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domenica 26 gennaio 2014

Fratelli Grimm Hardcore

Se pensavate che la vera storia di Cenerentola fosse splatter, beccatevi questa

Il ginepro

(Fiaba in antico dialetto tedesco)


Un tempo molto lontano - forse più di mille anni fa - viveva in questa terra un ricco signore che aveva una moglie giovane e gentile, ma non aveva figli anche se li desiderava con tutto il cuore.
Ginepro Ragnatela GrimmDavanti alla casa di questi signori era cresciuto un cespuglio di ginepro e proprio presso questo ginepro se ne stava un giorno d'inverno la giovane sposa e, pensierosa, si sbucciava una mela. Passò di lì un uccellino, che prese la buccia della mela per portarla ai suoi piccoli.
"Ecco, persino lui ha dei piccoli", pensò la giovane donna, "solo io no." E un velo di pianto le coprì gli occhi.
Come fu come non fu, perché era agitata o perché non ci vedeva dalle lacrime, fatto sta che la donna si fece un taglietto a un dito. Il dito sanguinò e ai piedi del ginepro cadde una goccia di sangue rosso fra la neve bianca. "Ah", disse la donna, "come mi piacerebbe avere un figlio bianco e rosso come il sangue e la neve". Dette queste parole si sentì di colpo rasserenata e se ne tornò a casa. Passò un mese e la neve cominciò a sciogliersi, ne passò un secondo e tutto divenne verde, ne passò un terzo e crebbero i fiori, e un quarto e le gemme sugli alberi si aprirono. Al quinto mese la donna si recò accanto al cespuglio di ginepro e vide delle piccole bacche verdi, che spuntavano fra gli aghi d'argento. Al sesto mese la donna si sentì balzare il cuore in petto, al settimo mese le bacche del ginepro divennero frutti maturi e la donna ne mangiò fino a saziarsi, l'ottavo mese la donna divenne triste e stanca, il nono mese chiamò il marito e gli disse: "Se morirò seppelliscimi sotto il ginepro". Detto questo si rasserenò e aspettò con gioia la nascita del figlio.
Dopo la morte della donna il marito pianse e pianse. Poi cominciò a piangere di meno e si cercò un'altra moglie.
Con la seconda moglie quest'uomo ebbe una figlia per far compagnia al giovane bianco e rosso come il sangue e la neve. Ma quando la seconda moglie guardava sua figlia, la trovava bella, buona e gentile, quando guardava il giovane provava rancore verso di lui e così finì per odiarlo.
Il ragazzo cresceva timoroso, timido e magro come un povero uccellino senza piume, mentre la sorella era allegra e robusta come una giovane ochetta.
Una volta la donna andò nella dispensa e la bambina le trotterellò dietro chiedendole una mela. La madre prese da una cesta una mela bella e rossa e la diede alla figlia. Dovete sapere che questa cesta aveva un coperchio pesante e una serratura grossa e di ferro, così che quando la bambina chiese una mela per il fratellino la donna disse: "Quando tuo fratello torna dalla scuola riceverà la sua mela", e chiuse con forza il coperchio della cesta. Il bambino tornò dalla scuola e la matrigna gli disse: "Ragazzo, vuoi una mela?". "Certo che la voglio", rispose il ragazzo, "ma perché mi guardi con tanta cattiveria, madre?" La matrigna disse: "Vai a prenderti la mela da te". Il ragazzo andò nella dispensa, con fatica sollevò il grosso coperchio della grande cesta e si sporse a prendere una mela rossa.
La matrigna dietro di lui chiuse con forza il coperchio e il colpo tagliò di netto la testa del povero ragazzo. La testa rotolò fra le mele.
La donna fu presa da una grande paura e disse fra sé e sé: "Come farò a togliermi da questo pasticcio?". Poi se ne andò nella sua stanza, prese un grande fazzoletto e con quello accomodò alla meglio la testa al corpo. Poi prese il ragazzo e lo piazzò seduto davanti alla porta di casa con la mela in mano.
Tornò la bambina e disse alla madre: "Mamma, vedo che mio fratello ha in mano una mela e non me ne vuole dare nemmeno un pezzetto".
La madre rispose:
"Chiedigliela un'altra volta e se proprio non te la dà, dagli uno schiaffo".
La bambina provò e riprovò a parlare col fratello che se ne stava seduto sulla soglia, tutto pallido, con un fazzoletto bianco al collo e una mela rossa in mano, ma inutilmente. Il ragazzo pareva di marmo. Allora la bambina gli diede un piccolo schiaffo su un'orecchia e la testa rotolò per terra.
La bambina piena di terrore corse dalla madre e la madre le disse: "Cosa hai fatto, figlia mia, hai staccato la testa a tuo fratello, ora come faremo?"
La bambina che amava molto suo fratello cominciò a piangere e non la finiva più e allora la madre le disse: "Non piangere, vedrai che sistemeremo tutto in modo che nessuno se ne accorga".
Così la madre prese il ragazzo, lo tagliò a pezzi e lo infilò in un pentolone e lo cucinò con spezie e aceto. La bambina, seduta accanto al fuoco, continuava a piangere, tanto che nella pentola non servì mettere sale, perché le lacrime, come tutti sanno, sono salate.
A sera il padre tornò a casa e si mise a tavola. Poi chiese dov'era suo figlio. La donna portò in tavola un pentolone fumante e la bambina non la finiva di piangere. Ancora il padre chiese: "Dov'è mio figlio?". Rispose la donna: "Se n'è andato da sua nonna e vi rimarrà per qualche tempo". "Che cosa è andato a fare", chiese il padre, "così nel mezzo dell'anno e senza neanche dirmi addio?"
"Gliel'ho detto anch'io", disse la donna, "ma tu lo sai, tuo figlio è uno zuccone e non mi ha voluto dare retta."
Il padre scosse il capo e ripeté: "Così senza nemmeno dirmi addio...".
Poi affondò il cucchiaio nella pentola e cominciò a mangiare. La bambina piangeva e piangeva e il padre le disse: "Non piangere, figlia, vedrai che tuo fratello tornerà", e alla moglie: "Dammene ancora di questo cibo, moglie, è il migliore che tu abbia mai cucinato".
E mangiava e mangiava la carne e le ossa le gettava sotto il tavolo, fino a che la pentola non fu vuota.
La bambina continuava a piangere, poi di nascosto andò a prendere il suo più bel fazzoletto di seta, raccolse tutte le ossa da sotto il tavolo, le avvolse ben bene e andò a deporle sotto il cespuglio di ginepro. Poi si mise di nuovo a piangere e cosa vide: il cespuglio bagnato dalle sue lacrime pareva fremere e tremare, poi aprì i suoi fitti rami e, dall'interno, uscì un uccello dalle piume colorate che cominciò a cantare un canto meraviglioso, quindi raccolse il fagotto delle ossa e se ne volò via.
Vola e vola questo uccello si appollaiò su di un tetto, proprio accanto a una finestrella dove lavorava un orafo. L'uccello guardava fisso l'orafo e cominciò a cantare uno strano canto che suonava così:
Mia madre mi ha ucciso
Mio padre mi ha mangiato
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
le ha avvolte in un fazzoletto di seta
e le ha deposte sotto il ginepro
Cio, cio, che bell'uccello sono io.
L'orafo nel suo laboratorio stava forgiando una catena d'oro, vide l'uccello che cantava sul suo tetto e il canto gli parve proprio bello, tanto che si affacciò e, ancora con il grembiule di cuoio e la catena finita in mano, così parlò all'uccello: "Ti prego, bell'uccello, il tuo canto mi ha incuriosito tanto che lo vorrei sentire ancora. Cantalo un'altra volta per me!"
"Per niente non canto niente", disse l'uccello, "canterò se mi darai la catena d'oro che hai in mano."
"Perché no", disse l'orafo, "tu canta e avrai la catena." Così l'uccello ripeté il suo canto e si prese la catena d'oro. Poi l'uccello riprese il volo e si fermò sul tetto della casa del calzolaio e cantò:
Mia madre mi ha ucciso
Mio padre mi ha mangiato
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
le ha avvolte in un fazzoletto di seta
e le ha deposte sotto il ginepro
Cio, cio, che bell'uccello sono io.
Quando il calzolaio lo udì, uscì in strada in maniche di camicia e si mise a guardare sul tetto facendosi ombra con la mano per non essere abbacinato dal sole.
"Uccello", disse, "canti così bene che voglio che anche mia moglie ti senta. Ti prego, ripeti il tuo canto e io la chiamerò."
E non chiamò solo la moglie, ma anche suo figlio e sua figlia, i lavoranti e i garzoni e la serva di casa; tutti a vedere quell'uccello con la catena d'oro che cantava così bene.
"Uccello meraviglioso", disse il calzolaio, "ora ho tutta la mia gente qui con me ad ammirarti, ti prego canta ancora la tua strana canzone."
"No", disse l'uccello dalla catena d'oro, "per niente non canto niente. Dammi qualche cosa e io canterò."
Allora il calzolaio mandò la moglie all'interno della bottega e questa uscì con un paio di scarpe rosse appena terminate. Il calzolaio le fece vedere all'uccello che fece un cenno col capo e poi cantò:
Mia madre mi ha ucciso
Mio padre mi ha mangiato
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
le ha avvolte in un fazzoletto di seta
e le ha deposte sotto il ginepro
Cio, cio, che bell'uccello sono io.
Quando ebbe finito di cantare volò via.
La catena d'oro l'aveva nella zampa destra, le scarpe nella sinistra e così volò al mulino e il mulino macinava, clip, clap, clip, clap.
Davanti alla grande ruota del mulino stavano dei garzoni a riempire i sacchi: huch, huch, faceva la ventola, huch, huch. Allora l'uccello cominciò a cantare e a ogni verso uno dei garzoni si fermava ad ascoltare le parole della canzone.
Mia madre mi ha ucciso
e uno smise di lavorare
Mio padre mi ha mangiato
e altri due smisero e l'ascoltarono,
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
altri quattro smisero di lavorare,
le ha avvolte in un fazzoletto di seta
otto battevano ancora,
e le ha deposte
ancora cinque,
sotto il ginepro
e ancora uno,
cio cio che bell'uccello sono io.
Quando il sesto verso fu terminato, l'ultimo garzone disse: "Ti prego, bell'uccello dalla catena d'oro e dalle scarpette rosse, ti prego di ripetere il tuo canto perché io non l'ho sentito".
Ma l'uccello rispose: "Per niente io non faccio niente. Canterò se voi mi regalerete una macina da mulino".
I sei garzoni erano ben contenti di dargli la macina e così di riposare tutto il giorno e sollevarono la grande pietra. L'uccello cantò, poi infilò la testa nel buco della pietra e, con meraviglia di tutti, catena d'oro nella zampa sinistra, scarpe rosse nella zampa destra e macina attorno al collo, se ne volò via verso la casa di suo padre. Il padre sedeva nella stube e vicino a lui c'erano la matrigna e la sorellina.
E il padre disse: "Oggi finalmente mi sento meglio. È come se mi si alleggerisse il cuore".
"Che strano", diceva la madre, "a me pare di avere il cuore pesante come la macina di un mulino."
La sorellina invece se ne stava fra i due e piangeva, piangeva.
Il padre continuò: "Davvero, mi nasce dentro una gioia ed un'attesa come se improvvisamente dovessi rivedere un vecchio amico".
"Per carità, che idee", diceva la moglie, "io trovo che sia tanto freddo e buio come quando si annuncia il temporale."
E la sorellina continuava a piangere, come d'altro canto aveva continuato a fare da quando non c'era più il fratello.
Allora l'uccello che era seduto sul tetto della casa cominciò a cantare:
Mia madre mi ha ucciso
Allora la madre si tappò le orecchie e si mise le mani sugli occhi come fa chi non vuole più né vedere né sentire, ma la voce le pareva un tuono nelle orecchie e dietro il velo delle mani, gli occhi bruciavano come colpiti dal fulmine.
Mio padre mi ha mangiato
Continuava l'uccello e il padre disse: "Guarda, mamma, che bell'uccello c'è sul cornicione del nostro tetto, il sole brilla così alto che pare estate".
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
Allora la bambina si prese la testa fra le braccia, la posò in grembo a suo padre e piangeva sempre più forte.
Ma il padre disse: "Perché piangi, bambina, vieni con me fuori all'aperto a rimirare quell'uccello che canta così bene".
La madre non voleva, ma il padre uscì lo stesso e l'uccello cantava:
Le ha avvolte in un fazzoletto di seta
Le ha deposte sotto il ginepro
Cio, cio, che bell'uccello sono io.
E l'uccello lasciò cadere la catena d'oro che aveva nella zampa sinistra e la catena cadde proprio attorno al collo dell'uomo e sembrava proprio forgiata per lui.
Allora il padre rientrò in casa e disse: "Guarda che uccello buono e meraviglioso è questo mai. Non vedi, mi ha donato una catena d'oro che mi sta così bene".
Ma la donna era talmente terrorizzata che le cadde la cuffia dalla testa e la dentiera dalla bocca.
Mia madre mi ha ucciso
"Ah, se fossi cento metri sotto terra", diceva la donna.
Mio padre mi ha mangiato
E la donna cadde a terra come morta.
Mia sorella ha raccolto le mie ossa
Allora la sorella disse: "Voglio uscire anch'io e vedere se anche a me l'uccello regala qualche cosa" e uscì.
le ha avvolte in un fazzoletto di seta
E l'uccello gettò ai piedi della sorella il bel paio di scarpe rosse.
Le ha deposte sotto il ginepro.
Cio, cio, che bell'uccello sono io.
La bambina si calzò le belle scarpette rosse e tutta felice entrò in casa danzando. "Non capisco", diceva, "ero così triste e disperata e ora con queste scarpette rosse mi sento di nuovo felice. Perché non esci anche tu, madre, a vedere se anche per te l'uccello ha qualche cosa?"
"No", gridava la donna, e correva qua e là per la casa come se alla sua veste si fosse appiccato il fuoco. Poi di colpo uscì gridando: "Meglio così che l'inferno di questa vita". Ma appena fu fuori dalla porta l'uccello lasciò cadere la pesante macina, proprio sul capo della donna.
La donna fece un solo grido e poi morì.
Allora padre e sorella uscirono di corsa di casa e cosa videro?
Videro solo fuoco e fiamme e vapori e il ginepro che scuoteva i suoi rami d'argento e dal ginepro uscì il fratellino che prese padre e sorella per mano e rientrò in casa.
I tre sedettero al tavolo, si fecero il segno della croce e mangiarono.

FINE




Tutta la creepità della storia è racchiusa anche in questa animazione (molto ben fatta) della favola.

sabato 1 giugno 2013

È stato un abbaglio

Anche oggi mi sono detta Diamo uno sguardo sulle novità del TFA di quest'anno (per chi non lo sapesse: Tirocinio Formativo Attivo, ossia uno stage a pagamento - sui 3000€ - che ti permette, previe prove di accesso assurde e discutibili, di ottenere l'abilitazione all'insegnamento e quindi l'accesso al prossimo concorso per entrare a scuola di ruolo, chissà in quale secolo). Erano cominciate a girare voci sul fatto che anche per il 2013-2014 avessero messo in moto il carrozzone spennapartecipanti pronti a sottoporsi a una scrematura arbitraria che richiedesse competenze diverse da quelle che un docente dovrebbe poi avere in classe.     Insomma, prima sembrava che ci si potesse iscrivere fino al 4 giugno, poi avevo letto di una proroga al 15 (ringraziando per il largo anticipo con cui avrei potuto ripassare tutta la letteratura francese dall'uomo della pietra a quello che si spara in cattedrale perché contro i matrimoni gay). Indi ho cercato sul sito del MIUR dove fossero queste fantomatiche iscrizioni online, poi sono andata sul sito dell'Università dove intendevo sottopormi alle prove del caso, una delegazione ha chiesto infine di persona in segreteria se fossero aperte le iscrizioni del TFA e non ne sapevano nulla. Il niente!
Con una certa pignoleria, ho capito oggi che il TFA quest'anno non è "ordinario" come l'anno scorso, ma è "speciale":
Per coloro che, invece, non hanno superato le prove di accesso nel TFA ordinario, o non hanno ritenuto opportuno parteciparvi, ma che hanno insegnato nell’ambito disciplinare prescelto per almeno 180 giorni consecutivi, senza interruzione e che hanno maturato ulteriori due anni consecutivi anche in ambiti disciplinari diversi, potranno utilizzare il canale del TFA speciale. Quest’ultimo a differenza del primo è composto da 41 CFU anziché 60 e non prevede il tirocinio diretto nelle scuole. (fonte: http://www.tirocinioformativattivo.it/1/news_2556511.html)
Per cui io ho perso il treno, e secondo me posso anche considerare che hanno messo la bomba alla stazione.
Ma dico io: ma ci vuole tanto a dire Ragazzi, ci dispiace: per i prossimi 20 o 30 anni assorbiremo i 185.000 precari della scuola, per cui se vi va di aspettare e andare a lavorare nei campi nel frattempo bene, altrimenti ciao.
Che ci vorrebbe ad assorbire man mano tutti 'sti cristi che hanno pure l'esperienza per fare questo lavoro e si trovano anche a lottare con i nuovi arrivati? Non si possono creare eserciti di frustrati senza certezze, lo Stato dovrebbe dare a un insegnante il più possibile le condizioni di mantenere un equilibrio psichico, perché ne dipende né più né meno il futuro della nazione. Assorbite tutti, lo sai come sarebbero contenti, poi quando avete finito la gente in fila, fate un cacchio di concorso all'anno per assumere il personale che sostituisce i docenti che vanno in pensione, pratica del tutto ordinaria altrove nel mondo.
Come al solito, in Italia è preferibile alzare polveroni, lasciare tutto il più nebuloso possibile, almeno non si vedono le manovre dietro. Ma mica siamo tutti scemi. Solo che, in questo paese, anche le persone più intelligenti hanno bisogno di rimanere illuse.

sabato 10 dicembre 2011

Loop

Umberto Tozzi

È grave, è gravissimo, non riesco a togliermi dal capo Ti amo di Umberto Tozzi, c'ho provato con Radio Nostalgie ma era a tratti sulla stessa lunghezza d'onda, allora ho messo la musica classica per fare da antidoto ma niente e ora mi tocca scrivere un post. Mi s'è piantata nel cervello perché l'ho "dovuta" far cantare in classe e per l'occasione l'ho accompagnata di Pappalardo e Al Bano e Romina per discutere un po' del dubbio gusto di questi pezzi e sul perché possano piacere a qualcuno. Ma questo è successo l'ultima volta venerdì pomeriggio e da allora appena c'è silenzio partono quelle minchia di note
Poi giuro che archivio l'argomento.
Volevo solo dire che alla frase "Apri la porta a un guerriero di carta igienica" si percepiva un più che sottile sgomento fra i banchi. D'altronde non è la sola fragilità ad essere evocata. I ragazzi sono arrivati da soli al punto

E poi punto.
.

Il n'y a point de point initial alors pourquoi un point final

domenica 13 novembre 2011

Chissà il mi' babbo

Di riflesso mi viene da dire che Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace non essere a casa mia adesso per fare una gran magnata e una gran brindata in onore di questo momento, per noi storico. E che invece mi trovi in questo appartamento a finire il sidro aperto e a leggere articoli di giornale (immagine ironicamente e iperbolicamente degradante), senza poter condividere davvero la cosa con un gruppo di connazionali.
Ma poi penso: possibile che si debba aver voglia di festeggiare? La cosa incredibile, in fin dei conti, è pensare che queste dimissioni siano un fatto straordinario, che rasenta il miracolo. La cosa mi fa incazzare non poco. Ma quale miracolo. Pensarlo ci dichiara caduti nella trappola, pensarlo è il trionfo della cazzata.
Quante serate col mi' babbo passate a parlare del berlusconismo in tutte le sue sfaccettature.  I discorsi partivano con i difetti della gente (sempre mi ha sconsigliato di fidarmi delle persone che sembrano perfette) e sfociavano sempre nei sostenitori di Sirvio. Mi chiedo se in questo momento si stia sentendo più felice o più abbattuto, nelle telefonate serali con casa lui rimane sempre una voce fuori campo, e se me lo passano mi fa venire il nervoso perché al telefono inizia le frasi con "E niente"
Stasera me lo faccio passare.

Piacere di stare insieme solo per criticare
Ed era come un mal d'Africa

giovedì 4 agosto 2011

L'incredibile storia di uno che non conoscevo

Vedi bellino lui
"Evariste Galois morì a ventunanni e fu uno dei maggiori matematici dell'epoca moderna. Probabilmente visse disperato. Quando tentò di entrare nell'isola dei beati, l'Ecole Polytechnique (il sogno per un ragazzino preso dai numeri e dal gioco delle equazioni), fu respinto per ben due volte - pare perché i professori che lo esaminavano non riuscivano a capirlo. Qualcuno dice che fosse il suo stesso entusiasmo a confonderlo: smarriva la chiarezza dell'eloquio. Sta di fatto che dopo essersi piegato alla minore Ecole Normale (uno smacco per Evariste) fu preso dagli astratti furori della rivoluzione (ed era il 1830, la cacciata di Carlo X, la Repubblica, l'arrivo proditorio di Luigi Filippo). Ne venne quello che sempre accade alle anime sublimi: pagò anche per gli altri. Venne cacciato dalla scuola perché, repubblicano, si era preso l'impudenza di attaccare il Direttore dell'Ecole Normale - lui sì troppo burocrate e prudente, se non vile dinanzi agli eventi del tempo. Evariste fu arrestato due volte per motivi politici. Passò in carcere il maggior tempo dell'ultimo anno e mezzo di vita.
Ritratto di Poisson all'età di 42 anni
Nel 1829, a diciottanni, presenta all'Académie des Sciences un doppio lavoro sulla risolubilità delle equazioni. Ma Cauchy, altro esimio matematico, chissà come lo perse. Un anno dopo, sempre per l'Académie, Evariste riscrive tutto, con destinatario questa volta il segretario Fourier, che però da lì a poco muore. Anche questo lavoro andrà smarrito. Sembra un charma [sic], una fattura che non recede. Nel '31 (e siamo ormai alla fine), su suggerimento dello stesso Poisson, che è relatore all'Académie, propone una nuova sintesi, Sur les conditions de résolubilité des équations par radicaux. Ma com'è il mondo e cosa non fanno gli amici! Poisson gli risponde piccato che lo studio è incomprensibile e che va rifatto: insomma, che lui non intende impegnarsi come si dice in questi casi con macabra gentilezza. Galois, per quasi tutto il '32 è in carcere. Un fallito, un sognatore; forse un disadattato. Alla fine esce. Poi, per le solite ottocentesche questioni di onore e di operetta, di guanti sfoderati e subito calzati con uno strappo nella nebbia torva dell'aurora, si ritrova coinvolto in un duello da cui (e lo sa bene) non potrà salvarsi. Quel 28 maggio deve essere stato un giorno ghiacciato, un'ora demente e paralitica, così come vuole il copione. Evariste, il sognatore dell'algebra moderna, verrà ferito gravemente. Due giorni dopo, il 31 maggio 1832, muore.
[…] Galois è un condannato. Percepisce la clessidra, il soffio dei grani che cadono. Scrive, annota, prende appena può le scorciatoie: deve sbrigarsi. Con un inchiostro trasparente ma indelebile stringe sotto le sillabe, lungo i fili delle x o di un geroglifico di radici quadrate, qualcosa che urla come un gabbiano smarrito - e che ovunque è l'identità della giovinezza al morire. Nella trasparenza del blu di Prussia, quasi fosse un ultimo sogno vangoghiano, scorre alla fine latente quella frase minuta e penosa (un soffio di respiro calmo nell'orecchio) "non ho tempo, non ho più tempo per questi calcoli… ma, credetemi, è tutto vero"."


Tratto e scritto con estrema enfasi da Arnaldo Colasanti ne L'ultima notte della vita

giovedì 23 giugno 2011

Uns tomam éter, outros cocaína. / Eu já tomei tristeza, hoje tomo alegria.

Tarsila do Amaral
Sto sempre lì a scassare le balle co sta Francia, Francia, Francia, cambiamo continente e andiamo in América do Sul. Vive la France e vive Breton e vive chi cazzo vi pare, ma c'è da dire che anche il Brasile ha avuto i suoi prodi avanguardisti, dai cognomi uguali senz'esser parenti Oswald, Mário, Drummond de Andrade, e dalle idee ironiche - notevole il Manifesto Antropófago, adoro (si auspica un superamento della società occidentale mediante il cannibalismo della stessa, riferendosi ad alcune tribù indigene che lo praticavano per assumere le virtù del nemico o di defunti membri preminenti della comunità. A seguire, la conseguente digestione per il raggiungimento di un nuovo prodotto). Per i miei colleghi di portoghese questa è roba trita e ritrita, ma tant'è che ci devo fare un altro esame. Assicuro che c'è gente che non ne ha mai sentito parlare. Mi son detta scriviamoci due cose, oltre che parlarne nei corridoj. 
Insomma, l'avanguardia non è tutta Antropofagia e Pau-Brasil (poesia di esportazione. Ironicamente il pau-brasil, legno rossastro con cui si costruivano le navi, è il primo prodotto che i portoghesi si sono accaparrati e che ha dato pure il nome al paese), le sperimentazioni sono varie, così come le persone e i movimenti. 
Soprattutto un fatto mi ha fatto dispiacere, nel libro di quella biblioteca sudaticcia fra i titoli di coda c'era il povero Manuel Bandeira, con questo cognomino bandierina che a quanto m'è sembrato di capire era pure tisico, malaticcio (tisico tisico I wanna get tisico), che secondo me non ha sfondato perché per primo sentiva addosso un grave complesso di inferiorità. E invece ghighi, m'è venuto subito da segnarmi le sue poesie. In nome dell'associazione "Salviamo Manuel Bandeira da quei capitoletti tipo Altra gente di cui ci importa poco per questo messa tutta insieme in quest'ultimo capitoletto" propongo la sua Pneumotórax, con traduzione [mia].

Manuel Bandeira
Febre, hemoptise, dispnéia e suores noturnos.
A vida inteira que podia ter sido e que não foi.
Tosse, tosse, tosse.

Mandou chamar o médico:
- Diga trinta e três.
- Trinta e três... trinta e três... trinta e três...
- Respire.

- O senhor tem uma escavação no pulmão esquerdo e o pulmão direito infiltrado.
- Então, doutor, não é possível tentar o pneumotórax?
- Não. A única coisa a fazer é tocar um tango argentino.

[Febbre, emottisi, dispnea e sudori notturni. / Un'intera vita che avrebbe potuto essere e che non fu. / Tosse, tosse, tosse. / Fu chiamato il medico: / - Dica trentatré. / - Trentatré... trentatré... trentatré... / - Respiri. / - Lei ha una caverna nel polmone sinistro e il polmone destro infiltrato. / - Allora, dottore, non si può tentare il pneumotorace? / - No. L'unica cosa da fare è suonare un tango argentino.]


mercoledì 8 giugno 2011

Méditerranée

Mi è stato chiesto di tornare a scrivere, e torno a scrivere scrivendo del fatto che mi sia stato chiesto di tornare a scrivere. Quante bozze ho da parte, ma mi accorgo sempre che sono cose che in realtà non voglio pubblicare perché sarebbe un controsenso, parole che scrivo per me e basta (se già tutto ciò che schiaffo qui non fosse abbastanza autoreferenziale). Questo blog non è mai stato a proposito della mia vita intesa come fatti appartenenti al mondo quantificabile, anche perché la vita quantificabile mi ha sempre messo un po' di ansia... ma in definitiva nei momenti frenetici e di schematizzazione, organizzazione (e successo), rinsavisco sempre un po'. Ho assisito alla rinascita dell'umore, in qualche senso sono evoluta ringiovanendo.
Per ora... dico che le cose vanno per il verso giusto, poi tornerà la bonaccia, un giorno.

La Camarde qui ne m'a jamais pardonné d'avoir semé des fleurs dans les trous de son nez me poursuit d'un zèle imbécile...


Pauvres rois pharaons, pauvre Napoléon, pauvres grands disparus gisant au Panthéon, pauvres cendres de conséquence... Vous envierez un peu l'éternel estivant qui fait du pédalo sur la vague en rêvant, qui passe sa mort en vacances.
(Georges Brassens, Supplique pour être interré à la plage de Sète, 1966 )

sabato 21 maggio 2011

Di chi sto parlando? *

Vanno 
vengono 
ogni tanto si fermano 
e quando si fermano 
sono neri come il corvo 
sembra che ti guardano con malocchio 

Certe volte sono bianchi [come mozzarelle]
e corrono 
e prendono la forma dell’airone 
o della pecora 
o di qualche altra bestia 
ma questo lo vedono meglio i bambini [che si portano appresso]
che giocano a corrergli dietro per tanti metri 

Certe volte ti avvisano con rumore 
prima di arrivare [vociando da in fondo alla piazza]
e la terra si trema 
e gli animali si stanno zitti 
certe volte ti avvisano con rumore 

Vanno 
vengono 
ritornano 
e magari si fermano tanti giorni 
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più 
il posto dove stai 

Vanno 
vengono 
per uno vero
mille sono finti [che in realtà glimportanasega.]
e si mettono lì tra noi e il cielo 
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia. [Almeno si levano di 'ulo!]





* dei turisti. 
È incredibile quanto questo testo, con i dovuti accorgimenti del cambiamento di genere, si adatti perfettamente ai miei sentimenti verso la categoria.

mercoledì 11 maggio 2011

Vedo la gente zitta

Non sono capace di intrattenere conversazioni di circostanza. Guardo gli altri e mi sembra sempre che sguazzino nel mare della banalità con un agio invidiabile. Come fanno? In fondo è un pregio saper stare in maniera distaccata con qualcuno senza sentirsi in colpa né dire cose inopportune. Per questo odio andare a trovare e ricevere parenti, perché sono forzata ad intrattenere conversazioni di circostanza. Sarà stato a lungo andare il lavoro al pubblico, che mi obbliga a parlare con le persone in maniera esclusivamente professionale e mi dà troppo tempo per pensare, che mi ha tolto nella vita privata la voglia di fare questo tipo di scambi verbali.
Ho provato profondo imbarazzo dalla parrucchiera stamani, il salone (la saletta) era vuota e io non ero capace di intrattenere una conversazione frivola, perché di base non me ne fregava un cazzo di parlare a caso. Che poi non era manco imbarazzo: ormai stare in silenzio coi semisconosciuti non mi imbarazza manco più di tanto, ho sviluppato una tecnica infallibile del distaccamento dell'anima dal corpo. Ho provato imbarazzo per me stessa, non per il silenzio in sé, perché non riuscivo a dire due stronzate in tranquillità. Più che altro mi metto a pensare al fatto che le cose di cui si dovrebbe parlare non mi interessano minimamente, proprio nell'istante esatto in cui dovrei dirle e quelle niente, alla fine mando a quel paese le mie stesse parole. Mi è anche capitato in casi di silenzi imbarazzanti di tirare in ballo come argomento il fatto che il silenzio fra due che non si conoscono potrebbe essere imbarazzante, ho provato ad avanzare l'ipotesi che se ne potrebbero analizzare le cause. 
Ho tentato con grandi inciampature mentre quella aveva le forbici dalla parte del manico a tirar là due battute che non sforassero il superficiale, perché non è che ti metti a parlare di silenzi con la parrucchiera. Il lavoro, la sciatica, l'allergia. Non vedevo l'ora che finisse. Sarà un periodo? Sarà 'sto bbuco de l'azzoto. (cit.)
"Con tutte queste dingate e fatti varii, non sono più capace di avere rapporti normali con la gente" cit. immagine immaginaria di film non girato
Non sono più in grado di usare un lessico diffuso, e se conosco qualcuno di nuovo penso continuamente a come non farmi scoprire, devo sembrare un po' artificiale, o forse solo un po' scema
Poi abbasso la guardia e la gente ha due opzioni: o viene contagiata dal mio linguaggio, o pensa che so' scema del tutto.

giovedì 24 marzo 2011

Non ce la faccio più

Non ce la faccio più a passare le mie giornate a pensare a cazzate, ma è un riflesso incondizionato. 
Purtroppo ho una serie di buoni propositi anche se è un giovedì di marzo.
Fra questi troviamo: 
Pensare il verosimile
Riequilibrare il ritmo sonno-veglia
Trovare l'antidoto per il mio dente avvelenato
Godermi le giornate di sole
Studiare Hugo e Michel Foucault
Sopportare certe dinamiche
Non prendere tutto sul piano personale
Abbinare i calzini alla maglietta (a volte non succede)
Imparare nuovi indovinelli
Installare il backgammon nel computer
Smettere di credere nell'astrologia
Avere pazienza, più pazienza di quanta ne abbia già
Fare come un eremita che rinuncia a sé

venerdì 4 marzo 2011

Contrappasso


Quanti personaggi del genere esistono in Italia e nel mondo?
Credo che non ci sia modo di debellarli, farli ragionare è impossibile altrimenti lo avrebbero già fatto, e con la violenza si agirebbe usando i loro stessi mezzi.
Allora penso che l'unica rivincita sia lo smacco personale.
Renaud lo scrive in questa canzone, in cui si parla di una donna fascista, e a cui augura di generare un figlio che le possa dare una lezione.

RENAUD 
ELLE EST FACHO



Elle revient d'la Fête de l'Huma
Torna dalla Fête de l'Humanité [potrebbe essere un corrispettivo della nostrana festa dell'Unità]
Elle est contente elle a vu Johnny
È contenta, ha visto Johnny [Hallyday, cantante amico di Sarkozy]
Elle a rôdé de çi de là
Ha girellato qua e là
Dans tous les stands du Parti
Per tutti gli stand del Partito
Les posters du Che Guevara
Di poster del Che Guevara
L'en a seu sa dose aujourd'hui
Oggi ne ha avuto la sua dose
Faut dire qu'elle serait plutôt
C'è da dire che lei piuttosto starebbe
De l'autre côté du drapeau
Dall'altra parte della bandiera
Plus CIA que KGB
Più CIA che KGB
Et plus Pinochet qu'Allende
E più Pinochet che Allende
Faut dire qu'elle est con comme un veau
C'è da dire che è una gran cogliona
Elle est facho
Lei è fascista

Eh ouais, les fêtes populaires
Eh già, le feste popolari
Après tout c'est pour tout le monde
Dopo tutto sono per tutti quanti
C'est pas écrit sur son imper
Non ce l'ha scritto sull'impermeabile
Qu'elle adore la bébête immonde
Che tanto le piacciono gli immondi balordi
Vaut mieux car dans cet univers
Meglio così, che in quell'universo
Elle pourrait bien se faire tondre
Potrebbe anche benissimo farsi rapare a zero

Ce s'rait dommage car sa crinière
Sarebbe un peccato perché della sua criniera
De cheveux blonds elle en est fière
Di capelli biondi ne va fiera
Aryenne jusqu'au fonds des yeux
Ariana fino al midollo
Ça détonne dans sa banlieue
Stona nella sua periferia
Elle aime aussi sa blanche peau
Le piace anche la sua pelle bianca
Elle est facho
Lei è fascista

Elle voit partout des Bolcheviques
Vede dappertutto Bolscevichi
Elle imagine des complots
Immagina complotti
Contre l'ordre, contre les flics
Contro l'ordine, contro i poliziotti
Contre l'église et le drapeau
Contro la chiesa e la bandiera
Elle voue une haine chronique
Giura un odio cronico
À la télé et aux journaux
Alla televisione e ai giornali
Elle conchie les politiques
Smerda i politici
Les jeunes qui vont à vau-l'eau
I giovani che vanno a rotoli
Et les mœurs pas très catholiques
E i costumi poco cattolici
El les pédés et les bicots
E i finocchi e i magrebini
Elle rêve d'un ordre nouveau
Sogna un ordine nuovo
Elle est facho
Lei è fascista

Elle a surtout la nostalgie
Ha soprattutto nostalgia
Et du sabre et du goupillon
Sia dell'esercito che della chiesa
De la Nation de la Patrie
Della Nazione, della Patria
Débarrassée d'l'immigration
Sgombra dall'immigrazione
'Dit qu' l'ancien temps était béni
Dice che i vecchi tempi eran benedetti
Comme disent la plupart des cons
Come dice la maggioranza dei coglioni
Regrette le temps des colonies
Rimpiange il tempo delle colonie
D'la peine de mort légalisée
Della pena di morte legalizzata
De l'avortement interdit
Dell'aborto proibito
Et maudit les jeunes filles voilées
E maledice le ragazze col velo
Et elle lit National Hebdo
E legge National Hebdo [il settimanale ufficioso del Front National, quello di Le Pen, per intenderci]
Elle est facho
Lei è fascista

J'lui souhaite qu'un jour si elle a un môme
Le auguro che un giorno se avrà un marmocchio
Il s'retrouve à dix-huit balais
Si ritrovi a diciott'anni
Pleins d'éducations et d'diplômes
Pieno di educazione e diplomi
D'idées rebelles, d'humanité
Di idee ribelli, di umanità
Et qu'il lui dise tes vieux discours
E che le dica i tuoi vecchi discorsi
Manquent singulièr'ment d'amour
Mancano d'amore in modo eccezionale

Qu'il rajoute à la triste dame
Che rincari la dose alla triste signora
Reste donc le nez dans ta merde
Sai che c'è? Resta nella tua merda
J'suis amoureux d'une musulmane
Sono innamorato di una musulmana
J'vote écolo et j'fume de l'herbe
Voto Verdi e fumo l'erba

Espérons qu'ça lui f'ra la peau
Speriamo che questo le faccia la pelle
À la facho
Alla fascista

Espérons qu'ça lui f'ra la peau
Speriamo che questo le faccia la pelle
À la facho
Alla fascista
Qui vote Sarko.
Che vota Sarkozy.