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venerdì 17 maggio 2013

Un post sul post

Vedi, prima che mi fosse richiesto su ordinazione un post sul post pensavo che "post" venisse dal latino ("dopo") e stavo facendo piroette mentali per trovare una giustificazione etimologica alla cosa. Ma come al solito è inutile complicarsi la vita, e allora perché non dare libero sfogo alla curiosità telematica e scoprire che in realtà deriva dall'inglese "to post"? Nel senso di inviare, spedire? Ci sono un po' rimasta male, a essere sincera. La posta, insomma. Un post, nel linguaggio informatico, è qualcosa che si invia al server e poi un amministratore provvede a pubblicare. Un post dovrebbe essere comunque un'informazione semplicemente spedita e pubblicata, previo controllo di un terzo, su uno spazio accessibile a tutti come un forum o un blog. In questo caso, credo che blogger dia per buono tutto, e si pubblica la cosa in automatico. Anche i commenti sono dei post, ognuno è autore di post, non solo chi si frega di una url, i post sono, in poche parole, tutto ciò che un utente "pubblica" in maniera appunto "pubblica". Le e-mail non sono dei post, per capirsi. Ma anche lì c'entra il linguaggio della posta.
In italiano esiste poi (o poscia, che deriva dal post latino di cui sopra) il neologismo "postare" che significa "pubblicare qualcosa su internet", la cui cosa è quantomai generica, al giorno d'oggi. Interessante sarebbe sviluppare il discorso sul fatto che in italiano i neologismi verbali sono tutti della prima coniugazione in -are, perché più regolare e linguisticamente, su scala mondiale, si va verso la semplificazione. E allora mi viene da dire che sono moderna se non mi sono voluta complicare la vita e ho cercato il significato di "post" su internet, perché più veloce di: alzarsi, andare alla mensola, tirare giù il vocabolario di latino, cercare, aspettare, farsi venire un'idea prendere il dizionario di inglese e poi basta perché non ho un manuale di informatica e con gli strumenti analogici finiva lì. Di sicuro il risultato sarebbe stato più fantasioso. Il problema è che con tutta questa comodità il cervello si adagia  e un giorno solo pochi riusciranno a capire le cose complicate e di ragionamento. Aspetta però, ora che ci penso è sempre stato così. A volte si fanno polemiche per il gusto di.

Se uno dice post, mi vengono in mente anche: il post-it (un bizzarro imperativo, ricollegandolo al discorso di prima non capisco dove si invii... lo invii al server del frigorifero e poi l'amministratore della casa lo pubblica?), i postumi della sbronza, il post nel senso del sito, il post-mortem (andate a vedere questa simpatica galleria e dormite sereni), il postmodernismo e ovviamente il

Post scriptum: 
Se io ho questo nuovo media, la possibilità cioè di veicolare un numero enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo caso a un abboriggeno dalla parte opposta del pianeta, ma il probblema è: abboriggeno ma io e te, che cazzo se dovemo di'?

Cercando su Google Immagini un'immagine per "post", ho trovato anche questo gatto che si rifa le unghie su questa colonna scapitellata, e mi è sembrato giusto postarla

mercoledì 28 novembre 2012

Il rutto del dogma

I primi segni coscienti dell'abuso dell'assolutamente li registro già al liceo, in qualche annata compresa fra il 2002 e il 2004. La pulce nell'orecchio me la impiantò il mio professore di italiano e latino, che si lamentava alle risposte del mio compagno di banco interrogato, che spesso alle domande ribatteva con "Assolutamente!". Il docente, uomo cinico, ironico, alto e provato dalla vita e dagli adolescenti lo redarguiva con "Ma assolutamente che? Che vuol dire? Sì? No? Assolutamente non vuol dire niente!"

Poi sono passati un po' di anni senza televisore in casa e la questione la sentivo sopita. Poi mi è tornato all'udito l'assolutamente, più assordante di prima.

Io avevo creduto fosse un fenomeno effimero che sarebbe durato una stagione invernale di Verissimo al pomeriggio, ma a quanto pare questo orribile assolutamente sta mettendo le radici nella lingua italiana come una mangrovia, o come un callo, e sta scavando  i suoi osceni cunicoli già da una decina d'anni, o anche da prima, ma del prima non me ne rendo conto.

Mi sono chiesta in quale calderone sia stato generato l'uso fuori luogo di questo avverbio che andrebbe usato proprio pochissimo. Andrebbe usato con parsimonia perché la vita di rado è categorica: si può dire che è assolutamente vero che si muore, ma rispondere a Ti piace il giallo? con Assolutamente sì, io senti, se non ti dispiace, ti vomito addosso.
Ti vomito addosso perché hai guardato troppi film doppiati male. Dove qualcuno ha tradotto un absolutely della sceneggiatura che non ha ragion d'essere in italiano.
Ti vomito addosso perché articolando quella parola in italiano esterni il fatto di non saper speculare su un concetto, ma butti là un dogma anche per cose ridicole. Perché noi tutti, nell'ottanta percento dei casi (sì, anche e soprattutto la politica spettacolarizzata rientra in questa percentuale), parliamo di cose ridicole, basta saperlo, basta essere al corrente che le discussioni non riguardano sempre i massimi sistemi. Smettere di parlare di cose quotidiane e ridicolizzabili - più che ridicole - sarebbe ridicolo di per sé, ci mancherebbe altro.
E in questa Italia becera la discussione (soprattutto quella dei salotti televisivi) non prevede più un dialogo di ascolto e replica, ma una dettatura scandita di chi fa la voce grossa. Anche quando si parla di cazzate, inconsciamente. Quindi quella categorizzazione dovrebbe convincere l'interlocutore che si stanno pronunciando parole profetiche e indiscutibili. AÒ!!! Ma come ti permetti? Dov'è la libertà di controbattere? Dov'è la libertà di pensiero e di azione? Chi sei tu per imboccarmi verità?
L'assolutamente eleva a dogma la cazzata. Viva la cazzata eh per carità, campi cent'anni ma almeno facciamo i distingui. E quindi la domanda è Chi sei tu per darmi in pasto cazzate travestite?


Come accennato sopra, poi appunto l'apice della minchiata lo raggiungono le risposte secche "Assolutamente sì!" o "Assolutamente no!" come se il semplice "Sì" o "No" non fossero sufficienti a far credere che le parole possano esprimano realmente il proprio pensiero. Ma che ci vuole il certificato di garanzia per rispondere a una domanda triviale? Che è il meidinitali della risposta? Il e il no da soli so' tarocchi? Accendi l'apparecchio e vedi le interviste per la via:
- Fa assolutamente freddo? - Assolutamente sì! - E quindi lei pensa di non andare a fare il bagno al fiume assolutamente seminudo? - Assolutamente no! - Assolutamente grazie, assolutamente arrivederci! - Assolutamente prego!

MA CI ANDATE IN QUELL'ASSOLUTO POSTO!?

Io ce l'ho con chi lo usa, non ci posso fare niente. Se sento dire erroneamente a qualcuno assolutamente da quel momento in poi non gli dò più peso, per me è cretino, punto. 

Se non ci avete ancora fatto caso, fatecelo per favore. Anche se mi sembra impossibile non averci fatto caso.

Mi viene l'orticaria ad ogni assolutamente sentito in tivù o per la via. In tivù perché sono capre che scimmiottano l'inglese a cazzo di cane, per la via perché imitano i beceri della tv.

È il rutto del dogma, la verità che perde importanza, la pecoraggine che prende piede.

lunedì 4 giugno 2012

Eu vou à praia suja

La Grande Plage
Dopo aver cambiato spiaggia perché il Mistral buttava sassate di sabbia, è passato un omino coi baffi e i pantaloni a vita alta mimetici, sopraelevato mentre ero nella scogliera e mi fa:
Idem, G.P.
- "Elle est bonne"? Indicando il mare. Io ho risposto: - "Bonjour!". Ho pensato che in italiano non esiste un aggettivo per dire che l'acqua è "buona", nel senso che fa piacere sguazzarvici.
Plage de Saint-Jean
O sì? Perché se vogliamo dire qualcosa dell'acqua del mare, in caso di bagno diciamo solo che è calda o fredda, pulita o sporca? E se a uno gli garba fare il bagno nell'acqua sudicia? Manca la bontà come positività assoluta.
Idem, St-J.
La stagione dà il meglio di sé, mi scuso che non scrivo da più di un mese, e quando è così il confine fra l'essere molto impegnati e il non succedere un cazzo è molto labile.

Qui invece è Beverly Hills
In allegato, alcune simpatiche testimonianze fotografiche del dì.






lunedì 23 aprile 2012

Guarda un po' che accento

Scusate se mi presento con un post che per alcuni risulterà irritante, solo che oggi mi è capitato di leggere sulla copertina di una tesi:

UNIVERSITA' e FACOLTA'

Ora io scusate nuovamente se mi permetto di arrivare con la lezioncina ma non ne posso più di vedere scritte tali amenità anche in elaborati che dovrebbero essere seri. Figuriamoci poi nelle comunicazioni quotidiane.
Dov'è finita la correttezza ortografica?! Ma questa cosa irrita solo me?! Non mi fate sentir sola.
Quella tesi prevedeva dei lavori allucinanti fatti col computer, grafici, projezioni, piante, insomma, cercare un simbolo in Word era proprio la minore delle fatiche. Per non parlare del fatto che le lettere majuscole accentate si possono fare anche con la tastiera. 
Allora mi dico che oggi non si conosce proprio la differenza fra l'apostrofo e l'accento grafico! Non è questione di pigrizia: scambiare a piacimento apostrofi e accenti grafici è talmente diffuso da pensare che uno può fare un po' come gli pare. E invece no! Io ragazzi mi batto il petto che non scriverò sicuramente in una maniera perfetta, ma in questo sono sicura delle mie affermazioni.
Facciamo chiarezza:
  • L'APOSTROFO ( ' ) indica un'elisione, ossia il taglio netto di una parola per ragioni diverse.  Il taglio può avvenire a inizio di parola ('sto= questo) e più frequentemente in fine di parola. Spesso è inserito perché la parola successiva inizia per vocale (un'aiuola, un'elisione, l'ombra) oppure perché la parola è più corta rispetto al termine di origine (po' = poco scritto più corto, vado a mangia' = vado a mangiare detto con un toscanismo). Quindi Universita', scritto così, vuol dire che in realtà la parola sarebbe più lunga. "Università", però, è solo una parola tronca.
  • L'ACCENTO GRAFICO è di vari tipi, in italiano può essere grave (è, à, ò, ù, ì) o acuto (é), si mette nelle parole tronche - ossia quelle con l'accento tonico (la vocale che "si sente di più" in una parola) che cade sull'ultima sillaba, o per distinguere alcuni omofoni - ossia parole che si pronunciano allo stesso modo ma hanno funzioni grammaticalmente diverse (es. da preposizione - da qui a lì - ≠ verbo - il metano ti dà una mano -).
Andrebbe denunciato sulla pubblica piazza il cretino che ha messo invece di po' nel dizionario T9 dei cellulari, così che a chi mai fosse venuto il dubbio prende il proprio telefonino per l'Accademia della Crusca. Che in fin dei conti da cosa vuoi distinguere ?! Dal fiume?! Che anche lì, la distinzione non ha ragione di esistere perché fino a prova contraria Po è un nome proprio e di conseguenza vuole la majuscola (la negligenza sulle majuscole è altro argomento che necessita di uno spazio tutto suo), e si distingue da sé.
Io mica per altro, un errore scappa a tutti, ma su questo argomento non transigo e anzi a pranzo mi è venuto il sangue amaro e mi sono messa a fare il comizio, con grande gioja dei miei che meglio si sono goduti il pasto.

Non cedete alla pigrizia di mettere l'apostrofo al posto dell'accento: sono due segni grafici che hanno una valenza differente. Mi si verrà a dire: "Sì! Ma queste cose io già le so!" e allora se non lo fai già, scrivi quello che sai nel modo corretto. È come se uno mentre ti dà uno schiaffo ti dice pure che sa quanto sia importante il pacifismo. Lo so che ora la videoscrittura è più diffusa di carta e penna e che spesso uno "fa prima", allora sapete che? Non andate più al lavoro che fate prima a stare a letto la mattina.

Insomma tanto che ci sono e che ho fatto tutta 'sta manfrina:
  • Qui trovate come fare gli accenti con la tastiera per il Windows. Si tratta di combinare semplicemente un tasto con una serie numerica.
  • Per il Mac, premere alt+8 per l'accento acuto, alt+9 per l'accento grave e poi fare la lettera majuscola (con lo shift)
  • Qui trovate gli accenti per il Linux (probabilmente se avete Linux comunque sapete già tutto).
Altrimenti fate un cavolo di copia-incolla da qui:

À È Ì Ò Ù É 

almeno per l'italiano, poi andrebbero rispettati tutti i segni grafici anche nel resto degli alfabeti e delle lingue. Perché a forza di dire "Eh, tanto è uguale!" uno fa le figurette. E in fin dei conti se una cosa è fatta bene è più "uguale" che se fatta male. Sarebbe come dire Mettici una a al posto della e, tanto è uguale. D'altronde non è altro che una serie di convenzioni, e qui come in altre manifestazioni umane le regole ci sono, e se nel frattempo oltre al contenuto si vuol far passare il messaggio "io non comunico a cazzo di cane quello che produce il mio cervello" tanto meglio, no?
Finalmente mi so' sfogata. Il prossimo che becco a mettere l'apostrofo al posto dell'accento gli faccio una testa così, invece di continuare a incassare. Che poi io in realtà voglio bene a tutti ma era giusto per me affrontare e pubblicizzare l'argomento, a costo di risultare pesante, bacchettona o come altro vi è venuto in mente leggendo.

Direbbe Vasco Rossi (dopo una sfilza di "Aaaaaaah" "Eeeeeeeh" "Ooooooooh") Vivere, è passato tanto tempo.
No dai, scherzo.

domenica 25 settembre 2011

Ma io e te

Preparando questo penultimo, importuno, esame di antropològia cognitiva, misto a antropològia del linguaggio, etnografia del parlare e compagnia bella Guzzanti mi leva le parole di bocca.



martedì 8 febbraio 2011

Che cos'hanno in comune queste parole? *

  • Nidiata
  • Nipiol
  • Oviparo
  • Emistichio
  • Fricativo
  • Butifarra (salume catalano)
  • Siero
  • Pelayo (condottiero delle Asturie)
  • Pelide
  • Bronchìoli
  • Schiusa
  • Bozzolo
  • Midollo
  • Fronzolo
  • Speme
  • Putrella
  • Gronchi rosa
  • Crocchia
  • Acrostico
  • Gatto Panceri
  • Prozio
  • Cogito
  • Alluce
* Che fanno schifo solo a sentirle. La lista potrebbe continuare, e poi sono comunque sensazioni soggettive.

martedì 27 luglio 2010

Ognun per sé

L'Italia è più moderna, è più europea! Non grazie a qualche trattato, ci sono dei segni più sotterranei. Anche stavolta i cambiamenti vengono dal popolo, che cambia il mondo, e non il contrario.

Soffermiamoci brevemente a considerare il soggetto parlante in due lingue come l'inglese e il francese. 
In inglese non esiste il congiuntivo, tempo verbale del dubbio; in francese dopo un verbo di stima (pensare, ritenere, credere) l'uso del congiuntivo non è permesso. "Je pense que tu es beau": penso che sei bello, punto, non che sei bello ora poi forse rettifico. Quindi chi enuncia un pensiero non può aver dubbi sulla credibilità dello stesso. In italiano no, ciò che si pensa è continuamente messo in discussione. In italiano si dice "Penso che tu sia bello", poi magari per un altro no, bisogna pur sempre sentire che ne pensa il mio superiore, non posso realmente esprimere il mio pensiero. C'è sempre da render conto a qualcuno.

Il soggetto italiano però al giorno d'oggi è più sicuro di sé. Ne è una prova l'affievolirsi dell'uso del congiuntivo (ma non scomparirà mai, di questo io ne sono certa). 
E anche, visto che l'ho citato, troviamo lo stesso fenomeno nel pronome "sé": al tempo di Leopardi era un errore scriverlo senza accento, successivamente per disambiguarlo dalla congiunzione dell'ipotetica "se", l'uso dell'accento è diventato obbligatorio (a parte i casi di se stesso e se medesimo; ad ogni modo è più elegante accentare anche in questi due casi). 

Quindi l'io dell'italico parlante è considerato al giorno d'oggi più integro, più lontano dall'ipotesi e di conseguenza in una condizione di affermazione più categorica, pronto a lanciarsi in un mondo di pragmatici.

Poi è anche vero che quelli che usano poco il congiuntivo scrivono anche "pensare per se", quindi è tutto dire.

sabato 25 aprile 2009

Fenech: ovvero il tutto e il niente

Mi è stato gentilmente chiesto di disquisire sul nuovo concetto del Fenech. Se ne ignorano le ragioni, ma nel mio gruppo di amici tocca sempre a me formalizzare i nuovi concetti linguistici - forse perché sono stata proprio io la pioniera della formalizzazione, ma non dell'invenzione -.
Orbene, dicevo. Il Fenech. Premetto che non ero presente quando il termine è stato coniato. Ho tuttavia ricevuto la notizia del neonato per telefono e grazie alla messaggistica istantanea. Presumibilmente in data ieri, la nostra centralina neologica (più precisamente la sede distaccata della capitale) ha dato vita ad un nuovo concetto. Il Fenech, appunto. Gioisco che mi sia stata chiesta l'autorizzazione previa l'effettivo utilizzo. Ho dato un placet, ma con riserva. Gli concediamo uno stage per il momento.
Dunque, le cose sono andate più o meno così. Gruppo di persone che si ritrovano, probabili alcolici di media gradazione presenti. Ma non è detto. Improvvisamente salta fuori l'argomento Il Grande Cinema Italiano: il passo verso Edwige Fenech è scontato, immediato nonché baldanzoso. Ora. Si dovrà riconoscere che, dato l'argomento di ardua disquisizione, si possa chiudere un occhio di fronte a questi ragazzi che ancora non dispongono nei loro curricula delle lauree magistrali. Essi, rasentando l'ingenuità, non ricordavano nessun titolo dei capolavori in cui l'eccelsa attrice aveva omaggiato i registi con la di lei partecipazione. Non si deve però far passare inosservata la vivida intelligenza dei giovani neologisti, quando si tratta di eludere le lacune culturali. Questi ragazzi, autori del concetto di cui mi accingo a disquisire, hanno deciso di far sgorgare dalla loro fervida immaginazione titoli di pellicole immaginarie, in cui il cognome della cara Edwige d'oltr'alpe sostituiva idee di ogni foggia: Io, tu e Fenech, In viaggio con Fenech, Oltre il Fenech. Ecc. E sono esempi che mi sto a presente inventando. A maggior ragione: la versatilità del termine prende vita, già entra in funzione, in circolo, nel meccanismo a noi tanto caro, a noi, che vediamo il mondo in modo diverso. E che non ci basta il vocabolario di cui disponiamo (ed ammettiamo nostro malgrado di non conoscere il Devoto Oli - che unge al contatto - a memoria, ma neanche il Beato Angelico se è per quello). Fenech possiamo considerarlo come un termine di ampiiissima estensione, in cui, e Saussure ci darà ragione, per un unico significante, abbiamo un'infinità di significati.
Paradossi: la lingua ne risulta contemporaneamente arricchita e impoverita. Arricchita poiché grazie a Fenech possiamo esprimere anche idee che altrimenti resterebbero non sviluppate, ma allo stesso tempo impoverita. Non impareremo infatti ad usare termini già esistenti per dar vita ai concetti, utilizzando questo comodo passe-partout. Parlando per assurdo, se il fenomeno si espandesse diremmo solo Fenech per ogni attività oratoria e comunicativa. Ad esempio. Dialogo del 3000 d.C.:
- "Fenech!"
- "Fenech? Fenech!"
- "Fenech, Fenech...Fenech."
- "Fenech. Fenech."
Dunque, dunque, dunque. Con questo tricolon retorico connotato da ripetitività e piattezza, e non dalla crescita progressiva, possiamo riassumere il concetto di Fenech come:

Fenech: agg., sost., verbo s.-pl. m.-f. [B. D. R., AA. VV. Roma, 24/04/2009]. Termine eufemistico che elude la carenza conoscitiva di un argomento. In senso lato, può significare momentanei lapsus o la volontà di eludere un concetto, perché irritante o offensivo per l'interlocutore. Più semplicemente, a mo' di sberleffo, è possibile nominare Fenech qualsiasi concetto, solo per il gusto che se ne trae a cambiare il significante. Es. Guarda quel -! Ma non è troppo - secondo te? Prova quel -, è buono.

Fenech ancora deve fare carriera, ma il suo esordio rimane tuttavia interessante. Lo raccomanderemo a ghighi, vulps, culo affinché lo aiutino a districarsi nel difficile mondo dei neologismi. Che non si lamenti di vedersi affibbiati dei tiutors, fare le cose da soli diventa più complicato. Soprattutto se non ti nomina mai nessuno.