Ho disegnato con un dito una faccina triste nella condensa del vetro della doccia, e quella, giustamente, s'è messa a piangere.
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lunedì 28 febbraio 2011
domenica 3 ottobre 2010
La Piazza
Ore
17:45
Conosco di vista alcuni abitanti della Piazza. Nelle pause in cui esco a fumare dall'androne dove passo le mie interminabili domeniche li vedo quando ormai lasciano le loro abitazioni, o quando rincasano.
Gli abitanti della Piazza sono gente tranquilla, silenziosa, tranne la famiglia del numero civico 1. È anche vero però che loro ci sono di rado, questa dev'essere una seconda casa, e credo abitino la maggior parte del tempo in un capoluogo di provincia non distante da qui. Sono una coppia di anziani, lei è laboriosa e vociona, abbastanza smilza e piccola di statura, il marito è alto e snello, di preferenza se ne sta a leggere il giornale su una sedia davanti al portone, per quello che vedo io. Altrimenti gioca con il nipotino, o meglio, bada che le macchine non lo investano. La coppia ha una figlia, sposata, il marito si fa questi bei week-end di paura dai suoceri, e hanno un bambino e una bambina piccoli. La bambina non la fanno uscire molto, ma si sente piangere dal primo piano, il fratellino invece scorrazza in Piazza, e quando c'è bel tempo porta la macchinina telecomandata e le fa fare gare lungo piste immaginarie accanto al nonno, che se ne sta in un canto a borbottare.
Accanto a questa famiglia vive una madre con la figlia. È una signora ancora piacente, che si dà arie da bottanazza e pare che la figlia stia sulla buona strada. Per quel che si può evincere è divorziata o giammai sposata: ma non si legga giudizio nelle mie parole. La signora è austera e se la crede un po', se mi vede fuori non mi saluta mai, al contrario della vecchina vicina di casa. Se ne va a passo di metronomo coi tacchi vertiginosi, decisamente un abbigliamento troppo audace per un paesello. La figlia va dalla mia stessa parrucchiera e a volte ce la trovo, col fidanzato di turno che si fa due palle così.
I vicini delle due donne sono come le stagioni: a rotazione. La casa è in affitto, e cambia di inquilini a una velocità impressionante, a cadenza perlopiù settimanale. Se ne vedono di tutti: americani, svedesi, italiani, tedeschi, turisti per caso che hanno scovato su internet il contatto dell'affittuario. D'inverno è disabitata.
Dal lato opposto della Piazza le mie conoscenze finiscono in un burrone. La casa dei dirimpettaj dei vecchietti è sempre vuota, c'è sempre un gran numero di gatti che ne infesta i dintorni. Infatti, vicino a questa casa fantasma - congetture di un'esterna - ci vive una signora inglese, una di queste ex-hippie che hanno fatto il '68 e ora danno da mangiare ai gatti e vivono in un posto tranquillo in Toscana. Il suo italiano è tuttora pessimo, e parla ai suoi animali in inglese, probabilmente gli unici interlocutori di cui disponga durante tutto il dì. Quando arriva lei, code sull'attenti: si mangia. Lei è secca scheletrica, ha un caschetto di capelli grigi e una scarsa parvenza di sanità mentale.
Poi c'è quella che sta nell'androne durante le sue interminabili domeniche, e esce fuori a fumare, a telefonare o fa insieme queste due attività. Non si può dire cosa succeda nell'androne, perché questo è il racconto di cosa succede fuori, in Piazza.
martedì 14 aprile 2009
Nudi e crudi
Ore
23:20

Sarò sincera: la sincerità è diventata insopportabile.
Fino a poco tempo fa essere sinceri aveva una valenza del tutto differente: era un semplice contrapporsi all'affermazione di qualcosa che non si pensa in realtà.
Oggi sembra che tutto sia permesso, giustificato solo per una spontaneità che puzza di stupidità concessa. L'omissione rispettosa, invece, non viene contemplata. Il tutto alimentato soprattutto da programmi televisivi discarica dirompenti dove personaggi sgambettanti e urlanti si riempiono le tasche giocando il ruolo di loro stessi. Brighella, Colombina e compagnia bella impallidiscono. È possibile essere riconosciuti e glorificati solo per essere quello che si è. Lo stesso avviene nella macchina divoratrice dei social network, dove ci mostriamo sinceri alla collettività sforzandosi di provocare invidia nell'altro, o, nella migliore delle ipotesi, lucidare la propria presunta eccentricità. E io lo so bene.
Ora: non sempre essere sé stessi è positivo. Anzi, non lo è mai, o almeno non con tutti. I segreti più infimi e più intimi conservati da ciascun individuo non sono da sbandierare. Non si capisce il motivo per cui oggi sembri tanto piacevole ostentarsi a trecentosessanta gradi, lasciando passare osservati i difetti. C'è qualcosa che non va. I pensieri dovrebbero essere filtrati, organizzati nonché contestualizzati. Le confidenze, le considerazioni profonde in cui davvero ci si scopre si fanno solo ai confidenti. "Con-fidente": qualcuno a cui diamo fiducia. E non mi sembra di assistere ad un fenomeno di aumento di fiducia nel prossimo.
È rivoltante continuare a sentire "Almeno siamo sinceri". Cosa vuol dire? La sincerità totale esisterebbe solo se si potesse veramente manifestare il flusso di coscienza. La sincerità, invece, non esiste, ci possiamo solo andare vicini. La sincerità me la friggo in padella. Una frittura diventata un valore di cui ci si avvale impropriamente. Si è trasformata nella ragione per cui spettacoli di cattivo gusto, offese indelicate e gratuite e, in particolare, la pochezza intellettuale sono con tranquillità legittimati. La vergogna di affermare una stupidità non esiste quasi più: è rimasta solo la paura del silenzio. Silenzio giammai mentale. Raramente si aprono le finestre delle tempie per far cambiare l'aria. Cambiamento silente. Le sinapsi abbondano e non ci dispiace manifestarne il prodotto, qualunque esso sia.
L'assenza di filtri ed il sottile piacere di ostentare la propria persona (ed una prova ne è anche questo stesso spazio che mi sono ritagliata, bisognerà che lo riconosca) ha provocato una psicosi dell'affermazione personale. Se una volta solo chi davvero aveva qualcosa da dire all'umanità lasciava il segno, adesso tutti quanti vogliono essere ricordati, in un modo o nell'altro. O almeno vorrebbero averne l'illusione.
E la convinzione di essere importanti ed in un certo senso 'migliori' non può che essere il rovescio di questa medaglia. Di più: le proprie affermazioni sincere diventano oro colato, l'espressione di un io regalato alla collettività. Il fatto è che nessuno poi si accorge che guardiamo solo noi stessi e non la sincerità degli altri, che tuttalpiù si limita ad offenderci. Voyeurismo forzato.
Non mi sembra che giriamo per strada nudi, ci mostriamo nudi solo con qualcuno. O al massimo per lavarci, e spesso chiudiamo a chiave la porta del bagno. Altrimenti, ci copriamo, e in fretta. Ma è proprio lo stato attuale delle cose. Miriadi di ignudi ignavi sono fra noi. La nudità intellettuale: non solo il corpo è vulnerabile e va coperto. Rischiamo di prenderci terribili raffreddori se scopriamo troppo il nostro pensiero.
Vi dirò: non mi conoscete. Né chi sa la mia vera identità e ancor meno chi vede solo il mio naso qui. Ed il luogo e la circostanza mi fanno sentire giustificata, sento di non cadere in contraddizione. Qui dentro sono una persona fittizia, che non può essere sincera per contratto, perché ha deciso un bel giorno di indossare una maschera.
Non siate sinceri con me. O meglio, siatelo, ma solo dopo averci pensato bene.
La culture est comme la confiture: moins on en a, plus on l'étale
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