!
Tutto questo per descrivere - resistete, non vi distraete proprio adesso -
la distrazione.

mercoledì 20 gennaio 2010

Libiamo

Oggi il blog festeggia il suo primo compleanno. Cioè, son io che festeggio, lui non se n'è reso conto.
Time flies!

sabato 9 gennaio 2010

Che giornata produttiva, che giornata divertente

I 99 Posse, tornati magicamente in vita: stasera non andrò a vederli, dopo una zaffata di realismo per l'organizzazione della serata.
Spiegare cosa rappresentino per me, non è facile. O meglio, lo è, e parecchio. I 99 Posse sono la mia adolescenza. Lo sono e basta. C'erano solo loro e De Gregori. Il secondo pienava il lato romantico e interpretativo, e gli altri la ribellione.
A distanza di anni senza ascoltarli so intonarne a memoria qualsiasi pezzo. Possiedo tutti i loro CD, fino a La tempesta, un nuovo progetto (i Nous), orfano di 'O Zulù che è durato quanto un toc toc alla porta.
Comprai il primo CD nel '99, anno del loro scioglimento, quasi fatto apposta - colpa di Yoko Ono, avrebbero detto gli Elio e Le Storie Tese - e poi percorsi le pubblicazioni a ritroso.
Porini! Quanta gente li schifava.
Il mio periodo da discman nell'autobus con la discografia novantanovepossiana è durata quasi un quinquennio. Poi basta, voltai pagina. La ribellione era finita, mi ero già tagliata i capelli da tempo.
Se ci penso mi viene un po' di nostalgia. Erano dei gran brutti ceffi e dalle mie parti non li capivano quando cantavano, ma io gli ho sempre voluto tanto bene. Anché perché io li capivo. E perché ero piccina, oggi forse non inizierei mai ad ascoltarli.
E stasera suonano, a più di un'ora di macchina da qui, ma senza Meg. 'O Zulù sarà lievitato negli anni, e forse riproporranno la stessa minestra riscaldata dei successi degli anni scorsi. Forse sarà un raduno di nostalgici dei Centri Sociali, un po' come i sessantenni che vanno a sentire i Pooh, la stessa ricerca identica.
Non mi avrete mai come volete voi!

lunedì 28 dicembre 2009

Fosse per loro, solo incontri galanti nei luoghi pubblici.

Dopo il giro relativo (relative tour) odierno mi sento rinata! Rinata perché so di essere a posto per diversi mesi. 
Mi stavo chiedendo, senza relazione con quanto ho detto: dov'è situato il quartier generale dei rosari - intesi come venditori di rose, quelli che pensano e sperano sempre che il tuo amico sia il tuo spasimante, addirittura anelano a fargli cambiare intento - ? Ossia il magazzino, con lo scagnozzo che dà ai subordinati dello Sri-Lanka i mazzi da vendere ai bordellotti in piumino e Timberland? No, credo proprio di essere arrivata alla conclusione che sia ambulante, se esiste. 




Nel bar l'altra sera è venuto con le rose, poi mezz'ora dopo essere uscita lo stesso stava vendendo ombrelli con un ampio gesto di versatilità dato il tempo (io ho precisato che mi trovassi benissimo a ripararmi col giubbotto, grazie. Poi i miei soldi li spendo in altre utili destinazioni). 
Le ipotesi sono tre: 
  1. o è un prestidigitatore che ha trasformato i fiori in ombrelli;
  2. o qualcuno è venuto di corsa a portargli gli ombrelli e ha preso in cambio le rose;
  3. o lui si è recato allo stranamente vicinissimo quartier generale.
Chissà quanto imprecano, e giustamente. Azz me la vuoi comprare una rosa che sia una, maledetto frequentatore di posti a pagamento, anche se te la tieni per te


A dirla tutta non so perché abbia parlato di loro, e a quest'ora, in cui per coerenza verso i miei amici dovrei già dormire visto che No no è tardi vi saluto, e mi dispiace dipingerli con colori così sgargianti, ma d'altronde è così che dimostrano la loro rispettabile professionalità. 
I venditori illegali di romanticismo rifiutato.
No grazie, veramente. No grazie, niente rose stasera non abbiamo spicci.


Un applauso a voi, je vous kiffe.