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sabato 27 luglio 2013

L'altro lato della Renfe

In questi giorni di pellegrini (che poi chi ci dice che stessero tutti andando là per San Giacomo) schiantati a 190 all'ora nella curva vicino Santiago, mi è tornata in mente una mia esperienza con la Renfe, che, com'è facilmente intuibile, si è conclusa in maniera più rosea. È un semplice episodio che però ricordo ancora con affetto.

Ero andata, durante l'anno dell'Erasmus, a Madrid a trovare la mia ex coinquilina spagnola con cui avevo vissuto a Siena. Dovevo tornare a Poitiers e lei mi prenotò una cuccetta della tratta Madrid/Parigi. Intanto le condizioni del vagone letto erano molto meno animalesche dei treni notte italiani: vere lenzuola, veri cuscini, ambiente pulito e luminoso, spazzolino, dentifricio, saponetta.

Albano Carrisi cantante
Signore che cantano
A Valladolid entrò una signora che assomigliava ad Albano Carrisi (e questa caratteristica è comune a molte signore anziane... pensateci! Ognuno di noi conosce la sosia di Albano), di iberico piglio e con una valigia talmente grossa, un baule così voluminoso che non passava dalla porta della cuccetta.
Si mise a raccontare la storia della sua vita, che era rimasta vedova senza figli e ora poverina anche la sorella emigrata a Parigi aveva perso il marito, e lei si trasferiva in Francia per due o tre mesi a farle compagnia. Il suo pensiero, però, spesso tornava al suo bagaglio, lasciato fuori come una persona troppo piccola all'ingresso di una giostra di Mirabilandia. Ogni poco apriva la porta e controllava che nessuno le avesse rubato il fardello. A un certo punto sono passati nel corridojo due ragazzi di colore, e allora che vuoi, ha chiamato il controllore.
Il controllore è venuto per capire quale fosse il problema e lei ha fatto presente che le porte erano troppo piccole e la sua valigia si trovava in balìa di estranei. Il controllore giustamente le ha chiesto "Ma ci sono oggetti di valore al suo interno? Se sì li tolga e li porti dentro" e lei "No no, ci sono solo vestiti e roba da mangiare" e lui "Eh allora signora cosa vuole che le dica! La prossima volta le converrà portare un bagaglio più piccolo! Io di certo non posso stare qui a guardarle la valigia!". Fra lo scocciato e il sottomesso, la signora tornò fra noi. A una cert'ora decidemmo di comune accordo, fra tutti gli occupanti dello scompartimento, che fosse tempo di spegnere le luci e metterci a dormire. Poco prima di addormentarci, da stesa la signora ripeté "La mia valigia, speriamo bene".
Poi io sono uscita che era ancora notte, visto che era una fermata intermedia.


sabato 22 dicembre 2012

Sentirsi vecchie in 3 secondi

Pizzeria; al bagno ci siamo io e un gruppetto di ragazzine quindicenni che stanno per uscire a ballare dopo la cena di un compleanno. In tre sono davanti allo specchio che si appesantiscono il trucco scoccodando, una è dentro al gabinetto da non si sa quanto.

"Luuuna! Ti muovi, c'è una signora in fila!"
"No guarda ti prego non mi dire signora!"
"Ah, mi scusi..."

giovedì 20 settembre 2012

Vous voyez la B.U.

- "Buongiorno... se uno ha perso il tesserino universitario per la seconda volta, per i prestiti come fa?"
- "Basta che mi dai un documento d'identità! Se sei iscritta vale lo stesso. Ad ogni modo ora ti faccio un foglio come surrogato del tesserino, ok?"
- "Sì, grazie! Allora basta il docum..."
- "NON MI DARE DEL LEI!"

Ho sempre parlato alla terza persona


lunedì 26 marzo 2012

Notizie flash

Meglio!
M'ha detto la mi' mamma che nel mio paese pare abbiano individuato dei piccioni con l'aviaria.
Secondo me è più probabile la presenza di avi con la piccionaja.

domenica 19 febbraio 2012

Gentilissimi

La signora era rimasta sola, il gruppo della gita organizzata in Costa Azzurra l'aveva lasciata indietro o forse s'era persa lei direttamente; l'abbiamo trovata che parlava italiano a un ausiliario del traffico nizzardo, lui le diceva "Faut appeler le groupe Madame" senza capire di preciso il suo caso e mentre la guardava un pochino la spingeva con il braccio, ma sempre cortesemente, allora a quel punto ci siamo avvicinati chiedendo se ci fosse bisogno di ajuto. L'ausiliario del traffico e non notoriamente delle vecchie italiane ce l'ha sbolognata di buon grado, consigliandoci prima di metterci sul marciapiede pour notre securité. Alla fine, con un telefono locale da noi gentilmente offerto, riesce a chiamare il gruppo (evidentemente non faceva il +39 davanti a un modernissimo 335) e urla MARIA!! DOVE STATE??? Io credendo di star vedendo un film sono scoppiata a ridere e mi sono un po' nascosta. Signora io glielo devo proprio dire qui, non ho modo di ricontattarla, non ci sono più abituata a sentire berciare Maria al telefono per la via e la mia era una risata suscitata dal sentimento del contrario e non per una qualche presa di culo sterile.
Fatto sta che si dà appuntamento con gli altri vèci, o gruppo misto tendente al vècio e salutandoci con l'emozione in bocca ci fa "Anch'io ho tanti nipoti come voi... uno è avvocato, l'altra è dottoressa... tutti laureati eh! Tutti ragazzi della vostra età: 30, 28 anni..." e io "Signora, io ho 26 anni"
E menomale che non le ho detto che devo ancora scrivere la tesi, sennò stasera col cazzo che dice una preghiera per me.

domenica 21 agosto 2011

Uno o più mbuti

Nel disperato tentativo di installare Ubuntu in un vecchio computer da chiave USB - pardon, da memoria della macchina fotografica, vabbè che via, la sostanza non cambia.
Non mancano mai le occasioni per ricordarci quanto in realtà non si capisce una sega. E più pensiamo di capirci e più in realtà non ci si capisce una sega. O forse è il fallimento  in qualcosa che pensavamo di capire che si staglia ancor più dirompente e ci ricorda quanto non si capisce una sega. 
Calcolatore dei miei cogliombeli tu sei solo una macchina, io ti domino e non il contrario, sei stato creato da un essere umano esattamente uguale a me ma magari coi capelli diversi, perché dopo anni che sto dietro a quelli come te, scruto, scovo tutte le tue finestre a scomparsa, conosco i tasti e le scorciatoje di tastiera, perché ora non mi dai retta? 
Sei vecchio - per questo ti voglio dare una ringiovanita - ma non hai la mia età, posso comunque compiere atti di nonnismo su di te. Ma che fai come i cani che per ogni anno di vita ne sono 7 umani e ora tu pretenderesti di fare il bullo e mi ti rivolti contro?
Non mi dire che devo cambiarmi i capelli.

domenica 7 agosto 2011

Ai vecchini

Quanto sono bellini i vecchini, uno sbocciare di sghigaggine e di perduta giovinezza. 
Coi nasi appuntiti e gli occhietti furbi, la camminata incerta e quei capelli, tutti dello stesso colore, vanità andata persa. 
I vecchini sanno regalare le cose col cuore, le danno come un testamento fatto un po' alla volta. 
Ai vecchini si riservano le mansioni semplici, da fare da seduti, sapendo che sanno che lasciarli con le mani in mano sarebbe un profondo dispiacere.
I vecchini parlano perlopiù del passato, o del futuro degli altri, hanno le pupille piene di ricordi mentre guardano un posto dove hanno vissuto tanto tempo fa, quando il mondo era diverso e lo erano anche loro.
Ci sono dei vecchini che si sono rotti la schiena per tutta la vita a lavorare a testa bassa, e la loro semplicità sprigiona una bontà, una saggezza e una generosità che non si imparano dall'esempio.
Temo il giorno in cui certi vecchini se ne andranno, ogni gesto sembra evocarlo, ed è per questo che guardando certi vecchini mi si stringe il cuore, e penso che non riuscirò mai a dimostrare loro tutto il mio affetto e la mia gratitudine. 
Forse ci riuscirò con uno sguardo quando sarò anch'io una vecchina, ma per allora sarà troppo tardi.

domenica 23 gennaio 2011

Con un "tu" impersonale.

Tienitelo pure, piglialo, è tuo. Ho fatto un passo indietro, chi vorrà si volta e mi segue. Tieniti i meriti fasulli di chi macina numeri.  Pigliala te la massa di rintronati che biascicano in fila. Tienitela tu l'ansia per questo futuro. Tieniteli tu i ricordi di questo passato. Tieniti tu le illusioni perdute, ti lascio tutto, anche il caffè sul gas. Tienilo pure, tieniti anche lui, tieniti il vino, i guanti e il cappello e i piatti sporchi, tieniti il tempo che passa e la ruga che fa capolino, che ce ne vuole per darci dei vecchi, credimi. Tieni il cappuccio in testa, che fa freddo. Strappa una pagina del dizionario, parti e tienila.  Ti basterà una parola al giorno per riflettere sul presente. Tieniti il pessimismo, e i destini tutti uguali e tutti belli e prestabiliti. Tieniti l'incapacità di accontentarsi. Tieni pure lo sfruttamento e la presa di culo, mi tengo il minimo per squarciare il tuo grigiore. Tieniti il capello bianco a braccetto con tutti gli altri, il phon e il caricatore. Tieni per te anche l'affezione per chi ti vuole. Tieniti pure tutte le ossessioni e le regole per accettare il quotidiano. Tieni una cosa per domani e due per oggi, butta tutto l'accumulato jeri. Tieniti in forma e programma la tua vita. Lasciami almeno la finestra aperta però.

lunedì 20 dicembre 2010

Edizione straordinaria

La pensione dà alla testa: chissà se potrò mai accedere a tale euforia.
Questa mattina, per la prima volta nella mia vita, ho sentito mio padre cantare. 
E cantava Il caffè della Beppina non si beve alla mattina.

domenica 3 ottobre 2010

La Piazza

Conosco di vista alcuni abitanti della Piazza. Nelle pause in cui esco a fumare dall'androne dove passo le mie interminabili domeniche li vedo quando ormai lasciano le loro abitazioni, o quando rincasano.
Gli abitanti della Piazza sono gente tranquilla, silenziosa, tranne la famiglia del numero civico 1. È anche vero però che loro ci sono di rado, questa dev'essere una seconda casa, e credo abitino la maggior parte del tempo in un capoluogo di provincia non distante da qui. Sono una coppia di anziani, lei è laboriosa e vociona, abbastanza smilza e piccola di statura, il marito è alto e snello, di preferenza se ne sta a leggere il giornale su una sedia davanti al portone, per quello che vedo io. Altrimenti gioca con il nipotino, o meglio, bada che le macchine non lo investano. La coppia ha una figlia, sposata, il marito si fa questi bei week-end di paura dai suoceri, e hanno un bambino e una bambina piccoli. La bambina non la fanno uscire molto, ma si sente piangere dal primo piano, il fratellino invece scorrazza in Piazza, e quando c'è bel tempo porta la macchinina telecomandata e le fa fare gare lungo piste immaginarie accanto al nonno, che se ne sta in un canto a borbottare.
Accanto a questa famiglia vive una madre con la figlia. È una signora ancora piacente, che si dà arie da bottanazza e pare che la figlia stia sulla buona strada. Per quel che si può evincere è divorziata o giammai sposata: ma non si legga giudizio nelle mie parole. La signora è austera e se la crede un po', se mi vede fuori non mi saluta mai, al contrario della vecchina vicina di casa. Se ne va a passo di metronomo coi tacchi vertiginosi, decisamente un abbigliamento troppo audace per un paesello. La figlia va dalla mia stessa parrucchiera e a volte ce la trovo, col fidanzato di turno che si fa due palle così.
I vicini delle due donne sono come le stagioni: a rotazione. La casa è in affitto, e cambia di inquilini a una velocità impressionante, a cadenza perlopiù settimanale. Se ne vedono di tutti: americani, svedesi, italiani, tedeschi, turisti per caso che hanno scovato su internet il contatto dell'affittuario. D'inverno è disabitata.
Dal lato opposto della Piazza le mie conoscenze finiscono in un burrone. La casa dei dirimpettaj dei vecchietti è sempre vuota, c'è sempre un gran numero di gatti che ne infesta i dintorni. Infatti, vicino a questa casa fantasma - congetture di un'esterna - ci vive una signora inglese, una di queste ex-hippie che hanno fatto il '68 e ora danno da mangiare ai gatti e vivono in un posto tranquillo in Toscana. Il suo italiano è tuttora pessimo, e parla ai suoi animali in inglese, probabilmente gli unici interlocutori di cui disponga durante tutto il dì. Quando arriva lei, code sull'attenti: si mangia. Lei è secca scheletrica, ha un caschetto di capelli grigi e una scarsa parvenza di sanità mentale.
Poi c'è quella che sta nell'androne durante le sue interminabili domeniche, e esce fuori a fumare, a telefonare o fa insieme queste due attività. Non si può dire cosa succeda nell'androne, perché questo è il racconto di cosa succede fuori, in Piazza.

venerdì 21 maggio 2010

I vecchi e i giovani

Ho deciso che da domani sull'autobus cederò il mio posto solo a chi ha i capelli bianchi, e non a chi se li tinge.
Perché (oltre che quello del parrucchiere) chi vuol sembrare giovane e non accetta la propria decadenza deve ovviamente pagare un prezzo.

domenica 4 aprile 2010

Le belle serate

Bella serata ieri, nevvero? Il caldino di una casa, facce amiche, cena di tutto punto. Sembra sempre che ci si ritrovi alla soglia di qualcosa, ogni incontro è il riassunto di un capitolo, nuove confidenze da prendere con vecchie conoscenze. Ogni volta è un'istantanea prima di nuovi cambiamenti, è un modo per scongelare una quotidianità che già non esiste più.
C'era chi aveva mangiato il cane in Corea, chi ne possiede tre e non pensa minimamente di mangiarli, chi si laurea, chi no, chi vive qua, chi vive là, due che compivano gli anni, chi fa rime e le canta, chi espatrierà a breve, chi è dimagrito, chi è ingrassato, chi disegna sui tovaglioli. Chi aiuta a pulire, chi resta a ciacera sul divano. 
Quanti Culi!
Tanto si sa, che che si dica, che che si faccia, si resta sempre gli stessi cogliozzi di sempre, ormai cogliozzi organizzati, certo.

domenica 28 marzo 2010

Babbo, ce li hai 10 €

Esiste più di un modo per sentirsi giovane. Qullo più eclatante è di sicuro essere giovane e far combaciare le sensazioni con la realtà dei fatti. Non c'è soddisfazione più grande. E la soddisfazione fa ringiovanire. Sai che bello pensarsi giovani ed esserlo effettivamente, c'è chi lo sa e chi lo ricorda. Perché puoi sentirti giovane quanto ti pare, ma se hai 75 anni non prendermi in giro, perfavore. L'età non è un impedimento, sia detto per inciso. Soltanto che sentirsi giovani in genere fa stare meglio che sentirsi vecchi e sentirsi vecchio ed esserlo veramente non comprende la consolazione di avere almeno il corpo dalla tua.


Come faccio io per sentirmi giovane? Dimentico il borsello da un'altra parte!
Non posso votare, non posso guidare, non ho soldi da spendere. Non posso provare di essere iscritta all'università, non posso acquistare - per dire - voli su internet. Dipendo per un tempo determinato dai miei genitori e il mi' babbo mi compra anche le sigarette. Più giovane di così.



domenica 17 maggio 2009

Guiris


Oh mio Dio sta tornando l'estate. E non è da sola. Mi pare cosa buona e giusta soffermarmi un po' su un argomento che mi sta a cu...ore. I TURISTI. Li conosco i miei polli, e conoscendoli, li evito.
Il mio atteggiamento più comune quando vado in visita in un paese straniero consiste nel cercare con ogni mezzo di confondermi con i locali. Armi utilizzate: nascondere la macchina fotografica dopo ogni scatto, ascoltare musica per strada, fermarmi a leggere, alzare OGNI TANTO la testa. Parlare solo se interpellata, controllare la cartina in bagno. Poi è logico, se sono in compagnia di connazionali lo sentono che parlo italiano.
Le nostre città si preparano ad una progressiva invasione di orde assassine (da non confondere con le orche assassine - un minuto di silenzio per Free Willy) che non gliene importa un fico fresco di sbandierare al mondo che loro, ebbene sì, sono in ferie. Orde che hanno già mandato le avanguardie in avanscoperta, a quanto pare, sprazzi di visitors come il polline, a maggio.
Il turista di oggi è diventato più scaltro: non si lascia più abbindolare da negozi di souvenir dove pagavi 3 grammi di sugo centomilalire. Sarà che hanno finito i soldi pure loro.
Arrivano, con quel naso in su, quelle mani dietro la schiena o sulla macchina fotografica, pronti a raccontare a casa tutto quello che hanno visto. In questa lingua: "Fddffjldnlvpfijvidhiofdh!" che mia nonna avrebbe detto "Ma come faranno questi stranieri a capirsi fra di loro". Abbigliamento di dubbio gusto, tessuti tecnici, colorito paonazzo, cono gelato del turista (nessun italiano ha mai mangiato in vita sua il cono da 12€ placcato cioccolato e granella di nocciole).
I peggiori sono gli americani, machevelodicoaffà. Forse nessuno gli ha mai detto quale valenza abbia il saluto, questa è la mia speranza più recondita. Con quel fastidiosissimo Hello che riecheggia nei nostri crani, o al massimo uno striminzito Ciao per tutti: vecchi, bambini, giovani, laureati, analfabeti, stronzi, brava gente. Salutare equivale a dare un segno di inoffensività. È una formula breve per dire Vengo in pace, stai tranquillo non ho intenzione di farti del male. Con tale premessa si sta freschi. Non si sono presi la briga di sapere come si dica Buongiorno. Tanto! Nostri lingui capiri dappertutti! Generalizzo troppo, diamo una percentuale: secondo una mia stima il 75% fa così. E attacca a parlare in inglese prima di chiederti gentilmente se sei in grado. Quando si trovano sul punto di pagare tirano fuori dal wallet una paccata di €uri tanto per contarli davanti a te, che vedi quei fogli viola, mai conosciuti prima.
Poi ci sono i giapponesi. Almeno vedi l'orizzonte se te li ritrovi davanti in blocco.
Gli olandesi invece parlano sottovoce...vogliono confondersi coi tedeschi, desiderano che tu non capisca da dove vengano. Vorrebbero quasi che tu non li localizzi...vorrebbero appartenere ad un'area non specificata, un po' più estesa del Benelux, che arriva fino alla Danimarca. E soprattutto, bisogna vedere se sono belgi o olandesi. Mistero della lingua! Cari olandesi ma di che vi vergognate? Magari fossimo come voi! Dopo tutto è inutile che svicolate: le montature degli occhiali sono inequivocabili.
I crucchi, loro, ormai non li vediamo manco più, si stanno naturalizzando italiani; risoprannominati I Fedelissimi.
I Sudamericani li trovi solo d'inverno.
I francesi girano curati e con l'aria scettica.
Se ti domandi Ma questi sono due ore che li ascolto ma di dove cazzo sono????, sono finlandesi. Come si diceva un tempo fra di noi: "Dekke voppo kappa kappa". Ma a volte ungheresi.
Poi ci sono gli spagnoli. Si vergognano degli stereotipi che li riguardano e poi fanno di tutto per non smentirsi. Almeno se sono in più di tre. Come gli italiani, ugualos.
I portoghesi sono rari ma in aumento. Fuori moda decisamente, li riconosci dalle scarpe, le più brutte d'Europa. E un ascolto disattento farà trasalire, perché si crede di trovarsi di fronte a esemplari di un chissà quale popolo slavo dalle sopracciglia nere.
I polacchi: si vogliono confondere come gli olandesi, ma sono generalmente più rachitici, anche un po' sgualciti. Ma io gli voglio bene.
Gli inglesi. Bei cappelli! Lenti lenti, risate risate.
I greci, uhm un po' truffaldini ma molto kos kos, caa dici scusa?
Svedesi, tornate quando i vostri figli saranno in età da marito. E soprattutto, non lasciate che quei poveri bimbi albini pestino le cacche di piccione con la pianta dei loro piedini scalzi.

(Ma ora viene il bello, apro una parentesi sul cortile interno. Sto parlando dei cinquantenni italiani che fanno la gita fuori porta. Le signore: golfino sulle spalle, o giubbotto di jeans, pinocchietto sempre di jeans, scarpe da ginnastica immacolate (e grazie! Le usi una volta all'anno per fare la gita fuori porta col marito!), occhiali da sole sulla testa, mèches da urlo, non suo. Il marito: non gliene frega un cazzo, sarebbe volentieri rimasto a casa. Trippa tesa sotto la polo stirata, fa piuttosto pendant con la signora che indica e propone. I figli, se ne hanno, o non vivono con loro o non gliene fregava un cazzo di fare la gita fuori porta. Il marito però non si è potuto sottrarre ai voleri della consorte.)

In fondo però mi tocca stare zitta. Qualcuno una volta mi disse che è solo grazie a loro se il luogo in cui vivo è conservato e si può permettere un'economia. Ma sti ca', io non li reggo! Gli dovrei pure dire Grazzi milli?

© Bustd-tees

giovedì 14 maggio 2009

A grande richiesta torna "Frugando nelle mattinate invernali"

La paura di guardare le fece premere il tasto rosso, l’unico tasto rosso del suo Nokia di cui non conosceva il modello; l’adrenalina salì: era la sola maniera per sapere l’ora in quella stanza della casa. E aspettava che lo schermo si accendesse come se aspettasse un responso. Erano le nove e cinquantotto, in fondo sarebbe dovuta essere ad almeno cinque chilometri dal letto fra due minuti, pensava fosse più tardi, pensava che l’orario di apertura fosse già passato. Si ritrovò in piedi, con lo scatto felino di un leone sedato, non si mise il reggiseno perché tanto il maglione era abbastanza grande da permettere omissioni, si gettò al piano di sotto dove afferrò l’indispensabile: il computer e una sigaretta. Alle dieci e zerosette era riuscita già a parcheggiare e si dirigeva a grandi falcate, evitando le porcherie che avevano lasciato i piccioni, verso il centro del paese. Stava cercando di dare un’immagine sveglia di sé, e si testava con i passanti che la ignoravano allegramente, anche loro con l’aria ingenua di paesani che svolgono commissioni, un po’ come lei, e già il pensiero di dover fare uno sforzo denotava che sveglia non lo era per niente. In macchina aveva inutilmente provato ad aggiustarsi i capelli, ma erano ormai un caso perso, e se non la avesse smessa di stropicciarsi gli occhi avrebbe fatto un volo nel burrone.
Erano le dieci e dodici: solo la vigilessa da lontano le fece segno; per fortuna nessun pubblico era là ad assistere al suo clamoroso ritardo dalle palpebre appiccicose. Era stata un sogno l’immagine di tutti gli impiegati comunali che la aspettavano a braccia conserte chiedendo spiegazioni? Si era già preparata qualche scusa da rifilare; però subito si accorse che in realtà nessuno aveva dato peso a quel quarto d’ora soperchio. Meccanicamente mise le chiavi in tutte le toppe del caso, aprì quel benedetto museo che l’aveva strappata alle coperte e si mise a sedere, ancora guardandosi intorno, o credendo di guardare. Una coppia era già arrivata, anzi un trio, coppia con passeggino. I due avevano quella cordialità giudiziosa e giudicante della gente del nord. Il bambino non ancora. Sicuramente era la nebbia nella sua testa che le modulava le sensazioni. Quando se ne sarebbero andati? Lei continuava a guardare le telecamere delle sale, ancora foto.

I suoi pensieri mattutini non erano mai troppo complessi. Le sue giornate si svolgevano di solito come l’arco di una vita. Al mattino, aveva un’infantile inesperienza, faceva o trasgrediva senza motivo ciò che le aveva insegnato la mamma, si lavava e mangiava, se ne aveva il tempo, si faceva domande ma sentiva che non aveva la capacità mentale per dar loro una risposta e avrebbe dovuto chiedere ai grandi; nel pomeriggio o comunque verso l’ora di pranzo aveva l’atteggiamento godereccio e scherzoso dell’adolescente, ma poi, per un nonnulla si oscurava e aveva voglia solo di sparire. La sera, età adulta: in realtà aveva pensato a questi paragoni ma dire che la sera era età adulta era la conseguenza di una post-adolescenza e non di un’esperienza vera e propria, ad ogni modo, la sera era il momento in cui davvero sentiva che i suoi pensieri avevano finalmente un filo logico, aveva tutto il vigore della tanto attesa assenza di sonno e di una lucidità mentale che le davano il massimo della potenza durante tutto l’arco della giornata.
Lei era una persona a cui non piaceva l’idea di invecchiare. Andava infatti a letto tardissimo, impegni permettendo, e una volta lì, al capezzale, ripensava alla sua vita e si struggeva di rimpianti. Pensava all’aldilà, pensava all’aldiquà e credo che l’omino del sonno, o chi di lui ne fa le veci, andasse a dargli una botta in testa per addormentarla: sennò non l’avrebbe smessa. Sono le undici e mezza.
Anche in quel preciso momento in cui stava scrivendo imitando la Signora Fletcher che in realtà non aveva mai seguito in televisione, o sentendosi proprio come una scrittrice di best-sellers alla faccia di tutti gli zotici che passavano, continue interruzioni esterne: driin, vecchietta il mio parroco è bravissimo se non si va alla messa si diventa arabi, si diventa gentaccia, posso fare una fotocopia? Buongiorno, buongiorno, ciao, arrivederci, non lo so chieda su.
Aveva lasciato le sigarette a casa. Come ne avrebbe fumata volentieri una; ormai mancava solo quasi un’ora per poter dire di aver completato metà della sua giornata “lavorativa”; quello di cui aveva più bisogno era un po’ di lucidità, e tanta caffeina. La linea dei suoi pensieri stava andando su un binario morto, e non ci poteva credere che quella sera stessa avrebbe organizzato una cena. Tornando al paragone della giornata e la vita, era come se, a sette anni le avessero detto “Ma lo sai che da grande aprirai una catena di ristoranti?” e siccome quando era bambina credeva che non avrebbe raggiunto la maggiore età e soprattutto sapeva cosa fossero i ristoranti ma non pensava si potessero incatenare fra loro, non ce la faceva allo stesso modo a credere di essere in grado di preparare tutto e di ricevere degli ospiti: in quel momento era troppo fiacca.
La mattina non aveva voglia di cantare, eppure era nata per vivere in un musical. Stare nel suo paese natale le metteva addosso una dose massiccia di gravità e luoghi comuni a cui non credeva, non smentiva le persone che incontrava per la pigrizia di contraddirle sapendo che non sarebbero arrivati a nessuna conclusione; atteggiamento, il suo, da pallone gonfiato, da artista egocentrico che non è capace di scrivere un trattato abbastanza ragionato.
Valutava la sua intelligenza per la quantità dei suoi pensieri, in fondo il Surrealismo di cui le avevano detto averci capito poco l’aveva in parte influenzata sulla scelta e la valutazione del suo prodotto mentale; era quella una maniera, una scusa, per non darsi della stupida?
Anche adesso, nonostante l’idea geniale di raccontare la mattinata in terza persona con figure retoriche poco raffinate, sentiva che avrebbe lasciato il racconto a metà

giovedì 7 maggio 2009

Dica trentatré

Questo cielo non esiste più. Ricordo che dopo la qui presente foto giaceva in quel vecchio telefonino nero quella di un'alba a cui sono molto legata. Purtroppo lo schermo si disintegrò in un cinema all'aperto d'estate - oddio, d'inverno sarebbe stato bizzarro -, durante la proiezione soporifera (con Raz Degan che grazie a Dio spiccava) di Centochiodi. Cadde a terra, non si rianimò. Il telefonino, non Raz Degan.
Possibile che sia tanto diversa da quel periodo là, quando costruivo segnalibri per passare il tempo? Qualcuno si ricorderà del bambù messo a crescere nella mezza bottiglia di plastica, di Bob Marley che canta "Ih Madonnina", Trainspotting e Guernica ai muri che ancora paiono non abbandonarci. Cassette della frutta come scarpiere, e magazzini di carta. E le birre, in ordine: Moretti, Poretti, Morena, Porena. L'ammorbidente alla rosa Conad. Le collane di pasta e i cappelli a punta. Ilda, Enza, i gerani, il canide del piano di sotto. La finestra sul mondo: un buco di cento metri, la luce sempre accesa. Un'unica tovaglia, in stile tirolese, per le grandi occasioni. La tenda con le papere. La Coca-Cola Light, la lavagnetta. Il denaro è un'allucinazione collettiva, Il tempo è denaro, Jean-Pierre 200 Saint-Bitter. Stelle a quattro zampe, l'acqua-gym e lo yogurt al cocco. Le melanzane, quintali di fragole, zucchine e patate. Niente soffritto! Le tovagliette e il frigo sostituito. Il quadro della bambola (Anche questo quadro deve avere un senso, qual è secondo te? Lascia un commento), più inquietante di Bruno Vespa. I faggiani. Lo sbattitore del capputchino. Il Carnevale dell'ultimo minuto, il bagno con l'aspiratore e il mocio. Le pulizie solo dopo un esame. Gli accappatoi dietro la porta. E tutto quello che mi serviva c'era. Cosa darei per tornare in quel piccolo mondo antico Fogazzaro.