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domenica 26 gennaio 2014

Fratelli Grimm Hardcore

Se pensavate che la vera storia di Cenerentola fosse splatter, beccatevi questa

Il ginepro

(Fiaba in antico dialetto tedesco)


Un tempo molto lontano - forse più di mille anni fa - viveva in questa terra un ricco signore che aveva una moglie giovane e gentile, ma non aveva figli anche se li desiderava con tutto il cuore.
Ginepro Ragnatela GrimmDavanti alla casa di questi signori era cresciuto un cespuglio di ginepro e proprio presso questo ginepro se ne stava un giorno d'inverno la giovane sposa e, pensierosa, si sbucciava una mela. Passò di lì un uccellino, che prese la buccia della mela per portarla ai suoi piccoli.
"Ecco, persino lui ha dei piccoli", pensò la giovane donna, "solo io no." E un velo di pianto le coprì gli occhi.
Come fu come non fu, perché era agitata o perché non ci vedeva dalle lacrime, fatto sta che la donna si fece un taglietto a un dito. Il dito sanguinò e ai piedi del ginepro cadde una goccia di sangue rosso fra la neve bianca. "Ah", disse la donna, "come mi piacerebbe avere un figlio bianco e rosso come il sangue e la neve". Dette queste parole si sentì di colpo rasserenata e se ne tornò a casa. Passò un mese e la neve cominciò a sciogliersi, ne passò un secondo e tutto divenne verde, ne passò un terzo e crebbero i fiori, e un quarto e le gemme sugli alberi si aprirono. Al quinto mese la donna si recò accanto al cespuglio di ginepro e vide delle piccole bacche verdi, che spuntavano fra gli aghi d'argento. Al sesto mese la donna si sentì balzare il cuore in petto, al settimo mese le bacche del ginepro divennero frutti maturi e la donna ne mangiò fino a saziarsi, l'ottavo mese la donna divenne triste e stanca, il nono mese chiamò il marito e gli disse: "Se morirò seppelliscimi sotto il ginepro". Detto questo si rasserenò e aspettò con gioia la nascita del figlio.
Dopo la morte della donna il marito pianse e pianse. Poi cominciò a piangere di meno e si cercò un'altra moglie.
Con la seconda moglie quest'uomo ebbe una figlia per far compagnia al giovane bianco e rosso come il sangue e la neve. Ma quando la seconda moglie guardava sua figlia, la trovava bella, buona e gentile, quando guardava il giovane provava rancore verso di lui e così finì per odiarlo.
Il ragazzo cresceva timoroso, timido e magro come un povero uccellino senza piume, mentre la sorella era allegra e robusta come una giovane ochetta.
Una volta la donna andò nella dispensa e la bambina le trotterellò dietro chiedendole una mela. La madre prese da una cesta una mela bella e rossa e la diede alla figlia. Dovete sapere che questa cesta aveva un coperchio pesante e una serratura grossa e di ferro, così che quando la bambina chiese una mela per il fratellino la donna disse: "Quando tuo fratello torna dalla scuola riceverà la sua mela", e chiuse con forza il coperchio della cesta. Il bambino tornò dalla scuola e la matrigna gli disse: "Ragazzo, vuoi una mela?". "Certo che la voglio", rispose il ragazzo, "ma perché mi guardi con tanta cattiveria, madre?" La matrigna disse: "Vai a prenderti la mela da te". Il ragazzo andò nella dispensa, con fatica sollevò il grosso coperchio della grande cesta e si sporse a prendere una mela rossa.
La matrigna dietro di lui chiuse con forza il coperchio e il colpo tagliò di netto la testa del povero ragazzo. La testa rotolò fra le mele.
La donna fu presa da una grande paura e disse fra sé e sé: "Come farò a togliermi da questo pasticcio?". Poi se ne andò nella sua stanza, prese un grande fazzoletto e con quello accomodò alla meglio la testa al corpo. Poi prese il ragazzo e lo piazzò seduto davanti alla porta di casa con la mela in mano.
Tornò la bambina e disse alla madre: "Mamma, vedo che mio fratello ha in mano una mela e non me ne vuole dare nemmeno un pezzetto".
La madre rispose:
"Chiedigliela un'altra volta e se proprio non te la dà, dagli uno schiaffo".
La bambina provò e riprovò a parlare col fratello che se ne stava seduto sulla soglia, tutto pallido, con un fazzoletto bianco al collo e una mela rossa in mano, ma inutilmente. Il ragazzo pareva di marmo. Allora la bambina gli diede un piccolo schiaffo su un'orecchia e la testa rotolò per terra.
La bambina piena di terrore corse dalla madre e la madre le disse: "Cosa hai fatto, figlia mia, hai staccato la testa a tuo fratello, ora come faremo?"
La bambina che amava molto suo fratello cominciò a piangere e non la finiva più e allora la madre le disse: "Non piangere, vedrai che sistemeremo tutto in modo che nessuno se ne accorga".
Così la madre prese il ragazzo, lo tagliò a pezzi e lo infilò in un pentolone e lo cucinò con spezie e aceto. La bambina, seduta accanto al fuoco, continuava a piangere, tanto che nella pentola non servì mettere sale, perché le lacrime, come tutti sanno, sono salate.
A sera il padre tornò a casa e si mise a tavola. Poi chiese dov'era suo figlio. La donna portò in tavola un pentolone fumante e la bambina non la finiva di piangere. Ancora il padre chiese: "Dov'è mio figlio?". Rispose la donna: "Se n'è andato da sua nonna e vi rimarrà per qualche tempo". "Che cosa è andato a fare", chiese il padre, "così nel mezzo dell'anno e senza neanche dirmi addio?"
"Gliel'ho detto anch'io", disse la donna, "ma tu lo sai, tuo figlio è uno zuccone e non mi ha voluto dare retta."
Il padre scosse il capo e ripeté: "Così senza nemmeno dirmi addio...".
Poi affondò il cucchiaio nella pentola e cominciò a mangiare. La bambina piangeva e piangeva e il padre le disse: "Non piangere, figlia, vedrai che tuo fratello tornerà", e alla moglie: "Dammene ancora di questo cibo, moglie, è il migliore che tu abbia mai cucinato".
E mangiava e mangiava la carne e le ossa le gettava sotto il tavolo, fino a che la pentola non fu vuota.
La bambina continuava a piangere, poi di nascosto andò a prendere il suo più bel fazzoletto di seta, raccolse tutte le ossa da sotto il tavolo, le avvolse ben bene e andò a deporle sotto il cespuglio di ginepro. Poi si mise di nuovo a piangere e cosa vide: il cespuglio bagnato dalle sue lacrime pareva fremere e tremare, poi aprì i suoi fitti rami e, dall'interno, uscì un uccello dalle piume colorate che cominciò a cantare un canto meraviglioso, quindi raccolse il fagotto delle ossa e se ne volò via.
Vola e vola questo uccello si appollaiò su di un tetto, proprio accanto a una finestrella dove lavorava un orafo. L'uccello guardava fisso l'orafo e cominciò a cantare uno strano canto che suonava così:
Mia madre mi ha ucciso
Mio padre mi ha mangiato
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
le ha avvolte in un fazzoletto di seta
e le ha deposte sotto il ginepro
Cio, cio, che bell'uccello sono io.
L'orafo nel suo laboratorio stava forgiando una catena d'oro, vide l'uccello che cantava sul suo tetto e il canto gli parve proprio bello, tanto che si affacciò e, ancora con il grembiule di cuoio e la catena finita in mano, così parlò all'uccello: "Ti prego, bell'uccello, il tuo canto mi ha incuriosito tanto che lo vorrei sentire ancora. Cantalo un'altra volta per me!"
"Per niente non canto niente", disse l'uccello, "canterò se mi darai la catena d'oro che hai in mano."
"Perché no", disse l'orafo, "tu canta e avrai la catena." Così l'uccello ripeté il suo canto e si prese la catena d'oro. Poi l'uccello riprese il volo e si fermò sul tetto della casa del calzolaio e cantò:
Mia madre mi ha ucciso
Mio padre mi ha mangiato
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
le ha avvolte in un fazzoletto di seta
e le ha deposte sotto il ginepro
Cio, cio, che bell'uccello sono io.
Quando il calzolaio lo udì, uscì in strada in maniche di camicia e si mise a guardare sul tetto facendosi ombra con la mano per non essere abbacinato dal sole.
"Uccello", disse, "canti così bene che voglio che anche mia moglie ti senta. Ti prego, ripeti il tuo canto e io la chiamerò."
E non chiamò solo la moglie, ma anche suo figlio e sua figlia, i lavoranti e i garzoni e la serva di casa; tutti a vedere quell'uccello con la catena d'oro che cantava così bene.
"Uccello meraviglioso", disse il calzolaio, "ora ho tutta la mia gente qui con me ad ammirarti, ti prego canta ancora la tua strana canzone."
"No", disse l'uccello dalla catena d'oro, "per niente non canto niente. Dammi qualche cosa e io canterò."
Allora il calzolaio mandò la moglie all'interno della bottega e questa uscì con un paio di scarpe rosse appena terminate. Il calzolaio le fece vedere all'uccello che fece un cenno col capo e poi cantò:
Mia madre mi ha ucciso
Mio padre mi ha mangiato
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
le ha avvolte in un fazzoletto di seta
e le ha deposte sotto il ginepro
Cio, cio, che bell'uccello sono io.
Quando ebbe finito di cantare volò via.
La catena d'oro l'aveva nella zampa destra, le scarpe nella sinistra e così volò al mulino e il mulino macinava, clip, clap, clip, clap.
Davanti alla grande ruota del mulino stavano dei garzoni a riempire i sacchi: huch, huch, faceva la ventola, huch, huch. Allora l'uccello cominciò a cantare e a ogni verso uno dei garzoni si fermava ad ascoltare le parole della canzone.
Mia madre mi ha ucciso
e uno smise di lavorare
Mio padre mi ha mangiato
e altri due smisero e l'ascoltarono,
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
altri quattro smisero di lavorare,
le ha avvolte in un fazzoletto di seta
otto battevano ancora,
e le ha deposte
ancora cinque,
sotto il ginepro
e ancora uno,
cio cio che bell'uccello sono io.
Quando il sesto verso fu terminato, l'ultimo garzone disse: "Ti prego, bell'uccello dalla catena d'oro e dalle scarpette rosse, ti prego di ripetere il tuo canto perché io non l'ho sentito".
Ma l'uccello rispose: "Per niente io non faccio niente. Canterò se voi mi regalerete una macina da mulino".
I sei garzoni erano ben contenti di dargli la macina e così di riposare tutto il giorno e sollevarono la grande pietra. L'uccello cantò, poi infilò la testa nel buco della pietra e, con meraviglia di tutti, catena d'oro nella zampa sinistra, scarpe rosse nella zampa destra e macina attorno al collo, se ne volò via verso la casa di suo padre. Il padre sedeva nella stube e vicino a lui c'erano la matrigna e la sorellina.
E il padre disse: "Oggi finalmente mi sento meglio. È come se mi si alleggerisse il cuore".
"Che strano", diceva la madre, "a me pare di avere il cuore pesante come la macina di un mulino."
La sorellina invece se ne stava fra i due e piangeva, piangeva.
Il padre continuò: "Davvero, mi nasce dentro una gioia ed un'attesa come se improvvisamente dovessi rivedere un vecchio amico".
"Per carità, che idee", diceva la moglie, "io trovo che sia tanto freddo e buio come quando si annuncia il temporale."
E la sorellina continuava a piangere, come d'altro canto aveva continuato a fare da quando non c'era più il fratello.
Allora l'uccello che era seduto sul tetto della casa cominciò a cantare:
Mia madre mi ha ucciso
Allora la madre si tappò le orecchie e si mise le mani sugli occhi come fa chi non vuole più né vedere né sentire, ma la voce le pareva un tuono nelle orecchie e dietro il velo delle mani, gli occhi bruciavano come colpiti dal fulmine.
Mio padre mi ha mangiato
Continuava l'uccello e il padre disse: "Guarda, mamma, che bell'uccello c'è sul cornicione del nostro tetto, il sole brilla così alto che pare estate".
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
Allora la bambina si prese la testa fra le braccia, la posò in grembo a suo padre e piangeva sempre più forte.
Ma il padre disse: "Perché piangi, bambina, vieni con me fuori all'aperto a rimirare quell'uccello che canta così bene".
La madre non voleva, ma il padre uscì lo stesso e l'uccello cantava:
Le ha avvolte in un fazzoletto di seta
Le ha deposte sotto il ginepro
Cio, cio, che bell'uccello sono io.
E l'uccello lasciò cadere la catena d'oro che aveva nella zampa sinistra e la catena cadde proprio attorno al collo dell'uomo e sembrava proprio forgiata per lui.
Allora il padre rientrò in casa e disse: "Guarda che uccello buono e meraviglioso è questo mai. Non vedi, mi ha donato una catena d'oro che mi sta così bene".
Ma la donna era talmente terrorizzata che le cadde la cuffia dalla testa e la dentiera dalla bocca.
Mia madre mi ha ucciso
"Ah, se fossi cento metri sotto terra", diceva la donna.
Mio padre mi ha mangiato
E la donna cadde a terra come morta.
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
Allora la sorella disse: "Voglio uscire anch'io e vedere se anche a me l'uccello regala qualche cosa" e uscì.
le ha avvolte in un fazzoletto di seta
E l'uccello gettò ai piedi della sorella il bel paio di scarpe rosse.
Le ha deposte sotto il ginepro.
Cio, cio, che bell'uccello sono io.
La bambina si calzò le belle scarpette rosse e tutta felice entrò in casa danzando. "Non capisco", diceva, "ero così triste e disperata e ora con queste scarpette rosse mi sento di nuovo felice. Perché non esci anche tu, madre, a vedere se anche per te l'uccello ha qualche cosa?"
"No", gridava la donna, e correva qua e là per la casa come se alla sua veste si fosse appiccato il fuoco. Poi di colpo uscì gridando: "Meglio così che l'inferno di questa vita". Ma appena fu fuori dalla porta l'uccello lasciò cadere la pesante macina, proprio sul capo della donna.
La donna fece un solo grido e poi morì.
Allora padre e sorella uscirono di corsa di casa e cosa videro?
Videro solo fuoco e fiamme e vapori e il ginepro che scuoteva i suoi rami d'argento e dal ginepro uscì il fratellino che prese padre e sorella per mano e rientrò in casa.
I tre sedettero al tavolo, si fecero il segno della croce e mangiarono.

FINE




Tutta la creepità della storia è racchiusa anche in questa animazione (molto ben fatta) della favola.

martedì 12 giugno 2012

Alien casalingo






Nonostante la Quadrilogia di Alien non sia per niente scary, a dispetto di quanto affermano gli Americani di Yahoo! Answers, può capitare che dopo essersela bevuta con l'imbuto in due giorni uno possa avere qualche scompenso, o semplicemente una particolare effimera ossessione. Essendo in casa e possibile che sfiori il pensiero di trovare nel tragitto fra il salotto e il bagno uno di questi marcantoni, ecco qualche consiglio per dimenticare serenamente gli Alieni, o comunque accettarne la presenza.

Mettila così: se ti trovi un Alieno nell'astronave è un male, ma anche avecci le zanzare in casa non è meglio.
Non preoccuparti dell'Alieno se non hai presso la tua abitazione i condotti di aerazione grossi quanto il traforo del Fréjus.
Se ti trovi un Alieno in casa, poco male: feriscilo con un'arma da taglio e usa il suo sangue per pulire le incrostazioni della doccia.
È consigliabile, vedendo in salotto uno strano uovo che si schiude a pianta carnivora, indietreggiare, uscire di casa e farsi ospitare da qualcuno.
Neanche i Marines annientano gli Alieni, se ne trovi uno in casa, a quel punto chiedigli se si vuole fermare a cena.
Se senti dei movimenti strani nella pancia, o è un Alieno o è giunto il momento di smettere di far colazione con gli All Bran. Se comunque non sei andato ultimamente in ipersonno non dovrebbero esserci rischi (a titolo personale, sono perfettamente capace di dormire per 57 anni, poi ognuno calibra i rischi con la propria situazione).
Se tagliando l'insalata ti fai male e sanguini bianco, non preoccuparti, sei un umanoide programmato per tagliare l'insalata, oltre a essere una cosa molto fashion. Sì! È per quello che è così tanto tempo che non vai a fare le analisi del sangue.
Non sperare di essere come Segourney Weaver, con la stessa fermezza e lo stesso coraggio. Non schianta mai, e quando schianta la clonano, ha visto più Extraterrestri lei di Eugenio Finardi. E non so se hai presente quanto fanno schifo gli Aliens, se li hai visti o sei Sigourney Weaver o li hai visti attraverso uno schermo. Ad ogni modo non ti preoccupare: in un caso è finzione, in un altro sopravviverai. E stica.

Momento autostima per tutti_ Se trovate un alieno in casa, infine, andate di là a specchiarvi: minchia quanto siamo fichi a confronto.


mercoledì 31 agosto 2011

Dix heures di infamate

E poi mi fa ridere Deezer che ora se ne esce dicendo

Deezer's music services are not yet available in your country.


Ma quale not yet? Ma siete di fori? Siete bischeri? Mi state prendendo per il culo? Dite piuttosto, per una certa integrità morale che evidentemente non vi appartiene are not available ANYMORE

E poi sai che?! Ultimamente facevate pure schifo che da qui non si trovava più niente da ascoltare, giusto le basi del karaoke o qualche cover fatta coi piedi; poi avete messo il servizio a pagamento e a sto punto vi dico 
ANDATE E SPENDETE I VOSTRI SOLDI COME VI PARE



martedì 2 agosto 2011

Emmobbasta

Non sopporto più Parigi, la sua menzogna. Come una bella persona che dici Ah però poi alla fin fine delude. Nel mio capo è diventata piccola e decadente. Le sue teste scapigliate e le camminate con finta aria indifferente. Machiticaca. Lo stile sbottonato e mormorante di caffè brulicanti di topi. I bambini bobos e tutti sti dandy e sti alternativi che non sanno più come farsi notare che ci hanno veramente stramazzato i coglioni.


-------------------------------------------- Ritorno

Superato lo shock dell'appiccicume e dell'immondizia, guardando il sole ho avuto la sensazione di respirare la luce e m'è venuto da piangere, ma non l'ho fatto

martedì 8 febbraio 2011

Che cos'hanno in comune queste parole? *

  • Nidiata
  • Nipiol
  • Oviparo
  • Emistichio
  • Fricativo
  • Butifarra (salume catalano)
  • Siero
  • Pelayo (condottiero delle Asturie)
  • Pelide
  • Bronchìoli
  • Schiusa
  • Bozzolo
  • Midollo
  • Fronzolo
  • Speme
  • Putrella
  • Gronchi rosa
  • Crocchia
  • Acrostico
  • Gatto Panceri
  • Prozio
  • Cogito
  • Alluce
* Che fanno schifo solo a sentirle. La lista potrebbe continuare, e poi sono comunque sensazioni soggettive.

martedì 28 settembre 2010

Io muojo per tè.

Mmm buono! Cos'è? Che odore, che sapore! Una delizia per le papille gustative!

Certo che il tè verde farà anche bene, avrà anche proprietà benefiche antiossidanti, ajuta il metabolismo, a eliminare le tossine e altre varie fricchettonate, ma sembra proprio di sorbire un decotto di pulezze*













* rape

sabato 9 gennaio 2010

Che giornata produttiva, che giornata divertente

I 99 Posse, tornati magicamente in vita: stasera non andrò a vederli, dopo una zaffata di realismo per l'organizzazione della serata.
Spiegare cosa rappresentino per me, non è facile. O meglio, lo è, e parecchio. I 99 Posse sono la mia adolescenza. Lo sono e basta. C'erano solo loro e De Gregori. Il secondo pienava il lato romantico e interpretativo, e gli altri la ribellione.
A distanza di anni senza ascoltarli so intonarne a memoria qualsiasi pezzo. Possiedo tutti i loro CD, fino a La tempesta, un nuovo progetto (i Nous), orfano di 'O Zulù che è durato quanto un toc toc alla porta.
Comprai il primo CD nel '99, anno del loro scioglimento, quasi fatto apposta - colpa di Yoko Ono, avrebbero detto gli Elio e Le Storie Tese - e poi percorsi le pubblicazioni a ritroso.
Porini! Quanta gente li schifava.
Il mio periodo da discman nell'autobus con la discografia novantanovepossiana è durata quasi un quinquennio. Poi basta, voltai pagina. La ribellione era finita, mi ero già tagliata i capelli da tempo.
Se ci penso mi viene un po' di nostalgia. Erano dei gran brutti ceffi e dalle mie parti non li capivano quando cantavano, ma io gli ho sempre voluto tanto bene. Anché perché io li capivo. E perché ero piccina, oggi forse non inizierei mai ad ascoltarli.
E stasera suonano, a più di un'ora di macchina da qui, ma senza Meg. 'O Zulù sarà lievitato negli anni, e forse riproporranno la stessa minestra riscaldata dei successi degli anni scorsi. Forse sarà un raduno di nostalgici dei Centri Sociali, un po' come i sessantenni che vanno a sentire i Pooh, la stessa ricerca identica.
Non mi avrete mai come volete voi!

venerdì 11 dicembre 2009

Ci si risveglia ancora in questo corpo attuale dopo avere viaggiato dentro il sonno, e si finisce con una messa in piega

Che notte orripilante. Mi ha svegliato il tremolìo della tenda e soprattutto il bacio sulla guancia di mia madre.
Ho sognato un labirintico girigogolo di figure, fra cui case già viste ma modulate nelle forme e nei colori dalla mia immaginazione e persone che conosco e che non avevo mai sognato. Immagini molto squillanti, quasi criardes, come se volessero trasportare con sé un significato profondo.
Lo so che avevo cenato cibo multietnico senza però che mi fossero toccate le samosas - a detta di alcuni fortunatamente non erano buone - e che per digerirlo dovevo chiamare il vicinato a dire il rosario; ma nella mia mente affiora comunque l'unico, vivido, ricordo che ero al Merdone (per i non avvezzi: il Mc Donald's) in compagnia di due inglesi conosciuti in Erasmus. Ero in fila con J., in mano un vassoio rosso, al tavolo c'era A. che urlava qualcosa, il mio punto di vista faceva in modo che mi trovassi contemporaneamente in compagnia di entrambi anche se erano lontani. Servivano tipo a mensa pasta con la pancetta dall'aspetto orribile. Spiegavo a J. che faceva schifo, che non bisognasse mangiarla, senza raggiungere risultati soddisfacenti. Non so se poi l'ho presa anch'io. Lei mi sembrava più brutta del solito, aveva i denti particolarmente sporgenti, pareva un roditore malvagio. Lui invece era diventato di punto in bianco scortese, maligno, arrogante, quasi manesco.
Il tutto steccava perché ci parlavo in spagnolo.

E mentre i chitarrini risuonano alle mie orecchie, baldanzosamente lascio questa occupazione per recarmi da Parrucchiera Susanna che ha un posto libero alle diciassette e trenta.




Um mestre do verso, de olhar destemido,
disse uma vez, com certa ironia :

“Se lágrima fosse de pedra
eu choraria”
E eu, Boca, como sempre perdido
Bêbado de sambas e outros sonhos
Choro a lágrima comum,
Que todos choram
Embora não tenha, nessas horas,
Saudade do passado, remorso
Ou mágoas menores
Meu choro, Boca,
Dolente, por questão de estilo,
É chula quase raiada
Solo espontâneo e rude 
De um samba nunca terminado
Um rio de murmúrios da memória
De meus olhos, e quando aflora
Serve, antes de tudo,
Para aliviar o peso das palavras
Que ninguém é de pedra


Paulinho da Viola

giovedì 5 novembre 2009

As pessoas

Magari parlo da profana e non mi posso permettere un discorso di questo genere, ma tant'è.
Perché beh insomma, sono a pagina 138 e finora s'è parlato e straparlato di Pessoa e della sua eteronimia sino allo sfinimento.
Ma dico io: se avete trovato praticamente tutta la sua opera in un baule in casa sua e lui non l'aveva tirata fuori, cosa vi autorizza ad analizzarla, a pubblicarla, a speculare su sto cristo che era sì di fuori, ma conserva pur sempre una certa dignità?
Maledetti sciacalli dell'editoria! Mi fate schifo! Fernando aveva il sacrosanto diritto di scrivere ed essere ciò che più riteneva opportuno! Non ha mai importunato nessuno e voi, ora che è morto, state lì a mettere insieme i pezzi!
Invidiosi! Voi non c'avevate pensato! Lui era pazzo, lui era normale, lui era un genio! E voi no! Voi state completando l'album dei calciatori Panini!
E che diamine, lo dovevo dire a qualcuno!
Poi che fate, quando me ne vado consegnate mettiamo i miei diarii segreti alla Feltrinelli (d'accordo qui viaggio davvero per ipotesi)? O magari prima dovete fargli un check-up critico? Chissà e se viene fuori qualcosa di interessante?!
Suvvia, i surrealisti perlomeno volontariamente spiattellavano le loro menate, Pessoa no! Lui voleva esser lasciato in pace e crogiolarsi nelle proprie paranoie e solitudini abitate!
E quel che più mi infastidisce è che mi sono fatta questa idea solo dopo tale scempio! Non vorrei mai aver sentito parlare di Fernando Pessoa!
Cos'è successo, chi ha fatto un raid nel suo appartamento in cerca di materiale golosamente analizzabile? Quale parente ha avuto l'indecenza di consegnare tutto a un editore? Sperava forse di guadagnare col copyright?
Malvagi, infimi rigattieri! Vi schivo!
Qua è di voyerismo che si parla, si tratta di mettere il naso nelle tracce lasciate da un uomo lungo il suo indiscutibile cammino sulla Terra: come vi permettete a indagare sui suoi segreti?! E non è questione che lui è morto e non ha diritto di replica, no no: la questione è che se lui aveva messo tutto alla rinfusa in quel baule non era e non è e mai sarà tenuto a dare alcuna spiegazione! Né mai l'ha voluta da altri! Ci siamo capiti?
Odio la critica! Saccenti spocchiosi che pensano di entrare nel capo degli altri solo perché altri saccenti e spocchiosi gli hanno fornito strumenti e via libera!

Pessoa vi guarda (vi guardano) e vi dice
Fatevi i cazzi vostri!

sabato 10 ottobre 2009

Alice was beginning to get very tired


Vediamo se ve ne importa qualcosa. A ringraziamento di un regalo che mi ha portato a lidi antichi, oggi si parla di...

LEWIS CARROLL

Chi è quest'uomo? Cosa spinge le umane menti a interessarsi alla sua attività professionale e personale del tutto particolare?
È possibile, in definitiva, unire fantasia, matematica, logica, simpatia affettiva spinta verso le bambine?
E soprattutto... la quarta caratteristica scaturisce dalle prime tre?
(Che detta così fa tanto Rieducational Channel e verrebbe da rispondere È gli Zozzi - ma questa è un'altra storia che un giorno narrerò)
Quest'uomo (vero nome: Charles Lutwidge Dodgson) era un pastore appassionato di matematica con amiche molto giovani.
Vi è mai capitato di leggere i suoi libri? Nel cartone della Disney, ça va sans dire, non scaturisce la cupezza che si evince nell'approcciarsi a favole tanto ben strutturate, dalle note scure nonostante il tripudio di personaggi e situazioni. Cos'altro aspettarsi da un professore di logica che fotografava bambine?
Carroll impastava neologismi e nonsense con regole fisiche e matematiche molto precise, ed una lontana tesina su di lui mi fa riaffiorare alla mente alcuni sfocati esempi. E qui viene la parte meglio argomentata del post. In tutta l'avventura ci sono continui riferimenti alle scienze. Quando Alice cade nel buco che la porterà nel Paese delle Meraviglie nonostante la tenera età e la pericolosità dell'avvenimento la bimba a voce alta cerca di calcolare dove si trovi:

Down, down, down. Would the fall never come to an end? "I wonder how many miles I've fallen by this time?" she said aloud. "I must be getting somewhere near the centre of the earth. Let me see: that would be four thousand miles down, I think-" (for, you see, Alice had learnt several things of this sort in her lessons in the school-room, and though this was not a very good opportunity for showing off her knowledge, as there was no one to listen to her, still it was good practice to say it over) "-- yes that's about the right distance -- but then I wonder what Latitude or Longitude I've got to?" (Alice had not the slightest idea what Latitude was, or Longitude either, but she thought they were nice grand words to say.)
O ancora troviamo anche la chimica in Through The Looking Glass e What Alice Found There, dove, quando Alice beve il latte, nel mondo al contrario succede qualcosa che ha a che fare con i componenti della bevanda che io ovviamente non vi so spiegare perché non sono Lewis Carroll e al compito di chimica mi scrivevo le formule sulle scarpe ma, voi, cari ovattatori, vi fidate se ve lo dico. Ancora, il gioco degli scacchi e la logica scende in campo con mosse sicure e sensate, ma spietato, Alice rischia di perdere la vita.
Già me lo vedo, quel puritano in gita in barca mentre racconta la favola ad Alice Liddel da cui poi, anni e anni dopo, ne è derivato un cartone animato. Questo, per essere esportato in Italia, è stato doppiato fin nella più picciol nota da musical disnegliano: grazie a quella gita infatti quando è il compleanno di qualcuno dopo che gli fai gli auguri ti canticchi simpaticamente anche Un buon non compleanno a me a me. Come si dice, dal produttore al consumatore
Quello che mi chiedo è: ma i genitori della pargola nel frattempo erano in trasferta a San Patrignano oppure peccarono semplicemente di permissività? Io la mi' figliola da sola con quello lì non ce la lascerei. Non è che lui le faceva ripetizioni di matematica?

Quest'uomo, in definitiva, usava le favole come arma seduttiva. Senza i conigli, è una norma applicabile tutt'oggi anche ad altre fasce d'età. Però che schifo.

P.s.: un ringraziamento speciale anche a Crispino, l'animale nato per fare il Crispino.

Ora me lo date il Nobel pure a me?

© Charles Lutwidge Dodgson ritratto da Oscar Gustav Rejlander, 28 marzo 1863 (Collezione Gernsheim, Harry Ransom Humanities Research Center, Università del Texas, Austin)

lunedì 28 settembre 2009

Œpsilon

Anch'io ai miei tempi sono stata una Pupilla. In seconda liceo andavo a ripetizioni di matematica dal cugino di mia madre, che la insegnava in un altro istituto.
Vogliamo parlare della tariffa? A suo tempo si prendeva 30.000£ all'ora, che scusate ma non sono per niente i 15€ di adesso, e grazie mille per lo sconto parentela.

domenica 13 settembre 2009

Che schifo, un piccione morto!

Piccione
Troppo ti sei affacciato sul torrione
La rete ti ha intrappolato
Ponendo fine al tuo volo stentato.

Piccione, ora giaci a testa china
Ignorando il guano della nidiata vicina
Ed il piumaggio argentato
Del tuo genere alato.

Piccione
Ti han guardato tante persone
Da lontano non si vede
La tua lenta decomposizione.

Piccione
Peristi di sabato sul torrione
Ora la rete ti trattiene, è così
Ti toglieranno solo lunedì.

mercoledì 22 aprile 2009

Amargura

Buttò giù d'un fiato una tazzina di caffè amaro, ormai freddo. Due volte schifoso.
Si accese una sigaretta cercando di coprire immediatamente con uno più disgustoso il sapore del caffè. Quella bevanda scura e amara le aveva dato l'impressione di una pastiglia di antibiotico che si scioglie sulla lingua.
Aveva notato in passato che sulla superficie del caffè freddo si forma uno strato cangiante, come se il liquido si modificasse. Anche stavolta lo comprovò, piccoli particolari che in certe situazioni diventano sprazzi di consuetudine.
Fra le nubi dense di fumo, cercò di scorgere figure pronosticali, o solo un aiuto alla distrazione.
Guardò il posacenere: era coperto da una coltre di catrame. Pensava ai suoi polmoni. Li sentiva affaticati, ma li trattava come entità separate dal suo corpo, come se non le riguardassero.
Scansò un lembo della tendina verde bile della finestra di cucina: il cielo era cerumeo. L'amarezza di cui si fregiava era un vizio che si concedeva, alla stregua del fumo. Forse aveva deciso di non zuccherare il caffè per formalizzare quell'amaro in bocca. Le pareva che ogni membro del suo corpo fosse talmente deluso che il cervello era la meno.
Guardò sul dizionario e controllò la voce
Amaro, agg.
1 che è di sapore contrario al dolce: amaro come il fiele; mandorla amara; caffè amaro, non zuccherato | avere la bocca amara, avere cattivo sapore in bocca; (fig.) provare una delusione; lasciare l'amaro in bocca, la bocca amara, (fig.) lasciare deluso, insoddisfatto | inghiottire un boccone amaro, (fig.) subire impotenti un torto o qualcosa di spiacevole
2 (fig.) che dà dolore o pena; spiacevole: è stata un'amara sorpresa | che rivela dolore, amarezza:prorompere in una risata amara
Lasciò perdere le definizioni a cui sentiva di non corrispondere. La sua era un'amarezza speciale, quasi annoiata. Non aveva il diritto di sentirsi così, ma la possibilità, sì.
Lei, invece di reagire, si accontentò di quella sensazione di intensa amargura, così nera e presente che avrebbe potuto conversarci.