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venerdì 4 ottobre 2013

Sentirsi giovani in 3 secondi #2

In fila dal dottore

- "Ciao! Allora, hai finito la scuola?"
- "Sì sì"
- "E ora che fai? Ti iscrivi all'università?"
- "Veramente ho finito anche quella... mi sono immatricolata nel 2004"

mercoledì 22 maggio 2013

Suppone Pereira - post su post

Tema - Ci sono cose vere e cose supposte... Se le vere le mettiamo da parte, le supposte dove le mettiamo?

Svolgimento

Suppongo che la linea di demarcazione fra la supposizione e la verità sia l'esistenza di una prova.
Dal momento che tutto ciò che vediamo, percepiamo, ricordiamo, comunichiamo, passa inevitabilmente  da un filtro, che è la testa di ognuno, si può supporre che le verità siano tante quante sono le teste in grado di formulare ipotesi e di ricercare prove a favore della stessa, come sto facendo in questo esatto momento.
Ma è anche presumibile che con questa idea ciascuno possa a proprio favore imporre delle verità mediante l'uso della forza. Proprio per questo sono state inventate delle convenzioni sociali, a partire dall'alfabeto ai numeri passando per la Costituzione, a cui aggrapparsi nel cercare e provare una verità condivisa. Se poi tutto ciò sia un'imposizione, che ce l'abbia data la Storia, che ce l'abbia data la Ragione, che ce l'abbia dato il fatto che tali convenzioni siano state un incentivo alla sopravvivenza poco importa. Senza di loro, non starei qui a parlare di verità e supposizione.
In altre parole, grazie a tali convenzioni si può affermare che le verità le mettiamo da parte, e le supposte...

Che poi volevo anche dire che c'era qualche tempo fa quella pubblicità imbarazzante di supposte che si chiamavano Eva Q, dove una tizia richiamava chiaramente Eva Kant (e qui rientra in gioco la filosofia). E c'era questa animazione 3D di come si somministra che veniva puntualmente trasmessa all'ora di cena.

E poi vorrei anche polemizzare contro le guardie mediche corse: pur essendo già stato inventato il paracetamolo, nell'estate 2001, al mare, per combattere un febbrone a 40 misto a raffreddore mi furono prescritte delle suppositoires. Al mentolo.

domenica 7 agosto 2011

Ai vecchini

Quanto sono bellini i vecchini, uno sbocciare di sghigaggine e di perduta giovinezza. 
Coi nasi appuntiti e gli occhietti furbi, la camminata incerta e quei capelli, tutti dello stesso colore, vanità andata persa. 
I vecchini sanno regalare le cose col cuore, le danno come un testamento fatto un po' alla volta. 
Ai vecchini si riservano le mansioni semplici, da fare da seduti, sapendo che sanno che lasciarli con le mani in mano sarebbe un profondo dispiacere.
I vecchini parlano perlopiù del passato, o del futuro degli altri, hanno le pupille piene di ricordi mentre guardano un posto dove hanno vissuto tanto tempo fa, quando il mondo era diverso e lo erano anche loro.
Ci sono dei vecchini che si sono rotti la schiena per tutta la vita a lavorare a testa bassa, e la loro semplicità sprigiona una bontà, una saggezza e una generosità che non si imparano dall'esempio.
Temo il giorno in cui certi vecchini se ne andranno, ogni gesto sembra evocarlo, ed è per questo che guardando certi vecchini mi si stringe il cuore, e penso che non riuscirò mai a dimostrare loro tutto il mio affetto e la mia gratitudine. 
Forse ci riuscirò con uno sguardo quando sarò anch'io una vecchina, ma per allora sarà troppo tardi.

giovedì 4 agosto 2011

L'incredibile storia di uno che non conoscevo

Vedi bellino lui
"Evariste Galois morì a ventunanni e fu uno dei maggiori matematici dell'epoca moderna. Probabilmente visse disperato. Quando tentò di entrare nell'isola dei beati, l'Ecole Polytechnique (il sogno per un ragazzino preso dai numeri e dal gioco delle equazioni), fu respinto per ben due volte - pare perché i professori che lo esaminavano non riuscivano a capirlo. Qualcuno dice che fosse il suo stesso entusiasmo a confonderlo: smarriva la chiarezza dell'eloquio. Sta di fatto che dopo essersi piegato alla minore Ecole Normale (uno smacco per Evariste) fu preso dagli astratti furori della rivoluzione (ed era il 1830, la cacciata di Carlo X, la Repubblica, l'arrivo proditorio di Luigi Filippo). Ne venne quello che sempre accade alle anime sublimi: pagò anche per gli altri. Venne cacciato dalla scuola perché, repubblicano, si era preso l'impudenza di attaccare il Direttore dell'Ecole Normale - lui sì troppo burocrate e prudente, se non vile dinanzi agli eventi del tempo. Evariste fu arrestato due volte per motivi politici. Passò in carcere il maggior tempo dell'ultimo anno e mezzo di vita.
Ritratto di Poisson all'età di 42 anni
Nel 1829, a diciottanni, presenta all'Académie des Sciences un doppio lavoro sulla risolubilità delle equazioni. Ma Cauchy, altro esimio matematico, chissà come lo perse. Un anno dopo, sempre per l'Académie, Evariste riscrive tutto, con destinatario questa volta il segretario Fourier, che però da lì a poco muore. Anche questo lavoro andrà smarrito. Sembra un charma [sic], una fattura che non recede. Nel '31 (e siamo ormai alla fine), su suggerimento dello stesso Poisson, che è relatore all'Académie, propone una nuova sintesi, Sur les conditions de résolubilité des équations par radicaux. Ma com'è il mondo e cosa non fanno gli amici! Poisson gli risponde piccato che lo studio è incomprensibile e che va rifatto: insomma, che lui non intende impegnarsi come si dice in questi casi con macabra gentilezza. Galois, per quasi tutto il '32 è in carcere. Un fallito, un sognatore; forse un disadattato. Alla fine esce. Poi, per le solite ottocentesche questioni di onore e di operetta, di guanti sfoderati e subito calzati con uno strappo nella nebbia torva dell'aurora, si ritrova coinvolto in un duello da cui (e lo sa bene) non potrà salvarsi. Quel 28 maggio deve essere stato un giorno ghiacciato, un'ora demente e paralitica, così come vuole il copione. Evariste, il sognatore dell'algebra moderna, verrà ferito gravemente. Due giorni dopo, il 31 maggio 1832, muore.
[…] Galois è un condannato. Percepisce la clessidra, il soffio dei grani che cadono. Scrive, annota, prende appena può le scorciatoie: deve sbrigarsi. Con un inchiostro trasparente ma indelebile stringe sotto le sillabe, lungo i fili delle x o di un geroglifico di radici quadrate, qualcosa che urla come un gabbiano smarrito - e che ovunque è l'identità della giovinezza al morire. Nella trasparenza del blu di Prussia, quasi fosse un ultimo sogno vangoghiano, scorre alla fine latente quella frase minuta e penosa (un soffio di respiro calmo nell'orecchio) "non ho tempo, non ho più tempo per questi calcoli… ma, credetemi, è tutto vero"."


Tratto e scritto con estrema enfasi da Arnaldo Colasanti ne L'ultima notte della vita

lunedì 11 luglio 2011

C'era una volta il Ding


Una volta era così: s’era ragazzi.
Con uno slancio di impellenza commemorativa aprimmo un blog che ci rappresentasse, che rappresentasse chi pensavamo di essere e cosa ci stupiva e forgiammo nuovi aggettivi ché quelli che c’erano non bastavano. Adesso pare che gli aggettivi siano finiti, siamo finiti tutti alla deriva, come collettivo (che non è che abbiamo iniziato a drogarci), e il silenzio senza un ding lascia con un grande Mah!. Pazienza? Tanta ne abbiamo avuta, mansuetudine e malvagità. Evidentemente qualcosa è cambiato. A quanto pare, solo un diamante è per sempre, e se lo perdi è come se non esistesse più, lo stesso. Tanto si può dire e si può aspettare la sua rinascita seduti guardando l’ora, ma si sa che non sarà mai più uguale a prima. Tanto si può dire, che io non conosco il futuro nemmeno se sento a Paolo Fox, ma conosco il passato e conosco il presente e in data odierna 11 luglio 2011 il Ding non esiste, è morto, e credo che non ne verranno celebrati i funerali perché sembra per il momento che sia l'unica a manifestarne il decesso
Non oggi, oggi di triangoli non se ne suonano più

Apro quella pagina e la vedo come un monumento, 
un omaggio alla memoria


domenica 27 febbraio 2011

Piuttosto me ne vado

"La pratica dello stagismo gratuito fu abolita del tutto verso la metà del '300, per ultimo il decreto del Brasile, nel 2388. Ormai i termini "stage" e "stagista" sono  desueti e dispregiativi nella società attuale, e lo stagismo non viene più socialmente riconosciuto. Per l'uomo moderno è anzi impensabile che si potessero richiedere ed offrire, volontariamente, prestazioni di lavoro senza un compenso.  Ovviamente ciò non accadeva su scala mondiale, si parla di lavoro sottopagato, o prestazione gratuita in Italia. D'altronde tante erano le contraddizioni ed essere stagizzati  in territorio italiano, per alcuni, diventava persino una gloria, perché grazie ad uno stage gratuito si aveva accesso ad un altro, più gratuito ma dal nome più altisonante [...]"
Estratto da Chevin Ruttenberg, Nuove dichiarazioni di libertà mondiale - La storia degli ultimi secoli, il caso italiano, Nuova Torino, Einauditi, 2795, pag. multimediale 37

giovedì 5 agosto 2010

Libera nos Domine

Avevo promesso che non avrei mai più scritto di Jxxx-Jxxxxxx Rxxxxxxx, ma jeri, scusate, è successo una cosa che mi porta adesso a fare una confessione simile ad una che fa lui, il già quasicitato, nel presumibilmente secondo libro de Les Confessions (e questo s'era intuito. No?).
Mi spiego meglio. Jersera sono finita nella mia vecchia casella di posta Yahoo!, la prima che abbia aperto nella mia vita, e c'erano delle e-mail vecchissime!! Mi sono dilettata a rileggere i sedimenti di un passato di relazioni. O di un presente di relazioni, anche; c'erano messaggi di persone che non sento più, altre invece che si comunicava formalmente, gli argomenti si scostavano dal tempo di poco, e ora, abbiamo rafforzato il legame e sarebbe sciocco parlare in quel modo. Poi mi sono stupita che mancassero in blocco tutte quelle persone importanti per me adesso ma che ancora all'epoca non conoscevo. Insomma, un bella tranche-de-vie, non c'è che dire.

Veniamo a noi... Nella miriade di e-mails ho trovato anche quelle di un certo F. S. [censuro per privacy], periodo Erasmus (2006-07). Mi sono detta E mo chesto chi cazzu è?? Presto detto, aprendo i messaggi mi sono ricordata di botto chi fosse. Confesso di aver rimosso perché mi sono comportata da stronza. Più che altro, è una storia di orizzonti di attesa infranti.
Jxxx-Jxxxxxx Rxxxxxxx, mandato in seminario, si vuole liberare del maestro a cui è affidato. Il povero maestro in questione era epilettico; un giorno, vuoi perché le convulsioni di un seduttore del passato, vuoi perché il seminario gli tarpava le ali, Jxxx-Jxxxxxx Rxxxxxxx abbandona per la via scappando il povero maestro nel bel mezzo di un attacco, per poi non rivederlo mai più. I rimorsi lo attanagliano anche 40 anni dopo.
Il mio caso è più blando - ovviamente. Allora, c'è da dire che sono partita per la Francia in seguito ad una fase di innamoramento pesante per un certo F. (omonimo del mittente dell'e-mail), francese, conosciuto in Italia. Già il nome era una garanzia. Il mio amico dell'università mi parlò di questo tizio che voleva lezioni di italiano perché voleva andare in vacanza in Italia, e anche che gli mettessi per iscritto dei CD con esercizi. Pensai, scusate la franchezza, piatto ricco mi ci ficco, ora questo omonimo idealizzato all'ennesima potenza sarà mio, e sarà bello, bravo e intelligente (triade già usata da Das). In più, povera stolta, avevo detto che avrei fatto tutto a gratis (a gratis nel loro capo: F. sarebbe stato mio creditore, a
vita).
Organizzammo il tutto: il tizio invita a cena a me e al nostro amico in comune. Allora: se mi volevano fare una sorpresa c'erano riusciti. Il tizio viveva solo in una casa buja buja, sembrava gli si fossero rimpiccioliti gli occhi, un'età indefinibile, serata pesante, non sapevo che cacchio dire, lui porino bello bello non si può dire che fosse, interessante ancora meno. Insomma sarò indulgente con chi mi sono comportata male, potrà anche garba' a qualcuno, ma a me non mi garbava di certo, questo è poco ma sicuro. 
Insomma: quella storia doveva finire. Dovevo immediatamente ritornare a fare i cazzi miei, mi diceva incessante il cervello. Lui addirittura mi rinvitò a cena e io gli feci tipo i Laureati nella scena iniziale al ristorante, quella in cui gabbano il cameriere implicandolo in una finta rubabandiera su chi perde paga il conto e poi scappano tutti senza pagare, e l'ultimo rigira il vicolo e fa pure il gesto dell'ombrello.
Non potevo però non far nulla. Anche perché lui mi rompeva anche discretamente l'anima, perché poi feci l'errore di dare il numero di telefono. Gli sbobinai qualche traccia del CD che mi dette, e basta. Le sue mail sono di una tristezza incalzante. Cito:
"Scusa non voglio disturbarti ma il lavoro va avanti?" 
E io 
"Scusa sono molto impegnata con gli esami..." 
MOLTO IMPEGNATA CON GLI ESAMI?? MA SE NON FACEVO UN CAZZO! E anche: 
"Sai, da te dipendono le mie vacanze in Italia... A che punto sei?" 
Cosa?! Ma un sarà vero! 
Poi il tutto si attuò con la solita tattica ti cago un pochino ti cago di meno scusa c'ho da fare non ti cagherò mai più finché campo. E così è stato: non solo non ho accettato di rivederlo mai più, ma non gli ho neanche dato quello che gli avevo promesso. In fondo, dico dico ma poi quando faccio così mi sento in colpa, che m'hanno inculcato nel cervello che non è proprio il massimo del comportamento.
Secondo me, ora che ci rifletto, ed è sinceramente la prima volta che lo faccio per questa faccenda, era tutta una stronzata... Mado' ti fai il CD per andare in vacanza? Lo sai quanti turisti francesi avrò visto jeri al museo? Almeno 20, non scherzo, tutti perfettamente sani e tutti perfettamente ignari della più piccola nozione dell'italiano. Ora, non vorrei che lui fosse uscito da un periodo di innamoramento pesante per una certa C. italiana, perché guarda, io di sicuro il tuo orizzonte di attesa non l'ho infranto. E ora me la prendo col mio amico francese che non ha obiettato sul fatto che lo facessi a gratis, date le fauci del soggetto in cui mi stava spingendo.
Insomma, in comune con la storia di Jxxx-Jxxxxxx Rxxxxxxx c'è l'abbandono, il maestro (ma nella mia i ruoli si invertono), la fuga repentina, lo stare ad ammorbare la gente con i propri cazzi senza poi dir molto durante un'infinità di tempo.

sabato 3 luglio 2010

Now and then

Il racconto del passato dimostra punto per punto in che modo esso influenzi il presente. Rimembrare cose che furono, o metterle per iscritto dipana davanti agli occhi una serie di fenomeni importanti per capire chi si è, oggi.
Il presente della scrittura o del ricordo raccontato oralmente influisce a sua volta sul passato, perché è nel presente che esso viene descritto. Il presente fa da scalpello, e dà la forma a un passato che può riesistere, modificato dalle istanze attuali, ed anzi reso vero da un presente che lo rianima.
Se il Presente è lo scalpello, è stato il Passato, blocco di marmo, a passare in ferramenta a comprarlo. O, se preferite, il Passato si riflette sul Presente, solo che lui è uno specchio mobile e può cambiare angolazione.

Se vuoi conoscere i tuoi pensieri di jeri osserva il tuo corpo oggi
Se vuoi sapere come sarai domani osserva i tuoi pensieri di oggi

venerdì 21 maggio 2010

I vecchi e i giovani

Ho deciso che da domani sull'autobus cederò il mio posto solo a chi ha i capelli bianchi, e non a chi se li tinge.
Perché (oltre che quello del parrucchiere) chi vuol sembrare giovane e non accetta la propria decadenza deve ovviamente pagare un prezzo.

giovedì 29 aprile 2010

Gei Gei

Vorrei spezzare una lancia in favore di Jean-Jacques Rousseau, nonostante tutto. Lo so, sto un po' ammorbando tutti raccontando di questo personaggio (l'episodio della sua vita che preferisco è quando prende l'abito armeno, tunica e cappello di pelliccia, e meriterebbe lui solo un post), ma in fin dei conti non lo sto facendo manco poi tanto, dai. Insomma, con André Breton vi era andata molto peggio. Purtroppo o per fortuna ho la tendenza a finire col credere di conoscere di persona chi studio per l'università, insomma dopo un po' di tempo queste genti diventano qualcuno di famiglia, mica riesco a dividere l'ambito studio e vita privata. Altrimenti non avrebbe senso per me leggere Les Confessions di Rousseau: che cazzo me ne fregherebbe se non fosse per fare un piacere a qualcuno che conosco? Tipo un cugino che ti dice leggi e dimmi che ne pensi. Magari poi mi viene da appoggiare anche qualche sua posizione.

Potete trovare tante biografie su internet, ma sentite a me, che vi dò i dati essenziali. Per chi non lo sapesse, Jean-Jacques (1712-1778), nato sotto il segno del Cancro, ha passato la sua vita a cercare la società e i salotti e allo stesso tempo a ritirarsi a mo' di eremita sparendo dalla circolazione. Poi però mentre era via si chiedeva cosa stessero tramando alle sue spalle. E ha passato un'intera vita a spiegare a quelli dei salotti buoni perché si ritirasse. Un ottimo motivo era pure un serio problema alle vie urinarie che lo costringeva a mingere continuamente. Scusi Madame de Luxembourg, vado un attimo a fare pipì poi torno e se ne parla. Vicino alla natura, amante di pane e formaggio e dei pasti frugali in genere, fosse vissuto ai nostri giorni si sarebbe iscritto al CAI.
Personaggio paranoico e contraddittorio, ha scritto un trattato sull'educazione e abbandonato 5 figli all'orfanotrofio. Con manie di persecuzione, aveva paura che gli sottraessero perfino la lista della spesa e vedeva l'occhio di Sauron che lo fissava dovunque andasse. Lui stesso ammette di avere più paura dei suoi mali immaginari che di quelli veri. L'immaginazione è stato ciò che lo ha reso felice e allo stesso tempo disgraziato.


Andare in biblioteca e leggere le sue paranoje non è divertente; e fino a un certo punto de Les Confessions mi riconoscevo appieno nel suo carattere, a tratti sembrava parlasse proprio di me, e l'avevo preso in simpatia. Poi no, ha degenerato e avrei voluto prenderlo a sberle. Ma come si fa. E con che dovizia di particolari! Non viveva tranquillo un secondo. Uno sguardo di sbieco o una voce sentita faceva istantaneamente crescere la lista dei suoi nemici.

Però poretto: ha tutto sommato avuto una vita di m****, e l'impresa di confessare a tutti quello che uno normalmente si tiene per sé finché campa non è da tutti, riuscire a sovrastare i propri segreti non è mica facilissimo. Per giustificare il suo carattere di fronte ai presunti nemici che lo volevano far fuori, certo, una sorta di rivalsa. Rivalsa postuma, ché Le Confessioni dovevano uscire dopo la sua morte, e questo è un punto a suo favore. Quindi immagino quanta applicazione per spiegarsi proprio bene bene bene.

Era pure lui, in un certo senso, un Dinghiano, che conosceva la verità del suo penZiero e tutti gli altri non c'avevano capito nulla. Ed è per questo, che, in fondo, lo capisco per davvero.

Che a noi dei suoi segreti e colpe da espiare ce ne importi qualcosa quello è un altro discorso, è l'idea che resta comunque affascinante. 

E ora caro mio ti torno a studiare, ti analizzo, ti giudico. D'altronde ti ci sei messo tu stesso nella pubblica piazza, non ti lamentare, JJ.

Che tu riposi in pace, tormentato dalla tomba di Voltaire di fianco a te: che sfiga.

domenica 11 aprile 2010

[…] vous faites, ils font.

© Matt Robinson
No, non si usa un font a caso. Usare un font a caso è come scrivere coi piedi. Se la calligrafia esprime la personalità per mezzi perlopiù inconsci, la scelta di un font nella videoscrittura è un carattere che l'autore applica si spera in maniera più o meno consapevole. Ed è in fin dei conti un modo per recitare.

Mi rincresce non conoscere la storia dei font tanto accuratamente come vorrei. E avrei bisogno di qualcuno che me la spiegasse, che mi appassionasse a dovere, che già le basi ci sono. Su Wikipedia esistono lunghe descrizioni barbose che col cavolo finisco di leggere. 
So comunque, ho letto almeno, che ci sono nel mondo dei maniaci del font che sanno smascherare errori nei lungometraggi (noi profani ci limitiamo all'orologio al braccio del gladiatore), errori di scritte, insegne, nei film di ambientazione storica. Caratteri inventati dopo il periodo in questione, anacronismi tipografici.

Un font è una firma, un riconoscimento. Ogni casa editrice ne usa uno diverso, per distinguersi. La Feltrinelli usa il Century, la Penguin il Gill Sans, le edizioni Pléiade della Gallimard il Garamond e la Einaudi l'Einaudi Garamond. Un font su misura. La Einaudi inoltre ha fatto la scelta editoriale di mettere l'accento acuto sulla i (í) e sulla u (ú), quando in italiano dovrebbero essere gravi (ì e ù), per vezzo. A loro si perdona. Cosí durante la lettura si intuisce una singolarità che è perlopiú difficile da individuare, anche se ce l'hai sotto il naso.

Blogger non offre tanti font, e che peccato. Si fa con quello che passa il convento. C'è il Georgia, che è quello che sto usando adesso, l'Arial, che poco sopporto, il Courier che fa tanto signora Fletcher, l'Helvetica, il Times che è troppo serio, il Trebuchet che mi fa inciampare, e il Verdana che è un po' troppo camuso.
Questi ci sono e questi tocca usare.

Ecco qua, contenti, ho scritto un post sui font, chissà che il prossimo non sia sulle stilografiche, solo però dopo aver chiamato il mio avvocato d'ufficio.

mercoledì 27 gennaio 2010

Mémoire

Come hanno fatto a spiegarci l'Olocausto? Senza ricevere tanta sofferenza com'è possibile capirlo? Come faranno i nostri - e i vostri - figli a capirlo? Sapremo spiegarglielo? Mi chiedo se sia più insita nell'uomo la cattiveria o la compassione per comprendere questo ma anche i drammi di sempre. Al di là dei numeri e dei film. Al di là delle pacche sulla spalla e le ricorrenze, che vanno tradizionalmente mantenute affinché realmente non scompajano.
La giornata della memoria, per non dimenticare che siamo tutti degli stronzi e che ognuno nel suo piccolo è in grado di compiere grandi cattiverie. Poi in larga scala un dittatore malato di mente si permette di meglio, di più. E quante stragi nascoste e quotidiane, ricordo tutte le vittime con calore.

Culi, non vi farò mai del male - il meno che posso.

sabato 9 gennaio 2010

Che giornata produttiva, che giornata divertente

I 99 Posse, tornati magicamente in vita: stasera non andrò a vederli, dopo una zaffata di realismo per l'organizzazione della serata.
Spiegare cosa rappresentino per me, non è facile. O meglio, lo è, e parecchio. I 99 Posse sono la mia adolescenza. Lo sono e basta. C'erano solo loro e De Gregori. Il secondo pienava il lato romantico e interpretativo, e gli altri la ribellione.
A distanza di anni senza ascoltarli so intonarne a memoria qualsiasi pezzo. Possiedo tutti i loro CD, fino a La tempesta, un nuovo progetto (i Nous), orfano di 'O Zulù che è durato quanto un toc toc alla porta.
Comprai il primo CD nel '99, anno del loro scioglimento, quasi fatto apposta - colpa di Yoko Ono, avrebbero detto gli Elio e Le Storie Tese - e poi percorsi le pubblicazioni a ritroso.
Porini! Quanta gente li schifava.
Il mio periodo da discman nell'autobus con la discografia novantanovepossiana è durata quasi un quinquennio. Poi basta, voltai pagina. La ribellione era finita, mi ero già tagliata i capelli da tempo.
Se ci penso mi viene un po' di nostalgia. Erano dei gran brutti ceffi e dalle mie parti non li capivano quando cantavano, ma io gli ho sempre voluto tanto bene. Anché perché io li capivo. E perché ero piccina, oggi forse non inizierei mai ad ascoltarli.
E stasera suonano, a più di un'ora di macchina da qui, ma senza Meg. 'O Zulù sarà lievitato negli anni, e forse riproporranno la stessa minestra riscaldata dei successi degli anni scorsi. Forse sarà un raduno di nostalgici dei Centri Sociali, un po' come i sessantenni che vanno a sentire i Pooh, la stessa ricerca identica.
Non mi avrete mai come volete voi!

giovedì 15 ottobre 2009

Ignari

Mi chiese "Signorina dov'è la Pannonia?" [La Pannocchia? Boh mi pareva fosse il luogo di insediamento dei Longobardi dopo il loro primo movimento migratorio.]
Risposi con la rincorsa "Beeeh...considerando che il popolo longobardo è originario della Scandinavia e che la Pannonia fu il primo luogo di insediamento durante la loro migrazione verso sud, direi che la Pannonia è qui". Il mio dito sulla cartina puntava un generico "SOTTO LA SCANDINAVIA". "No, signorina: la Pannonia è l'Ungheria."

Questa premessa aiuta la teoria che adesso esporrò.
D'accordo, vestigia longobarde sono state ritrovate in Ungheria, da cui si deduce che effettivamente vi si insediarono.
Gli Ungheresi, che si presentano col cognome e fanno il salame affumicato hanno deciso che la loro terra anticamente si chiamava Pannonia. O i Pannoni (che sembrano dei capannoni col caramello) hanno detto "No, noi domani si fa che ci si chiama Ungheresi". O anche attraverso procedimenti più delicati e complessi, ma non è questo il punto.
I LONGOBARDI! I Longobardi non avevano la minima idea di dove fossero! Cercavano solo di trovare un po' di sole che in quelle terre diacce stavano rincoglionendo!
Secoli dopo hanno detto "Qui signori sono passati i Longobardi". E quindi? Loro lo sapevano? E io sono costretta a sapere dove sia la Pannonia?



sabato 10 ottobre 2009

Alice was beginning to get very tired


Vediamo se ve ne importa qualcosa. A ringraziamento di un regalo che mi ha portato a lidi antichi, oggi si parla di...

LEWIS CARROLL

Chi è quest'uomo? Cosa spinge le umane menti a interessarsi alla sua attività professionale e personale del tutto particolare?
È possibile, in definitiva, unire fantasia, matematica, logica, simpatia affettiva spinta verso le bambine?
E soprattutto... la quarta caratteristica scaturisce dalle prime tre?
(Che detta così fa tanto Rieducational Channel e verrebbe da rispondere È gli Zozzi - ma questa è un'altra storia che un giorno narrerò)
Quest'uomo (vero nome: Charles Lutwidge Dodgson) era un pastore appassionato di matematica con amiche molto giovani.
Vi è mai capitato di leggere i suoi libri? Nel cartone della Disney, ça va sans dire, non scaturisce la cupezza che si evince nell'approcciarsi a favole tanto ben strutturate, dalle note scure nonostante il tripudio di personaggi e situazioni. Cos'altro aspettarsi da un professore di logica che fotografava bambine?
Carroll impastava neologismi e nonsense con regole fisiche e matematiche molto precise, ed una lontana tesina su di lui mi fa riaffiorare alla mente alcuni sfocati esempi. E qui viene la parte meglio argomentata del post. In tutta l'avventura ci sono continui riferimenti alle scienze. Quando Alice cade nel buco che la porterà nel Paese delle Meraviglie nonostante la tenera età e la pericolosità dell'avvenimento la bimba a voce alta cerca di calcolare dove si trovi:

Down, down, down. Would the fall never come to an end? "I wonder how many miles I've fallen by this time?" she said aloud. "I must be getting somewhere near the centre of the earth. Let me see: that would be four thousand miles down, I think-" (for, you see, Alice had learnt several things of this sort in her lessons in the school-room, and though this was not a very good opportunity for showing off her knowledge, as there was no one to listen to her, still it was good practice to say it over) "-- yes that's about the right distance -- but then I wonder what Latitude or Longitude I've got to?" (Alice had not the slightest idea what Latitude was, or Longitude either, but she thought they were nice grand words to say.)
O ancora troviamo anche la chimica in Through The Looking Glass e What Alice Found There, dove, quando Alice beve il latte, nel mondo al contrario succede qualcosa che ha a che fare con i componenti della bevanda che io ovviamente non vi so spiegare perché non sono Lewis Carroll e al compito di chimica mi scrivevo le formule sulle scarpe ma, voi, cari ovattatori, vi fidate se ve lo dico. Ancora, il gioco degli scacchi e la logica scende in campo con mosse sicure e sensate, ma spietato, Alice rischia di perdere la vita.
Già me lo vedo, quel puritano in gita in barca mentre racconta la favola ad Alice Liddel da cui poi, anni e anni dopo, ne è derivato un cartone animato. Questo, per essere esportato in Italia, è stato doppiato fin nella più picciol nota da musical disnegliano: grazie a quella gita infatti quando è il compleanno di qualcuno dopo che gli fai gli auguri ti canticchi simpaticamente anche Un buon non compleanno a me a me. Come si dice, dal produttore al consumatore
Quello che mi chiedo è: ma i genitori della pargola nel frattempo erano in trasferta a San Patrignano oppure peccarono semplicemente di permissività? Io la mi' figliola da sola con quello lì non ce la lascerei. Non è che lui le faceva ripetizioni di matematica?

Quest'uomo, in definitiva, usava le favole come arma seduttiva. Senza i conigli, è una norma applicabile tutt'oggi anche ad altre fasce d'età. Però che schifo.

P.s.: un ringraziamento speciale anche a Crispino, l'animale nato per fare il Crispino.

Ora me lo date il Nobel pure a me?

© Charles Lutwidge Dodgson ritratto da Oscar Gustav Rejlander, 28 marzo 1863 (Collezione Gernsheim, Harry Ransom Humanities Research Center, Università del Texas, Austin)

lunedì 28 settembre 2009

Œpsilon

Anch'io ai miei tempi sono stata una Pupilla. In seconda liceo andavo a ripetizioni di matematica dal cugino di mia madre, che la insegnava in un altro istituto.
Vogliamo parlare della tariffa? A suo tempo si prendeva 30.000£ all'ora, che scusate ma non sono per niente i 15€ di adesso, e grazie mille per lo sconto parentela.

domenica 30 agosto 2009

Il Pupillo

Il Pupillo ha passato l'esame, me l'ha detto l'altro giorno.
Il Pupillo mi temeva un po', quando facevo una battuta si vergognava di ridere. Poi se ne usciva con un'affermazione irriverente, senza volerlo.
Il Pupillo non si lavava le mani dopo essere stato in bagno: me lo sentivo.
Il Pupillo, lui, non ce la faceva a dire vacances senza aspirare la c (vahans). Gli ho detto più volte di uscire da quel corpo, ma niente, corazza dura da buon groupie della Chiocciola.
Il Pupillo scriveva in stampatello e con una grafia un po' così.
Il Pupillo era della bilancia, insieme eravamo equilibrati ma solo io intascavo i soldi.
Quando il Pupillo entrava in casa, guardava dritto davanti a sé pensando "Tra poco tutto questo sarà finito" mentre tuonava un "Permesso" seguito da virata a sinistra.
Il Pupillo mi temeva un po', quando gli ho offerto dell'acqua ha rifiutato, per tre volte.
Mi ha rifilato più di una scusa: la nonna, il mare; mancavano il cane e la febbre.
Gli ho chiesto se avesse internet che gli mandavo qualcosa. Mi ha detto di no. Poi se n'è pentito, era troppo grossa, mi ha detto "Sì ce l'ho, t'ho detto di no perché sennò te mi mandi le cose".
Il Pupillo un giorno l'ho sorpreso dalla finestra ad ascoltare la musica sotto il portone di casa, non voleva entrare cinque minuti prima. Infatti allo scoccare dell'ora x ha suonato il campanello.
Il Pupillo mi temeva un po' (e non ho mai capito perché), ma ha passato l'esame. In fondo gli volevo pure bene.
Un'ultima cosa, il Pupillo è ancora vivo.

venerdì 31 luglio 2009

Racconti di vacanze che furono

Allora sentite questa, me l'ha raccontata il mi' babbo ieri sera. Risale ad una quarantina di anni fa, e lui è un grande conoscitore di aneddoti di chianini sparsi per il mondo.

C'era questa donnina di Montagnano al mare col nipote Gianfranco che ora c'avrà 45 anni, detto Gianfry. E insomma erano in vacanza in un posto all'epoca abbastanza VIP, sarà stato Castiglion della Pescaia, e lei tutta ti ti ti Gianfry di qui, Gianfry di là. Poi a un certo punto siccome il nipote non la stava a sentire gli urlò spazientita, tradendo così le sue origini rurali: "Gianfry! Io lai! Esci da test'acqua va a fini' ch'afoghi pel culo come le micce!". Ai fiorentini che la contornavano si gelò il sangue nelle vene.


sabato 6 giugno 2009

Che ne diresti?


Al mattino poffarbacco
Mi ripeto che son viva
Quando il giorno si fa stracco
Non son tanto recidiva.

Poi di notte nel giaciglio
Penso solo al mio passato
Fra una spia e uno sbadiglio
Non mi accorgo del mio stato.

Ma al mattino credi a me
Sento già la mia partenza
Apro gli occhi e penso che
Sia un gran lusso la presenza.


Poi ritrovi questo e quello
Che ti dan tanti consigli
Tu dai ascolto al tuo cervello
Temporeggi e ti ripigli.

Vivo allegra, vivo sana
Non capisco cosa vuoi
Ti chiedo almeno, perdiana
Se puoi farti i cazzi tuoi.