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venerdì 17 maggio 2013

Un post sul post

Vedi, prima che mi fosse richiesto su ordinazione un post sul post pensavo che "post" venisse dal latino ("dopo") e stavo facendo piroette mentali per trovare una giustificazione etimologica alla cosa. Ma come al solito è inutile complicarsi la vita, e allora perché non dare libero sfogo alla curiosità telematica e scoprire che in realtà deriva dall'inglese "to post"? Nel senso di inviare, spedire? Ci sono un po' rimasta male, a essere sincera. La posta, insomma. Un post, nel linguaggio informatico, è qualcosa che si invia al server e poi un amministratore provvede a pubblicare. Un post dovrebbe essere comunque un'informazione semplicemente spedita e pubblicata, previo controllo di un terzo, su uno spazio accessibile a tutti come un forum o un blog. In questo caso, credo che blogger dia per buono tutto, e si pubblica la cosa in automatico. Anche i commenti sono dei post, ognuno è autore di post, non solo chi si frega di una url, i post sono, in poche parole, tutto ciò che un utente "pubblica" in maniera appunto "pubblica". Le e-mail non sono dei post, per capirsi. Ma anche lì c'entra il linguaggio della posta.
In italiano esiste poi (o poscia, che deriva dal post latino di cui sopra) il neologismo "postare" che significa "pubblicare qualcosa su internet", la cui cosa è quantomai generica, al giorno d'oggi. Interessante sarebbe sviluppare il discorso sul fatto che in italiano i neologismi verbali sono tutti della prima coniugazione in -are, perché più regolare e linguisticamente, su scala mondiale, si va verso la semplificazione. E allora mi viene da dire che sono moderna se non mi sono voluta complicare la vita e ho cercato il significato di "post" su internet, perché più veloce di: alzarsi, andare alla mensola, tirare giù il vocabolario di latino, cercare, aspettare, farsi venire un'idea prendere il dizionario di inglese e poi basta perché non ho un manuale di informatica e con gli strumenti analogici finiva lì. Di sicuro il risultato sarebbe stato più fantasioso. Il problema è che con tutta questa comodità il cervello si adagia  e un giorno solo pochi riusciranno a capire le cose complicate e di ragionamento. Aspetta però, ora che ci penso è sempre stato così. A volte si fanno polemiche per il gusto di.

Se uno dice post, mi vengono in mente anche: il post-it (un bizzarro imperativo, ricollegandolo al discorso di prima non capisco dove si invii... lo invii al server del frigorifero e poi l'amministratore della casa lo pubblica?), i postumi della sbronza, il post nel senso del sito, il post-mortem (andate a vedere questa simpatica galleria e dormite sereni), il postmodernismo e ovviamente il

Post scriptum: 
Se io ho questo nuovo media, la possibilità cioè di veicolare un numero enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo caso a un abboriggeno dalla parte opposta del pianeta, ma il probblema è: abboriggeno ma io e te, che cazzo se dovemo di'?

Cercando su Google Immagini un'immagine per "post", ho trovato anche questo gatto che si rifa le unghie su questa colonna scapitellata, e mi è sembrato giusto postarla

lunedì 23 aprile 2012

Guarda un po' che accento

Scusate se mi presento con un post che per alcuni risulterà irritante, solo che oggi mi è capitato di leggere sulla copertina di una tesi:

UNIVERSITA' e FACOLTA'

Ora io scusate nuovamente se mi permetto di arrivare con la lezioncina ma non ne posso più di vedere scritte tali amenità anche in elaborati che dovrebbero essere seri. Figuriamoci poi nelle comunicazioni quotidiane.
Dov'è finita la correttezza ortografica?! Ma questa cosa irrita solo me?! Non mi fate sentir sola.
Quella tesi prevedeva dei lavori allucinanti fatti col computer, grafici, projezioni, piante, insomma, cercare un simbolo in Word era proprio la minore delle fatiche. Per non parlare del fatto che le lettere majuscole accentate si possono fare anche con la tastiera. 
Allora mi dico che oggi non si conosce proprio la differenza fra l'apostrofo e l'accento grafico! Non è questione di pigrizia: scambiare a piacimento apostrofi e accenti grafici è talmente diffuso da pensare che uno può fare un po' come gli pare. E invece no! Io ragazzi mi batto il petto che non scriverò sicuramente in una maniera perfetta, ma in questo sono sicura delle mie affermazioni.
Facciamo chiarezza:
  • L'APOSTROFO ( ' ) indica un'elisione, ossia il taglio netto di una parola per ragioni diverse.  Il taglio può avvenire a inizio di parola ('sto= questo) e più frequentemente in fine di parola. Spesso è inserito perché la parola successiva inizia per vocale (un'aiuola, un'elisione, l'ombra) oppure perché la parola è più corta rispetto al termine di origine (po' = poco scritto più corto, vado a mangia' = vado a mangiare detto con un toscanismo). Quindi Universita', scritto così, vuol dire che in realtà la parola sarebbe più lunga. "Università", però, è solo una parola tronca.
  • L'ACCENTO GRAFICO è di vari tipi, in italiano può essere grave (è, à, ò, ù, ì) o acuto (é), si mette nelle parole tronche - ossia quelle con l'accento tonico (la vocale che "si sente di più" in una parola) che cade sull'ultima sillaba, o per distinguere alcuni omofoni - ossia parole che si pronunciano allo stesso modo ma hanno funzioni grammaticalmente diverse (es. da preposizione - da qui a lì - ≠ dà verbo - il metano ti dà una mano -).
Andrebbe denunciato sulla pubblica piazza il cretino che ha messo pò invece di po' nel dizionario T9 dei cellulari, così che a chi mai fosse venuto il dubbio prende il proprio telefonino per l'Accademia della Crusca. Che in fin dei conti da cosa vuoi distinguere pò?! Dal fiume?! Che anche lì, la distinzione non ha ragione di esistere perché fino a prova contraria Po è un nome proprio e di conseguenza vuole la majuscola (la negligenza sulle majuscole è altro argomento che necessita di uno spazio tutto suo), e si distingue da sé.
Io mica per altro, un errore scappa a tutti, ma su questo argomento non transigo e anzi a pranzo mi è venuto il sangue amaro e mi sono messa a fare il comizio, con grande gioja dei miei che meglio si sono goduti il pasto.

Non cedete alla pigrizia di mettere l'apostrofo al posto dell'accento: sono due segni grafici che hanno una valenza differente. Mi si verrà a dire: "Sì! Ma queste cose io già le so!" e allora se non lo fai già, scrivi quello che sai nel modo corretto. È come se uno mentre ti dà uno schiaffo ti dice pure che sa quanto sia importante il pacifismo. Lo so che ora la videoscrittura è più diffusa di carta e penna e che spesso uno "fa prima", allora sapete che? Non andate più al lavoro che fate prima a stare a letto la mattina.

Insomma tanto che ci sono e che ho fatto tutta 'sta manfrina:
  • Qui trovate come fare gli accenti con la tastiera per il Windows. Si tratta di combinare semplicemente un tasto con una serie numerica.
  • Per il Mac, premere alt+8 per l'accento acuto, alt+9 per l'accento grave e poi fare la lettera majuscola (con lo shift)
  • Qui trovate gli accenti per il Linux (probabilmente se avete Linux comunque sapete già tutto).
Altrimenti fate un cavolo di copia-incolla da qui:

À È Ì Ò Ù É 

almeno per l'italiano, poi andrebbero rispettati tutti i segni grafici anche nel resto degli alfabeti e delle lingue. Perché a forza di dire "Eh, tanto è uguale!" uno fa le figurette. E in fin dei conti se una cosa è fatta bene è più "uguale" che se fatta male. Sarebbe come dire Mettici una a al posto della e, tanto è uguale. D'altronde non è altro che una serie di convenzioni, e qui come in altre manifestazioni umane le regole ci sono, e se nel frattempo oltre al contenuto si vuol far passare il messaggio "io non comunico a cazzo di cane quello che produce il mio cervello" tanto meglio, no?
Finalmente mi so' sfogata. Il prossimo che becco a mettere l'apostrofo al posto dell'accento gli faccio una testa così, invece di continuare a incassare. Che poi io in realtà voglio bene a tutti ma era giusto per me affrontare e pubblicizzare l'argomento, a costo di risultare pesante, bacchettona o come altro vi è venuto in mente leggendo.

Direbbe Vasco Rossi (dopo una sfilza di "Aaaaaaah" "Eeeeeeeh" "Ooooooooh") Vivere, è passato tanto tempo.
No dai, scherzo.

domenica 25 settembre 2011

Ma io e te

Preparando questo penultimo, importuno, esame di antropològia cognitiva, misto a antropològia del linguaggio, etnografia del parlare e compagnia bella Guzzanti mi leva le parole di bocca.



martedì 16 agosto 2011

In senso lato

Ogni volta le parole non sono mai definitive, ma valgono solo per il momento in sé. Ogni secondo vissuto ci cambia progressivamente, non si migliora, né si peggiora, si muta. Siamo d'accordo? Prendiamo come fatto quello che le parole che diciamo (lasciando stare qui il come) ci rappresentano. Non si rettificano le affermazioni di volta in volta, seppur procurandoci a volte numerose sofferenze, per risultare più integri con sé stessi e agli occhi degli altri. Ma nessuno è realmente integro, soprattutto verso se stessi o meglio, crediamo di conoscere persone integre pur non sentendoci mai tali. Ma anche noi possiamo risultare integri dall'esterno, a seconda di cosa manifestiamo. Intanto però ci chiediamo continuamente che cosa ci faccia cambiare idea così velocemente sulle persone, sui luoghi. Ogni volta è una sconfitta, pare di non arrivare mai a conoscersi veramente. Quindi figuriamoci in una conversazione, senza voci interiori ma solo esteriori, regolate in suoni e significati restrittivi.
A volte aggiungere verità su verità, seguendo i moti di ciò che vale in ogni singolo momento può fare confusione, può far soffrire, può, in sostanza, rivelare la nostra assenza di integrità, rovinando magari con sorpresa un'immagine costruita anche inconsapevolmente.
Il buon conversatore è proprio colui che tiene conto di questo aspetto della natura umana, colui, ovvero, che rispetta e accetta una certa scomposizione della personalità, che prende per buona la sincerità e non la verità, intesa come concezione granitica e manichea di una questione. E questo lo fa anche il buon amico - senza sfociare nelle offese, però. Gli amici non sono le pattumiere delle nostre sfumature più difettose.

È necessario sentirsi dire delle verità che riterremo tali dagli altri, leggi supreme su un qualsiasi ipotetico punto di vista, vero  da chi le ha enunciate in quel preciso momento, fra dieci secondi no. Ma spesso non vogliamo saperlo, per conservare un'immagine armonica del mondo e di chi ci circonda. Allo stesso modo, a domanda rispondiamo, poi probabilmente cambia tutto nel giro di poco tempo, ma vogliamo lasciare una certa versione dei fatti, ché abbiamo bisogno di pali, colonne, fili spinati per contenerci dentro un certo status di "civili" (mentre gli "incivili" non ponderano, sputano sentenze e opinioni quando vengono loro in mente, sovraesponendo stupidamente una sincerità inesistente,  che non è se una pochezza, sintomo di animalità psicologica). I nostri interlocutori si comportano allo stesso modo, non possiamo mai realmente sapere cosa pensino, al massimo lo si può intuire - e menomale. Non si può, secondo me, fare sempre affidamento alle affermazioni, anche se è tutto ciò che abbiamo. Bisognerebbe dimenticare le affermazioni, anche se è tutto ciò che abbiamo.

Facciamo passare per verità assoluta delle parole mutevoli, a volte falsate, tentando di prescriversi degli ordini, per vivere meglio, per sentirsi meglio nella società. Per viverci più facilmente: meglio avere a che fare con dei muri che con tante pozze di palline impazzite. Non c'è poesia in questa immagine, come non c'è poesia nel non sapersi immedesimare nei cambiamenti degli altri, né nei propri. Le parole che si ascoltano e si dicono sono ad ogni modo sincere in quanto costituiscono una verità momentanea - ma non assoluta. La verità assoluta risiede nella fallacità della verità assoluta stessa, perché non è una, o meglio, è una ma ha l'aspetto di un caleidoscopio che tende all'infinito e che scompare man mano, perdendo o accentuando dei colori che assume lungo la propria esistenza.
L'importante, in tutto ciò, è averne almeno coscienza. Bisogna  poi vedere se si preferisce la sincerità sporadica o la verità che ci viene data in pasto - fra le mille omissioni.

Parole sincere.

mercoledì 11 maggio 2011

Vedo la gente zitta

Non sono capace di intrattenere conversazioni di circostanza. Guardo gli altri e mi sembra sempre che sguazzino nel mare della banalità con un agio invidiabile. Come fanno? In fondo è un pregio saper stare in maniera distaccata con qualcuno senza sentirsi in colpa né dire cose inopportune. Per questo odio andare a trovare e ricevere parenti, perché sono forzata ad intrattenere conversazioni di circostanza. Sarà stato a lungo andare il lavoro al pubblico, che mi obbliga a parlare con le persone in maniera esclusivamente professionale e mi dà troppo tempo per pensare, che mi ha tolto nella vita privata la voglia di fare questo tipo di scambi verbali.
Ho provato profondo imbarazzo dalla parrucchiera stamani, il salone (la saletta) era vuota e io non ero capace di intrattenere una conversazione frivola, perché di base non me ne fregava un cazzo di parlare a caso. Che poi non era manco imbarazzo: ormai stare in silenzio coi semisconosciuti non mi imbarazza manco più di tanto, ho sviluppato una tecnica infallibile del distaccamento dell'anima dal corpo. Ho provato imbarazzo per me stessa, non per il silenzio in sé, perché non riuscivo a dire due stronzate in tranquillità. Più che altro mi metto a pensare al fatto che le cose di cui si dovrebbe parlare non mi interessano minimamente, proprio nell'istante esatto in cui dovrei dirle e quelle niente, alla fine mando a quel paese le mie stesse parole. Mi è anche capitato in casi di silenzi imbarazzanti di tirare in ballo come argomento il fatto che il silenzio fra due che non si conoscono potrebbe essere imbarazzante, ho provato ad avanzare l'ipotesi che se ne potrebbero analizzare le cause. 
Ho tentato con grandi inciampature mentre quella aveva le forbici dalla parte del manico a tirar là due battute che non sforassero il superficiale, perché non è che ti metti a parlare di silenzi con la parrucchiera. Il lavoro, la sciatica, l'allergia. Non vedevo l'ora che finisse. Sarà un periodo? Sarà 'sto bbuco de l'azzoto. (cit.)
"Con tutte queste dingate e fatti varii, non sono più capace di avere rapporti normali con la gente" cit. immagine immaginaria di film non girato
Non sono più in grado di usare un lessico diffuso, e se conosco qualcuno di nuovo penso continuamente a come non farmi scoprire, devo sembrare un po' artificiale, o forse solo un po' scema
Poi abbasso la guardia e la gente ha due opzioni: o viene contagiata dal mio linguaggio, o pensa che so' scema del tutto.

domenica 21 novembre 2010

The world is a vampire

Questa storia la conoscono tutti quelli con cui parlo, ma proprio perché è per me l'archetipo della figura di merda ho deciso di scriverla anche qui. Più che altro è un racconto della mia indicibile diffidenza.
Questa storia si svolge alla fine di una serata tranquilla e infreddolita passata con amici a bere Schweppes col limone e a dire le solite cazzate sui gradini di una chiesa: l'archetipo dell'uscita quando erano ancora tutti qui, più o meno. La serata si concluse con il passaggio a casa dato ai già citati amici, che si disposero una sul seggiolino anteriore e l'altro dietro (probabilmente senza cintura di sicurezza).
 
Usciamo dal parcheggio, e alla fine della via vedo davanti a me una ragazza che sbracciandosi mi fa capire che vuole che mi fermi. Sicura che le mie strutture cognitive siano perfettamente funzionanti, comprendo il messaggio e mi accosto. Premo sul bottone che fa abbassare il finestrino per sentire se oltre alle bracciate avesse anche un messaggio verbale per me. Avevo intuito bene.
La ragazza ci fa: "Ciao ragazzi scusate... Non è che avreste i cavi della batteria?!"
E ora sarei troppo incalzante se subito scrivessi quale fosse stata la mia risposta. Cercherò quindi di spiegare cosa accadde nella mia testa in quel preciso momento, per gradi.
  1. Questa tizia pensa che noi siamo un gruppo musicale che sta andando a suonare (a quest'ora, poi);
  2. Questa tizia fa parte anche lei di un gruppo musicale che sta cercando di appropriarsi dei cavi della batteria (intesa come strumento a percussione) del nostro gruppo che ne rimarrà quindi sprovvisto dettando l'insuccesso del nostro spettacolo stasera;
  3. Questa tizia ci sta pigliando per il culo perché è noto che la batteria sia uno strumento che non ha bisogno di cavi elettrici: per chi mi ha preso?
  4. Noi non siamo un gruppo musicale! Hai voluto fare una battuta sulla musica? E allora ti servo io!
La mia risposta: "No non ce li ho, però c'ho gli Smashing Pumpkins" e ho alzato a presa di culo il volume dell'autoradio a un livello abbastanza alto affinché lo smacco riuscisse.
Lei mi ha guardato interrogativa, io ho ingranato la prima e me ne sono andata. 50 metri dopo mi giro verso i miei amici guardandoli con l'aria di avete visto come sono sagace.
La mia amica accanto al posto del guidatore dopo alcuni secondi di silenzio mi dice "Ma sei rincoglionita?" e io "Perché scusa?" e lei "Perché a quella povera ragazza si era fermata la macchina, voleva i cavi per rimetterla in moto" e io "Cazzo"

E così finisce la storia più imbarazzante degli ultimi 5 anni. Poi capite che non è un bene stare sempre sulla difensiva.


martedì 27 luglio 2010

Ognun per sé

L'Italia è più moderna, è più europea! Non grazie a qualche trattato, ci sono dei segni più sotterranei. Anche stavolta i cambiamenti vengono dal popolo, che cambia il mondo, e non il contrario.

Soffermiamoci brevemente a considerare il soggetto parlante in due lingue come l'inglese e il francese. 
In inglese non esiste il congiuntivo, tempo verbale del dubbio; in francese dopo un verbo di stima (pensare, ritenere, credere) l'uso del congiuntivo non è permesso. "Je pense que tu es beau": penso che sei bello, punto, non che sei bello ora poi forse rettifico. Quindi chi enuncia un pensiero non può aver dubbi sulla credibilità dello stesso. In italiano no, ciò che si pensa è continuamente messo in discussione. In italiano si dice "Penso che tu sia bello", poi magari per un altro no, bisogna pur sempre sentire che ne pensa il mio superiore, non posso realmente esprimere il mio pensiero. C'è sempre da render conto a qualcuno.

Il soggetto italiano però al giorno d'oggi è più sicuro di sé. Ne è una prova l'affievolirsi dell'uso del congiuntivo (ma non scomparirà mai, di questo io ne sono certa). 
E anche, visto che l'ho citato, troviamo lo stesso fenomeno nel pronome "sé": al tempo di Leopardi era un errore scriverlo senza accento, successivamente per disambiguarlo dalla congiunzione dell'ipotetica "se", l'uso dell'accento è diventato obbligatorio (a parte i casi di se stesso e se medesimo; ad ogni modo è più elegante accentare anche in questi due casi). 

Quindi l'io dell'italico parlante è considerato al giorno d'oggi più integro, più lontano dall'ipotesi e di conseguenza in una condizione di affermazione più categorica, pronto a lanciarsi in un mondo di pragmatici.

Poi è anche vero che quelli che usano poco il congiuntivo scrivono anche "pensare per se", quindi è tutto dire.

domenica 11 aprile 2010

[…] vous faites, ils font.

© Matt Robinson
No, non si usa un font a caso. Usare un font a caso è come scrivere coi piedi. Se la calligrafia esprime la personalità per mezzi perlopiù inconsci, la scelta di un font nella videoscrittura è un carattere che l'autore applica si spera in maniera più o meno consapevole. Ed è in fin dei conti un modo per recitare.

Mi rincresce non conoscere la storia dei font tanto accuratamente come vorrei. E avrei bisogno di qualcuno che me la spiegasse, che mi appassionasse a dovere, che già le basi ci sono. Su Wikipedia esistono lunghe descrizioni barbose che col cavolo finisco di leggere. 
So comunque, ho letto almeno, che ci sono nel mondo dei maniaci del font che sanno smascherare errori nei lungometraggi (noi profani ci limitiamo all'orologio al braccio del gladiatore), errori di scritte, insegne, nei film di ambientazione storica. Caratteri inventati dopo il periodo in questione, anacronismi tipografici.

Un font è una firma, un riconoscimento. Ogni casa editrice ne usa uno diverso, per distinguersi. La Feltrinelli usa il Century, la Penguin il Gill Sans, le edizioni Pléiade della Gallimard il Garamond e la Einaudi l'Einaudi Garamond. Un font su misura. La Einaudi inoltre ha fatto la scelta editoriale di mettere l'accento acuto sulla i (í) e sulla u (ú), quando in italiano dovrebbero essere gravi (ì e ù), per vezzo. A loro si perdona. Cosí durante la lettura si intuisce una singolarità che è perlopiú difficile da individuare, anche se ce l'hai sotto il naso.

Blogger non offre tanti font, e che peccato. Si fa con quello che passa il convento. C'è il Georgia, che è quello che sto usando adesso, l'Arial, che poco sopporto, il Courier che fa tanto signora Fletcher, l'Helvetica, il Times che è troppo serio, il Trebuchet che mi fa inciampare, e il Verdana che è un po' troppo camuso.
Questi ci sono e questi tocca usare.

Ecco qua, contenti, ho scritto un post sui font, chissà che il prossimo non sia sulle stilografiche, solo però dopo aver chiamato il mio avvocato d'ufficio.

mercoledì 3 marzo 2010

Longtemps je me suis couché enhorabuena

Se c'è una parola che in castigliano proprio non sopporto è ¡enhorabuena! (congratulazioni!). 
Non solo non rende minimamente la felicità di chi fa l'augurio, ma sembra al contrario che il termine racchiuda un certo non-so-ché di sfottò. 
Hai fatto qualcosa? ¡Enhorabuena! Della serie: alla buon'ora, volevo vedere se ci riuscivi anche te o se saresti rimasto indietro come l'ultimo degli imbecilli. 
Mi risuona alle orecchie un qualche presentatore di TVE che non faceva altro che congratularsi, prendendo, da quanto le mie strutture cognitive potessero decodificare, per il culo tutti quanti.
Poi un giorno scriverò anche qualcosa che interesserà tutti.
 
Congratulazioni. Sei stato promosso da "tipo normale" a "tipo normale che è qui già da un po' di tempo"
© Randy Glasbergen

domenica 28 febbraio 2010

Ne vous assoyez pas s.v.p.

Siccome non ho altro modo per gridarlo al mondo, volevo solo rinfacciare a chi ha modificato dentro al museo il cartello multilingue di monito da me forgiato anni fa affinché nessuno si sedesse sull'antichità delle sedie che il verbo s'asseoir ha due forme perfettamente riconosciute dall'Académie Française. Modificare con quella pennaccia blu a sfera la O tracciandovi una E è stato un affronto e spero che gli spunzoni della E majuscola stanotte ti pungano e ti ricordino che:

Impératif
Presént
assieds/assois
asseyons/assoyons
asseyez/assoyez

No, visto che è stato un atto di saccenza, mi sembra giusto rispondere così, fra l'altro argomentando le mie ragioni. Ma come ti permetti? Vai a scrivere nei bagni! Già uno per dare un'aura di prestigio alla faccenda si sforza, se poi arrivi e scarabocchi - peraltro sbagliando -, non è accettabile. Perché mi puoi riprendere su quello che ti pare, ma non di certo su questo.
E ora cari miei che mi conoscete di persona, non fatemela lunga per averlo puntualizzato.

domenica 7 febbraio 2010

Impariamo insieme... IL FINLANDESE

La lingua finlandese, per noi neolatini, non è poi così difficile. Dopo andare ad abitare in Finlandia, il metodo più semplice per imparare questa meravigliosa lingua prevede dei trucchetti che stupiranno anche i più scettici.
I collegamenti con la lingua latina si ritrovano già con la dominazione del re svedese Eric del 1154, grande amico del Papa e possessore di una casa delle vacanze all'Isola d'Elba. 
Perciò - anche se il fenomeno è passato perlopiù inosservato - l'italiano ed il finlandese sono strettamente imparentati, proprio per volere di Eric. Senza nessuna disposizione monarchica, parlare italiano era comunque sintomo di prestigio, e il popolo accettò di buon grado la scalata sociale e la vicinanza alla corte; anche da lontano.

Difatti - non stupitevi adesso! - è sufficiente per farsi capire ad Helsinki e in tutta la regione meridionale (ma non in Lapponia dove sono rimaste comunità sami tagliate fuori da questo mutamento linguistico) aggiungere alle parole che già possedete in italiano:
  • dopo la "e"e la "a": -kkë / -kkä
  • dopo la "i" e la "o" e la "u": -ppi/ -ppo/ -ppu

Quindi. Per dire "Dov'è la stazione?" in finlandese sarà: "Doppovekkë ekkë lakkä stakkäzippiopponekkë?" e così via.

Adesso non resta che fare le valigie.

domenica 20 dicembre 2009

Ajutati che Dio t'ajuta.

Per l'autorità da me a me concessa dichiaro ufficiale nell'italiano scritto la reintroduzione della "j" (pronunciata singolarmente i lunga o jota e non gei, grazie) intervocalica, almeno in questo inutile e sconosciuto spazio dell'etere.
Perché? Perché scegliere questo argomento apparentemente fuori luogo e da pusillanime ignara dei reali problemi mondiali? Perché fare una scelta simile in tempi in cui si potrebbe discutere di statuette ematofere e di tutto quello che comportano? O del Natale, o della neve? O della crisi, o delle guerre, o dell'ambiente?

Attenzione, vi svelerò un segreto: la reintroduzione della "j" intervocalica è una questione di importanza non sottovalutabile. Così come qualsiasi altra scelta linguistica, che non è MAI innocente né da trascurare. Le lingue possono discriminare, allontanare, descrivere, raccontare fatti comodi e scomodi, insultare, confessare, adulare, mentire, manipolare, rincoglionire, vendere eccetra eccetra. Dopo il corpo, la lingua madre è l'unica cosa che realmente possediamo. Le lingue sono un'arma potentissima e chi non lo pensa o non è sano di mente o è analfabeta - e quindi disarmato. Ed ogni piccola questione che le riguarda è di natura importante e delicata, e la mia ironia assicuro che viene sinceramente meno.

Controllando nell'autorevolissima Wikipedia si scoprono particolari agghiaccianti circa la ghettizzazione di questa lettera, poco considerata anche in campo strettamente scientifico:

La lettera J faceva parte dell'alfabeto italiano, ma fu rimossa nel secondo ottocento. In italiano pochissime parole italiane (jella, jota, fidejussione, juventino....), conservano la J, inoltre essa viene usata in alcuni anglicismi: fino al XIX secolo essa poteva essere usata al posto di I nei dittonghi, per indicare una i geminata finale (-ii), o nei gruppi di più vocali (come nella parola Savoja). Essa viene ancora usata, infine, per rendere il suono [j] che in alcuni dialetti sostituisce la -gl- dell'italiano ufficiale (come nel romanesco ajo per aglio).
Curiosità

(il grassetto è mio)

Ormai relegata alle forme scritte di alcuni dialetti e all'alfabeto fonetico, la semivocale in questione soffre come un fantasma del passato e langue uno spazio dove poter continuare a guardare il lettore con la sua coda elegante di pirandelliana memoria. L'italiano ha subìto trasformazioni che lo hanno reso più semplice ma purtroppo più standardizzato e sicuramente esteticamente meno bello. Tale lettera soccombette alla più banale "i", passe-partout per qualsiasi suono, stridulo come semivocalico.
In un'era dove il progresso corrode i cervelli - anche se questa idea ce la portiamo dietro dalla Rivoluzione Industriale: c'è caso che se andiamo a fare una TAC si scopre che la nostra scatola cranica è vuota e si stava meglio quando si stava peggio -, ecco da parte mia un flebile segno di maestria grafica che viene dagli anni che furono. Perché una volta tanto si possa decidere cosa è giusto e cosa no, in maniera del tutto arbitraria (non dimentico lo slogan Diamo potere ai singoli parlanti).
Un nuovo punto di partenza, che potrebbe spazzar via tutte queste i, da qualcuno sbandierate a trio (la i come simbolo di una certa tendenza di progresso puzzolente, internet, inglese, industria), così deboli, così abusate, così magre e stantie.
Ajutati, che Dio t'ajuta.

giovedì 22 ottobre 2009

Ma la ghenialità è nata insieme a me

Stavo pensando, no. Perché uno va in biblioteca e mica produce un prodotto, si mette a ragionare su quello che lo ha colpito. Ora a letteratura latina si fa questa analisi accurata dell'Anfitrione di Plauto, - che per fortuna oggi ha offerto scene esilaranti ricche di botte da orbi -, e insomma c'è la figura di questo servo, Sosia. Il professore non ha dovuto neanche precisare che l'accezione odierna del termine provenisse da questa commedia di oltre 2000 anni fa, e forse neanch'io avrei dovuto farlo ma l'ho appena fatto.
Sosia fa la parte del furbo, ma in realtà è cornuto e mazziato. Nasce schiavo, segue fedele il padrone che dà il nome alla commedia di cui fa parte, e quando i due tornano a casa dalla guerra si ritrovano Giove e Mercurio che hanno preso le loro sembianze, tutto questo affinché Giove possa fornicare con Alcmena, la moglie di Anfitrione, che già è incinta - quando tutto e quando niente.
E insomma. Prologo, poi prima scena, dio e schiavo faccia a faccia. Povero Sosia. Sosia è il sosia di sé stesso. È Mercurio che è il suo sosia, e gli dice che si è bevuto il cervello (Hic homo sanus non est.), che è pazzo perché Sosia è lui, e lo convince o meglio lo obbliga a mazzate a stare al suo posto. Roba da mettersi a piangere. Lui un'identità ce l'aveva, seppure da schiavo: ma il dio gli chiede di annullarla completamente, almeno finché non sarà completato l'obiettivo della messinscena che li ha portati sulla terra. Povero Sosia, non è lui il termine di paragone, è Mercurio, che gli assomiglia in tutto e per tutto, capelli, gambe, cicatrici sulla schiena, collo, mento, furbizia.
L'evoluzione del linguaggio nel tempo non gli ha reso giustizia. Sosia è diventato "qualcuno che somiglia in maniera impressionante a" grazie al dio, che si è presentato sulla scena uguale al servo e che ne assume momentaneamente anche il nome. Altrimenti lui non sarebbe somigliato mai proprio a nessuno.
Ecco, io sono contenta di aver saputo questa cosa, o di averla almeno dedotta, perché insomma diciamocela tutta, chi nasce sfigato pare che non brillerà mai di luce propria. Ma non per questo la luna è meno bella.

sabato 10 ottobre 2009

Alice was beginning to get very tired


Vediamo se ve ne importa qualcosa. A ringraziamento di un regalo che mi ha portato a lidi antichi, oggi si parla di...

LEWIS CARROLL

Chi è quest'uomo? Cosa spinge le umane menti a interessarsi alla sua attività professionale e personale del tutto particolare?
È possibile, in definitiva, unire fantasia, matematica, logica, simpatia affettiva spinta verso le bambine?
E soprattutto... la quarta caratteristica scaturisce dalle prime tre?
(Che detta così fa tanto Rieducational Channel e verrebbe da rispondere È gli Zozzi - ma questa è un'altra storia che un giorno narrerò)
Quest'uomo (vero nome: Charles Lutwidge Dodgson) era un pastore appassionato di matematica con amiche molto giovani.
Vi è mai capitato di leggere i suoi libri? Nel cartone della Disney, ça va sans dire, non scaturisce la cupezza che si evince nell'approcciarsi a favole tanto ben strutturate, dalle note scure nonostante il tripudio di personaggi e situazioni. Cos'altro aspettarsi da un professore di logica che fotografava bambine?
Carroll impastava neologismi e nonsense con regole fisiche e matematiche molto precise, ed una lontana tesina su di lui mi fa riaffiorare alla mente alcuni sfocati esempi. E qui viene la parte meglio argomentata del post. In tutta l'avventura ci sono continui riferimenti alle scienze. Quando Alice cade nel buco che la porterà nel Paese delle Meraviglie nonostante la tenera età e la pericolosità dell'avvenimento la bimba a voce alta cerca di calcolare dove si trovi:

Down, down, down. Would the fall never come to an end? "I wonder how many miles I've fallen by this time?" she said aloud. "I must be getting somewhere near the centre of the earth. Let me see: that would be four thousand miles down, I think-" (for, you see, Alice had learnt several things of this sort in her lessons in the school-room, and though this was not a very good opportunity for showing off her knowledge, as there was no one to listen to her, still it was good practice to say it over) "-- yes that's about the right distance -- but then I wonder what Latitude or Longitude I've got to?" (Alice had not the slightest idea what Latitude was, or Longitude either, but she thought they were nice grand words to say.)
O ancora troviamo anche la chimica in Through The Looking Glass e What Alice Found There, dove, quando Alice beve il latte, nel mondo al contrario succede qualcosa che ha a che fare con i componenti della bevanda che io ovviamente non vi so spiegare perché non sono Lewis Carroll e al compito di chimica mi scrivevo le formule sulle scarpe ma, voi, cari ovattatori, vi fidate se ve lo dico. Ancora, il gioco degli scacchi e la logica scende in campo con mosse sicure e sensate, ma spietato, Alice rischia di perdere la vita.
Già me lo vedo, quel puritano in gita in barca mentre racconta la favola ad Alice Liddel da cui poi, anni e anni dopo, ne è derivato un cartone animato. Questo, per essere esportato in Italia, è stato doppiato fin nella più picciol nota da musical disnegliano: grazie a quella gita infatti quando è il compleanno di qualcuno dopo che gli fai gli auguri ti canticchi simpaticamente anche Un buon non compleanno a me a me. Come si dice, dal produttore al consumatore
Quello che mi chiedo è: ma i genitori della pargola nel frattempo erano in trasferta a San Patrignano oppure peccarono semplicemente di permissività? Io la mi' figliola da sola con quello lì non ce la lascerei. Non è che lui le faceva ripetizioni di matematica?

Quest'uomo, in definitiva, usava le favole come arma seduttiva. Senza i conigli, è una norma applicabile tutt'oggi anche ad altre fasce d'età. Però che schifo.

P.s.: un ringraziamento speciale anche a Crispino, l'animale nato per fare il Crispino.

Ora me lo date il Nobel pure a me?

© Charles Lutwidge Dodgson ritratto da Oscar Gustav Rejlander, 28 marzo 1863 (Collezione Gernsheim, Harry Ransom Humanities Research Center, Università del Texas, Austin)

mercoledì 12 agosto 2009

Oggi ho vissuto così, col sole in fronte.



Il y a un kleps * qui me casse les couilles

Franchement, kleps est le mot le plus intéressant que j'aie entendu aujourd'hui dans la petite île de la francophonie toscane.




© Kleps

* Substantif familier, plutôt vulgaire et assez péjoratif qui remplace le mot chien.

E adesso lascio cemento, ci si vede in piazza.

domenica 9 agosto 2009

Inverno: mattinate di maggiorenni.

Afosa, afosa estate...è anche passato un breve acquazzone a fare visita qualche minuto fa, aveva il passo affrettato. Ciao.

Afosa, afosa estate dove sembra di non poter programmare niente, né per la serata né per il futuro.
Il fastidio di combattere contro l'aria pesante e non solo fisicamente.
La difficoltà di ritagliarsi degli spazi, anche per pigrizia e assenza di lungimiranza.
Non è sempre possibile proteggersi con una zanzariera. VzzzzzzzzzZzzzzZZzz.

Pesantissimo badare continuamente a sconosciuti, per un po' di spiccioli senza contributi. Sconosciuti immersi nell'afa di questi pomeriggi passati a scacciare mosche, a parlare di cibo e di tempo. A pensare densamente, a blaterare con superficialità, a dare giudizi affrettati così, un po' superlight senza filtro. A lamentarsi della propria vita (sempre però mantenendo lo stile di vita occidentale come termine di paragone).
Tramonti pigri, sfatti e nascosti, televisore spento,
uuuups,
un dito di polvere, un po' di calcare nella doccia che lavora di più.

Applausi: applausi non per me, né per te, risate e accenti nordici. No, non al nord, più al nord.
Brusio, cicaleggio diurno di ospiti invernali mancati.
Umorismo che non mi appartiene: sorrido per cortesia. Forse gli altri fanno lo stesso con me.

martedì 14 luglio 2009

Jenga

Cosa pretendete,
L'esposizione del pensiero?
Per le mostre esiste una strategia:
Domandate al proprietario della galleria,
Se gli credete, sarà sincero.
La sfera fa risacca
Resiste, non si stacca
Ha paura del diabete.

lunedì 29 giugno 2009

EsotosCanismo


Ecco riassunta in una foto la mia terra. O almeno questo è quello che piace pensare a chi non la conosce per niente.

Cosa cerca l'ammerigano o più in generale il biondo paonazzo con poca vitamina D sviluppata in corpo quando approda all'aeroporto di Pisa e poi si dirige tronfio presso l'alloggio prescelto via internet? L'agriturismo. È un sogno, mi hanno detto che in Nord America andare in Toscana in agriturismo è il non plus ultra del lusso, una roba tipo per noi raccontare di Sharm-El-Sheik (...). Sì che bello pensa potremo provare l'emozione di tornare a quel mondo arcadico e rurale fatto di covoni di paglia e concimaie a cielo aperto. Cosa c'è di meglio? Poi sì c'è la piscina, ma son pur sempre vacanze. Pensa! Faremo finta di fare la vita dei contadini senza alzare un dito, sarà come quelli che vanno a fare la guerra per gioco.
Di agricolo c'è solo il paesaggio, che più o meno in tutta la regione si cerca di mantenere da cartolina. Ma per gli altri eh mica per noi. Non è stato deturpato dal "progresso" grazie ai turisti. È confortante questo punto di vista? Come al solito, le intenzioni non sono nobili.
La Toscana è una grossa baggianata. Ormai trovare il tipico è talmente difficile che negli altri posti ci accusano perfino di non avere un dialetto (e anche qui trovo da ridire: semplicemente il nostro dialetto ha fatto carriera ed è diventato l'italiano. Ma non scadrò in tali polemiche). Che poi i pugliesi ci vengono a dire che il nostro olio è leggero, troppo. E grazie, è stato modificato negli anni secondo i gusti degli stranieri, quello che facevano i miei trisavoli mica era uguale.
Agri-turismo. Agri-profitto. Dal primario al terziario senza passare dal via. Casolari stuccati, camere in affitto, cordialità del proprietario dall'inglese stentato che ti dà pure una mappa della zona concessagli gentilmente dall'APT della provincia.
Uuuuh arriva l'alta stagione, via a metter fiori sui davanzali, sennò quelli arrivano e gli pare spoglio, magari non era come se lo immaginavano. Ma secondo voi la mi' nonna si metteva lì a rifinire col cotto per fare una cosa "tipica" o più verosimilmente andava a zappare e a togliere le erbacce smadonnando delicatamente (aveva pur sempre prestato servizio a Roma in casa di signori, da giovane)? Io credo che badasse più ai conigli e alle galline che all'etichetta. E quella sì, era Toscana, dove uno straniero col cavolo che entrava in una proprietà. A vedere se il contadino gli tirava due pallinate col fucile. Poi qualcuno ha avuto la grande idea di aprire la porta al forestiero e di tirare fuori prosciutto e popone. Il contadino, scarpe grosse e cervello fino, si è affinato le scarpe senza ingrossare il cervello. Gli garba all'americano questo cipresso, gli garba la collina...so lovely.
€€€€€€€€€€!!!
Per carità: è ovvio che piaccia, è tutto splendido. Quando torno da un viaggio mi si stringe il cuore ogni volta che si mette la freccia a destra per uscire dal casello. Ma possibile che ci si voglia illudere che siano cose reali, tipiche? Non si vede che è tutto un grosso set, nel momento in cui ti chiedono soldi?
Riempirsi il cuore, lecito. Ma mi irrita, lo stesso. Siamo il sogno esotico dei ricconi che i campi non li hanno mai visti. E spesso neanche noi che ci abitiamo, ma facciamo finta di sì.
Perché tutti pensano di conoscere queste colline, e non c'hanno capito niente. Solo chi ne è stato abbracciato da piccolo e rimproverato qui da vocali a seconda aperte e chiuse a gran voce può.