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lunedì 20 dicembre 2010

Edizione straordinaria

La pensione dà alla testa: chissà se potrò mai accedere a tale euforia.
Questa mattina, per la prima volta nella mia vita, ho sentito mio padre cantare. 
E cantava Il caffè della Beppina non si beve alla mattina.

venerdì 16 luglio 2010

Un pezzo del bel mezzo del dì

[…] Aprii gli occhi non fu propriamente un risveglio, piuttosto resuscitare in seguito ad uno svenimento, quando il mondo ridiventa nitido dopo uno stato di catalessi. 
{…}Sai no, sei mai svenuto tu. C'è differenza fra perdere i sensi e addormentarsi. Si capisce al risveglio, non nel momento in cui si cade in trance. A parte ovviamente il luogo dove questo accade, ma in fondo non ci si addormenta sempre a letto. 
Il sonno permette l'equilibrio con la veglia, di solito si aprono gli occhi e si vive bene, dopo un caffè torna tutto a posto. Se non fosse per qualche notte agitata. Quando si sviene invece ci si rialza tremanti e si pensa che il momento del bujo sia arrivato così improvvisamente che se si morisse sarebbe uguale. Poi il tuo corpo {…}
Quel che si sa è che i dirimpettaj mi conoscono a memoria, e che […]

martedì 10 novembre 2009

Poesia del mattino scritta la sera / Poesia della sera scritta al mattino

Ô Sole, sorgi!
Tu che pai tanto lontano
Portaci calore e caffettiere!
Apriamo la tapparella al Mattino
Non neghiamo il citofono al postino
Guardiamoci allo specchio:
Diamoci un ritocchino!
[Ora che ci penso ho finito i biscotti.]



Mattino sei giunto con i tuoi nuvoloni
Com'è banale questa luce!
La fierezza delle lampadine già è caduta
Ô Sole, tramonta!
Rincaseremo ancora
E ci riapproprieremo della nostra identità:
La tuta.

giovedì 14 maggio 2009

A grande richiesta torna "Frugando nelle mattinate invernali"

La paura di guardare le fece premere il tasto rosso, l’unico tasto rosso del suo Nokia di cui non conosceva il modello; l’adrenalina salì: era la sola maniera per sapere l’ora in quella stanza della casa. E aspettava che lo schermo si accendesse come se aspettasse un responso. Erano le nove e cinquantotto, in fondo sarebbe dovuta essere ad almeno cinque chilometri dal letto fra due minuti, pensava fosse più tardi, pensava che l’orario di apertura fosse già passato. Si ritrovò in piedi, con lo scatto felino di un leone sedato, non si mise il reggiseno perché tanto il maglione era abbastanza grande da permettere omissioni, si gettò al piano di sotto dove afferrò l’indispensabile: il computer e una sigaretta. Alle dieci e zerosette era riuscita già a parcheggiare e si dirigeva a grandi falcate, evitando le porcherie che avevano lasciato i piccioni, verso il centro del paese. Stava cercando di dare un’immagine sveglia di sé, e si testava con i passanti che la ignoravano allegramente, anche loro con l’aria ingenua di paesani che svolgono commissioni, un po’ come lei, e già il pensiero di dover fare uno sforzo denotava che sveglia non lo era per niente. In macchina aveva inutilmente provato ad aggiustarsi i capelli, ma erano ormai un caso perso, e se non la avesse smessa di stropicciarsi gli occhi avrebbe fatto un volo nel burrone.
Erano le dieci e dodici: solo la vigilessa da lontano le fece segno; per fortuna nessun pubblico era là ad assistere al suo clamoroso ritardo dalle palpebre appiccicose. Era stata un sogno l’immagine di tutti gli impiegati comunali che la aspettavano a braccia conserte chiedendo spiegazioni? Si era già preparata qualche scusa da rifilare; però subito si accorse che in realtà nessuno aveva dato peso a quel quarto d’ora soperchio. Meccanicamente mise le chiavi in tutte le toppe del caso, aprì quel benedetto museo che l’aveva strappata alle coperte e si mise a sedere, ancora guardandosi intorno, o credendo di guardare. Una coppia era già arrivata, anzi un trio, coppia con passeggino. I due avevano quella cordialità giudiziosa e giudicante della gente del nord. Il bambino non ancora. Sicuramente era la nebbia nella sua testa che le modulava le sensazioni. Quando se ne sarebbero andati? Lei continuava a guardare le telecamere delle sale, ancora foto.

I suoi pensieri mattutini non erano mai troppo complessi. Le sue giornate si svolgevano di solito come l’arco di una vita. Al mattino, aveva un’infantile inesperienza, faceva o trasgrediva senza motivo ciò che le aveva insegnato la mamma, si lavava e mangiava, se ne aveva il tempo, si faceva domande ma sentiva che non aveva la capacità mentale per dar loro una risposta e avrebbe dovuto chiedere ai grandi; nel pomeriggio o comunque verso l’ora di pranzo aveva l’atteggiamento godereccio e scherzoso dell’adolescente, ma poi, per un nonnulla si oscurava e aveva voglia solo di sparire. La sera, età adulta: in realtà aveva pensato a questi paragoni ma dire che la sera era età adulta era la conseguenza di una post-adolescenza e non di un’esperienza vera e propria, ad ogni modo, la sera era il momento in cui davvero sentiva che i suoi pensieri avevano finalmente un filo logico, aveva tutto il vigore della tanto attesa assenza di sonno e di una lucidità mentale che le davano il massimo della potenza durante tutto l’arco della giornata.
Lei era una persona a cui non piaceva l’idea di invecchiare. Andava infatti a letto tardissimo, impegni permettendo, e una volta lì, al capezzale, ripensava alla sua vita e si struggeva di rimpianti. Pensava all’aldilà, pensava all’aldiquà e credo che l’omino del sonno, o chi di lui ne fa le veci, andasse a dargli una botta in testa per addormentarla: sennò non l’avrebbe smessa. Sono le undici e mezza.
Anche in quel preciso momento in cui stava scrivendo imitando la Signora Fletcher che in realtà non aveva mai seguito in televisione, o sentendosi proprio come una scrittrice di best-sellers alla faccia di tutti gli zotici che passavano, continue interruzioni esterne: driin, vecchietta il mio parroco è bravissimo se non si va alla messa si diventa arabi, si diventa gentaccia, posso fare una fotocopia? Buongiorno, buongiorno, ciao, arrivederci, non lo so chieda su.
Aveva lasciato le sigarette a casa. Come ne avrebbe fumata volentieri una; ormai mancava solo quasi un’ora per poter dire di aver completato metà della sua giornata “lavorativa”; quello di cui aveva più bisogno era un po’ di lucidità, e tanta caffeina. La linea dei suoi pensieri stava andando su un binario morto, e non ci poteva credere che quella sera stessa avrebbe organizzato una cena. Tornando al paragone della giornata e la vita, era come se, a sette anni le avessero detto “Ma lo sai che da grande aprirai una catena di ristoranti?” e siccome quando era bambina credeva che non avrebbe raggiunto la maggiore età e soprattutto sapeva cosa fossero i ristoranti ma non pensava si potessero incatenare fra loro, non ce la faceva allo stesso modo a credere di essere in grado di preparare tutto e di ricevere degli ospiti: in quel momento era troppo fiacca.
La mattina non aveva voglia di cantare, eppure era nata per vivere in un musical. Stare nel suo paese natale le metteva addosso una dose massiccia di gravità e luoghi comuni a cui non credeva, non smentiva le persone che incontrava per la pigrizia di contraddirle sapendo che non sarebbero arrivati a nessuna conclusione; atteggiamento, il suo, da pallone gonfiato, da artista egocentrico che non è capace di scrivere un trattato abbastanza ragionato.
Valutava la sua intelligenza per la quantità dei suoi pensieri, in fondo il Surrealismo di cui le avevano detto averci capito poco l’aveva in parte influenzata sulla scelta e la valutazione del suo prodotto mentale; era quella una maniera, una scusa, per non darsi della stupida?
Anche adesso, nonostante l’idea geniale di raccontare la mattinata in terza persona con figure retoriche poco raffinate, sentiva che avrebbe lasciato il racconto a metà

mercoledì 22 aprile 2009

Amargura

Buttò giù d'un fiato una tazzina di caffè amaro, ormai freddo. Due volte schifoso.
Si accese una sigaretta cercando di coprire immediatamente con uno più disgustoso il sapore del caffè. Quella bevanda scura e amara le aveva dato l'impressione di una pastiglia di antibiotico che si scioglie sulla lingua.
Aveva notato in passato che sulla superficie del caffè freddo si forma uno strato cangiante, come se il liquido si modificasse. Anche stavolta lo comprovò, piccoli particolari che in certe situazioni diventano sprazzi di consuetudine.
Fra le nubi dense di fumo, cercò di scorgere figure pronosticali, o solo un aiuto alla distrazione.
Guardò il posacenere: era coperto da una coltre di catrame. Pensava ai suoi polmoni. Li sentiva affaticati, ma li trattava come entità separate dal suo corpo, come se non le riguardassero.
Scansò un lembo della tendina verde bile della finestra di cucina: il cielo era cerumeo. L'amarezza di cui si fregiava era un vizio che si concedeva, alla stregua del fumo. Forse aveva deciso di non zuccherare il caffè per formalizzare quell'amaro in bocca. Le pareva che ogni membro del suo corpo fosse talmente deluso che il cervello era la meno.
Guardò sul dizionario e controllò la voce
Amaro, agg.
1 che è di sapore contrario al dolce: amaro come il fiele; mandorla amara; caffè amaro, non zuccherato | avere la bocca amara, avere cattivo sapore in bocca; (fig.) provare una delusione; lasciare l'amaro in bocca, la bocca amara, (fig.) lasciare deluso, insoddisfatto | inghiottire un boccone amaro, (fig.) subire impotenti un torto o qualcosa di spiacevole
2 (fig.) che dà dolore o pena; spiacevole: è stata un'amara sorpresa | che rivela dolore, amarezza:prorompere in una risata amara
Lasciò perdere le definizioni a cui sentiva di non corrispondere. La sua era un'amarezza speciale, quasi annoiata. Non aveva il diritto di sentirsi così, ma la possibilità, sì.
Lei, invece di reagire, si accontentò di quella sensazione di intensa amargura, così nera e presente che avrebbe potuto conversarci.

giovedì 22 gennaio 2009

AZione?

À quoi bon andare al cinema se posso comodamente fare film con la mia testa?
Tutte storie verosimili, dove fatti e riferimenti a luoghi e persone non sono del tutto casuali. Dove la finzione parte da fatti realmente accaduti e si snoda senza mai esagerare. Perché anche nei miei film non esagero, e me ne pento, perché potrei farlo ma qui come là mi trattengo, per rifugiarmi ancora nell'altrui mitizzazione, ricerca di cecità. E mi rifugio nelle false conclusioni, film dove non c'è né lieto fine né finale tragico, quelli a voi l'epilogo. Riesco in questo frangente a darmi un limite, a vedere in un certo senso dove è bene smettere e a capire il tutto sotto un punto di vista che non sfori il "potrebbe accadere". Ci metto solo un po' più di speranza, mi dò un'altra possibilità, la dò agli altri, facendo finta di nulla. Inconcludenza qui, inconcludenza nella finzione, inconcludenza e basta. Anche se cerco di dare svolte alla mia vita voglio sempre credere che ci sia un fato avverso, prendendomi ancora in giro. Le vocine dentro di me le ascolto e non penso che dicano stupidaggini, per questo sono nervosa, perché conosco la verità e la tengo chiusa in un barattolo. Non mi resta che attaccare qualche altro poster.
Potrei chiedere autografi agli attori delle mie pellicole, e rivendermeli, sarebbe un'idea: ci spenderei un sacco di soldi, ma li riprenderei tutti.
Fare il regista è davvero un brutto mestiere, sempre col megafono in mano e quella ridicola sediolina. Però sul set ti portano il caffè, unica consolazione.

Il me paraît que tout acte porte en lui-même sa justification.